Il riformismo ai margini

Il riformismo ai margini email stampa

Scomparso lo scorso aprile, Luigi Covatta, ex parlamentare ed ex sottosegretario, dal 2009 direttore di 'Mondoperaio. Negli anni Sessanta Covatta occupò importanti ruoli nell’associazionismo cattolico, in particolare nella FUCI e nell’Intesa, l’organizzazione che raggruppava tutti gli studenti universitari di matrice cattolica, e venne poi chiamato a Roma da Livio Labor per collaborare all’Ufficio studi nazionale delle ACLI

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La morte, avvenuta nell’aprile scorso di Luigi Covatta, è stata un’occasione per onorare questa singolare figura di intellettuale e di politico, che, nonostante tutte le delusioni subite negli anni, continuava la militanza politica fra le fila socialiste e, soprattutto, aveva con altri ridato vita alla storica rivista teorica del PSI “Mondoperaio”, di cui aveva tenuto la direzione fino alla fine.

Di origine ischitana, trasferitosi a Milano per studio, Covatta occupò importanti ruoli nell’associazionismo cattolico, in particolare nella FUCI e nell’Intesa, l’organizzazione che raggruppava tutti gli studenti universitari di matrice cattolica, e venne poi chiamato a Roma da Livio Labor per collaborare all’Ufficio studi nazionale delle ACLI, affiancandolo poi nelle vicende dell’ACPOL e del MPL, decidendo poi, dopo la clamorosa sconfitta elettorale del 1972, di aderire al Partito socialista all’interno della corrente del “riformista radicale” Riccardo Lombardi. Covatta fu eletto in Parlamento nel 1979 , rimanendovi fino al 1994, e fu anche Sottosegretario in diversi Governi, prima alla Pubblica Istruzione e poi ai Beni culturali.

A differenza di altri esponenti socialisti, dopo il crollo della cosiddetta Prima Repubblica, Covatta non subì mai la fascinazione per Berlusconi, ma si collocò sempre criticamente nell’area del centrosinistra. Criticamente, poiché egli vedeva con chiarezza come anche nella nuova alleanza nata sotto gli auspici di Romano Prodi la cultura autenticamente riformista fosse minoritaria, ed anzi nella maggiore e più strutturata forza politica dell’alleanza, quella di derivazione comunista, il riformismo fosse spesso esercizio verbale, riconoscimento a mezza voce di essere stati partecipi di un errore storico, che non era mai stato veramente riconosciuto come tale se non quando era stato inevitabile farlo sotto la pressione della storia, e comunque immediatamente rinnegato non appena vi fosse una reazione sia della componente massimalista sia di un certo radicalismo salottiero tipico di quegli organi di stampa che pretendono di far politica per interposta persona (il gruppo “Repubblica-Espresso”, tanto per non far nomi).

Covatta volle fare il punto su queste vicende in quello che probabilmente è il suo unico testo organico , un agile e corposo saggio pubblicato nel 2005 dall’editore Marsiglio e significativamente intitolato “Menscevichi”: il riferimento era alla componente riformista della socialdemocrazia russa che si era distaccata su di un argomento marginale rispetto al gruppo maggioritario (“bolscevico”) guidato da Lenin, e che sarebbe stata bandita dalla vita politica legale quando gli antichi compagni presero il potere nel novembre del 1917 con un colpo di Stato militare che poi venne chiamato rivoluzione.

La tesi di fondo di Covatta era semplice: dal dopoguerra in poi (ma si poteva risalire al XIII Congresso del PSI svoltosi a Reggio Emilia nel 1912, quando l’ala massimalista di Serrati e Mussolini prese il sopravvento sui riformisti di Turati e Modigliani) il riformismo italiano è stato sostanzialmente minoritario in quanto tale, sia per la prevalenza dei comunisti sui socialisti all’interno della sinistra , sia per la lunga passività della maggioranza del PSI – e di Pietro Nenni personalmente- verso il mito sovietico (e staliniano), mentre la rivolta dei riformisti guidati da Giuseppe Saragat che diedero vita alla scissione socialdemocratica nel 1947 non riuscì mai a diventare fenomeno di massa in ragione della lunga collaborazione ministeriale con la Democrazia cristiana che divenne una forma di subordinazione uguale e contraria rispetto a quella del PSI verso il PCI.

D’altro canto, la vicenda personale di Covatta lo collocava su di un crinale fra punti di osservazione molteplici: quello delle sue mai rinnegate radici nel cattolicesimo democratico e sociale, quello della militanza socialista, quello dell’attenzione verso la tormentata e contraddittoria marcia verso la democrazia dei comunisti italiani.

Sotto il primo profilo, Covatta tenne a far giustizia di molti giudizi sommari e ingenerosi, soprattutto di matrice laica, sulla vicenda dossettiana, che egli recuperava pienamente alla dimensione del riformismo , oltre ogni tentazione di tipo integralista (l’integralista vero era semmai Gedda, contro cui Dossetti e De Gasperi combatterono insieme), ma anche contro quella della riduzione allo spauracchio del catto-comunismo, laddove il vero, possibile approdo (reso inaccessibile dall’evoluzione della dialettica politica italiana e globale negli anni della Guerra fredda) era quello di una sorta di “laburismo cristiano” aperto alle suggestioni del New Deal e di Keynes. In pari tempo, Covatta riconduceva a quella stessa radice anche l’iniziativa politica di Livio Labor, il quale da Presidente delle ACLI aveva dato un forte impulso alla ripresa del dibattito sull’unità sindacale, e che aveva maturato una riflessione – non soltanto sua, visto che di fatto era condivisa da Carlo Donat Cattin e da altri esponenti di Forze Nuove, che poi scelsero di rimanere nel partito legandosi ad Aldo Moro, che aveva rotto con il gruppo doroteo- sull’esperienza storica del primo ventennio di potere democristiano che ne constatava la progressiva marginalizzazione di ogni esperienza riformista.

