Il tema del lavoro al centro del nuovo numero del GdL

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«L’evoluzione dei processi lavorativi è così rapida, complessa e confusa che si corre il rischio di rassegnarsi a essere spettatori impotenti o vittime inermi di un sistema incomprensibile» con queste parole nella proposta pastorale di quest’anno il nostro Arcivescovo ci invita al discernimento e a mettere al centro del nostro operare l’impegno per la realizzazione di un lavoro pienamente umano.

Accogliamo dunque l’invito di Mons. Delpini e con questo numero del GdL vogliamo soffermarci a riflettere sui cambiamenti che stanno attraversando il mondo del lavoro. «E’ in corso – ci ricorda ancora l’arcivescovo – un ridimensionamento del tempo dedicato al lavoro che vede gli aspetti personali e familiari sempre più parte integrante della qualità del lavoro stesso, con lavoratori sempre più imprenditori di se stessi e interessati non solo al giusto salario, ma anche allo scopo del lavoro, alla cultura del lavoro nell’azienda in cui operano».

E questa esigenza, questa sensibilità è senz’altro da cogliere positivamente. Oggi mentre le imprese sollecitano maggiore coinvolgimento personale ed adesione ai valori d’impresa alle lavoratrici ed ai lavoratori, anche questi ultimi chiedono che il tempo dedicato al lavoro sia più ricco di significato, più coerente nella costruzione del bene comune e maggiormente gratificante attraverso la possibilità di percorsi di crescita professionale e di conciliazione con gli altri aspetti della vita. In questo senso possiamo leggere il fenomeno delle grandi dimissioni che ha attraversato le grandi economie occidentali. Una differente modalità di pensare il lavoro che è propria soprattutto delle nuove generazioni. Come riportato nel contributo di Stefania Negri la media della permanenza nella stessa realtà aziendale (dato 2019) è estremamente diversificata per classe di età: tra i lavoratori 15-29enni (2 anni e 5 mesi) per i 30-54enni (10 anni ed 1 mese) e per i lavoratori 55-64enni (18 anni ed 11 mesi).

A conferma di queste sensibilità proprio in questi giorni assistiamo negli Stati Uniti ad una imponente mobilitazione dei lavoratori del comparto automotive, le cui principali richieste sono la settimana lavorativa di 4 giorni ed aumenti salariali. Un eventuale successo della mobilitazione sindacale americana potrebbe aprire uno spazio di negoziazione sul tema della riduzione oraria anche nel vecchio continente.

Se nel nuovo mercato del lavoro c’è chi chiede nuove tutele, nello stesso mercato c’è chi, con una minore professionalità, si trova in maggiore difficoltà. Pensiamo a chi il lavoro fa fatica a trovarlo e mantenerlo e a chi, seppur lavorando, è a rischio povertà, perché il lavoro è discontinuo, precario, sottopagato. E tra questi in particolare ai giovani. Il 13% dei giovani italiani tra i 16 e i 29 anni è working poor (ovvero con una retribuzione inferiore al 60% della media nazionale). In Italia negli ultimi quindici anni l’aumento più marcato dell’incidenza della povertà assoluta ha interessato proprio le famiglie con “capofamiglia” più giovani, in età tra i 18 e i 34 anni.

E’ necessario arrivare alla definizione normativa di un livello minimo di salario dignitoso, magari con qualche differenza tra i principali settori e con un aggiornamento all’effettivo costo della vita. In Italia infatti quasi il 95% delle imprese ha meno di 10 dipendenti ed occupa il 43% della forza lavoro. Solo il 23% della forza lavoro è impiegata in imprese con almeno 250 dipendenti dove è maggiormente strutturata la presenza sindacale. Abbiamo bisogno che sia evidente a milioni di lavoratori e microimprenditori che moltissimi degli oltre 900 contratti nazionali di categoria, depositati in Italia, non consentono una vita dignitosa. Livelli di retribuzione minima e di tutele permetterebbero di fare chiarezza tra ciò che è lavoro e ciò che dobbiamo chiamare sfruttamento. Il salario minimo aiuterebbe anche le imprese, che già oggi utilizzano i contratti firmati dalle maggiori associazioni datoriali e sindacali, a combattere il dumping sociale contrattuale e ad  essere più forti sul mercato.

Dobbiamo tornare a mettere al centro dell’agenda politica la questione sociale e il lavoro è la chiave della questione sociale: la chiave “per rendere la vita umana più umana” (Laborem exercens).

Come ACLI milanesi siamo impegnati nel tenere alta l’attenzione sul tema del lavoro giusto, sia attraverso il  nostro sistema di servizi di Patronato per l’accesso ai diritti sociali, di Enaip attraverso la formazione professionale, le Fondazioni ITS e l’accesso al programma Garanzia Occupabilità Lavoro, sia attraverso l’accompagnamento e la sensibilizzazione dei giovani che si affacciamo al mercato del lavoro con incontri sul territorio e la collaborazione con l’ufficio Diocesano per la Pastorale Sociale e del Lavoro nella proposta di itinerari di approfondimento per i giovani delle comunità parrocchiali.

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