Covatta ovviamente non si sottraeva ad un giudizio sulla vicenda politica di Bettino Craxi, che del riformismo fu il controverso alfiere, riconoscendo in primo luogo che il leader socialista, fin dalla sua rocambolesca elezione alla Segreteria ebbe come obiettivo quello di svincolare il partito dalla doppia subordinazione al PCI e alla DC che lo stava lentamente conducendo all’insignificanza. Craxi si pose anche il problema di dare un fondamento culturale oggettivo alla svolta politica in atto, e per questo avviò un’interlocuzione con diversi intellettuali, alcuni dei quali già appartenenti all’area socialista, ed altri provenienti sia da quella comunista che dalla sinistra extraparlamentare.

Tuttavia, la difficoltà oggettiva di operare in un contesto accademico e giornalistico fortemente condizionato dall’egemonia comunista e la naturale propensione di Craxi alle soluzioni “sostantive” piuttosto che “procedurali” (per utilizzare il lessico suggerito da Covatta) fecero sì che l’idillio sfiorisse rapidamente, e molti intellettuali che avevano guardato con favore al nuovo corso craxiano divennero feroci oppositori (mentre altri, in verità, sacrificarono spirito critico ed anche dignità personale divenendo incondizionati laudatores del nuovo Principe). Ovviamente a ciò contribuì la reazione di un partito comunista ormai declinante, ma incapace di concepire i rapporti con qualsiasi altra forza politica di sinistra se non in termini di subordinazione, anche se il periodo dell’ascesa di Craxi coincise per il PCI con una serie ininterrotta di sconfitte, a partire da quella davanti ai cancelli di Mirafiori nell’autunno 1980 per continuare con il decreto di San Valentino del 1984 sulla scala mobile e con il susseguente referendum dell’anno successivo (che rappresentò anche una vittoria del sindacalismo riformista su quello massimalista ) accompagnata dal costante declino elettorale.

E tuttavia, il riformismo craxiano non divenne mai maggioritario a sinistra, un po’ per i limiti oggettivi dell’uomo che ad un certo punto ritenne più importante la lotta per il potere puro e semplice piuttosto che la battaglia delle idee, un po’ perché oggettivamente l’insediamento del PCI all’interno della società italiana era forte, ed il PSI, pur partecipando di fatto a qualsiasi alleanza di governo a tutti i livelli, non aveva saputo trasformare tale massa di potere in consenso diffuso ed egemonia culturale, anche per la pochezza del suo personale politico. Tornato alla guida del partito nel 1987 dopo l’esperienza alla guida del Governo, Craxi di fatto cancellò i tentativi fatti da Claudio Martelli, che aveva avuto la reggenza della Segreteria nei quattro anni precedenti, di strutturare una nuova forza laico- socialista recuperando la scissione con il PSDI (recupero che Craxi dal canto suo intendeva solo come assimilazione) e aggregando il Partito Radicale (operazione resa impossibile dai pessimi rapporti personali fra Craxi e Pannella).

Come documenta Covatta, la stessa suggestione della Grande Riforma istituzionale per Craxi rimase poco più che uno slogan, e l’ idea dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica era per lui un metodo per costringere surretiziamente i comunisti a riconoscergli la supremazia a sinistra in quanto unica possibile alternativa al candidato moderato.

Con il duplice crollo del Muro di Berlino e della Prima Repubblica la situazione si rimette in moto, ma il vuoto lasciato dalla DC e dal pentapartito viene rapidamente colmato da Silvio Berlusconi e dall’alleanza che egli riesce a strutturare con leghisti e post-fascisti, mentre a sinistra, squagliatosi il PSI, rimane solo il PDS, erede del partito comunista, che però cerca di appropriarsi delle idee e delle parole d’ordine del riformismo senza però ammettere il debito rispetto a coloro che per anni erano stati diffamati come “rinnegati” e “rinunciatari”. Tuttavia, proprio questa mancanza di convinzione toglie vigore alle spinte riformiste, come dimostra, ad esempio, la scena accaduta al Congresso del PDS nel 1997, quando Massimo D’Alema, allora nella sua fase “blairiana” fece un accenno polemico alle rigidità del costo del lavoro, dovendo poi ripiegare sotto la reazione non della classe operaia ma della nomenklatura della CGIL guidata da Sergio Cofferati , destinato a diventare uno dei tanti mancati “uomini della provvidenza” del decennio successivo (e Covatta nota come proprio il tema del diritto del lavoro sia una sorta di “noli me tangere” che letteralmente causa la morte per mano terroristica – dopo lunghi periodi di delegittimazione- di due stimati giuslavoristi come Massimo D’Antona e Marco Biagi, come fatale era stato il tabù della scala mobile per Ezio Tarantelli quindici anni prima, a dimostrazione di quanto pericoloso sia il mestiere del riformista in un Paese come il nostro).

Il testo di Covatta si arresta, appunto, al 2005, e non prende ovviamente in considerazione la nascita del Partito Democratico avvenuta due anni dopo: tuttavia, Covatta non volle mai aderire al nuovo partito preferendo impegnarsi nel rinato PSI, con il suo stile di osservatore partecipe ed impegnato ma mai fazioso: il senso della sua esistenza, crediamo di poter dire, è che il tempo dedicato alla riflessione sulla società, sulle istituzioni, sulla politica non è mai tempo sprecato, e che se c’è una battaglia che merita sempre di essere combattuta è proprio quella delle idee.