In odio alla fede

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Presto beato don Giovanni Fornasini, ucciso il 13 ottobre del 1944 durante la strage di Marzabotto

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Resti della chiesa di San Martino di Mote Sole (wikipedia)

Di tutte le stragi compiute dai nazisti nei diciannove mesi della loro occupazione dell’Italia durante la Seconda guerra mondiale, quella di Marzabotto (o, meglio, delle frazioni montane di quel Comune così importante come nodo ferroviario a sud di Bologna) fu forse la più efferata e sanguinosa, quella che ancora oggi desta i ricordi più foschi.

La “colonna infernale” delle SS del maggiore Walter Reder, che nel settembre del 1944 era stata incaricata dal feldmaresciallo Kesselring di “ripulire” le retrovie di quella Linea Gotica che rappresentava il termine di arretramento della Wehrmacht in ritirata ormai dalla fine di maggio su tutta l’Italia centrale, si era posta il compito di utilizzare il terrore per stroncare l’attività delle bande partigiane operanti sull’Appennino emiliano ed ammonire i civili, soprattutto i contadini, di quelle che avrebbero potuto essere le conseguenze del dare appoggio ai ribelli. La conclusione è nota: 1686 persone fra i Comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi, Monzuno e Camugnano vennero massacrate senza rispetto per sesso ed età, spesso in modo atroce.

A Casaglia di Monte Sole i nazisti (che erano stati guidati sui luoghi che non conoscevano dai fascisti repubblichini) fecero irruzione il 29 settembre nella chiesa dell’Assunta, dove si era radunata la popolazione, uccisero sull’altare il parroco don Ubaldo Marchioni e due persone anziane che furono troppo lente a muoversi, e portarono gli altri nel vicino cimitero, dove li uccisero con le mitragliatrici avendo cura di sparare anche in basso, in modo da esser sicuri di avere ucciso anche i bambini. Lo stesso accadde in altre frazioni, come Caprara, Cerpiano, Ceva.

Don Giovanni Fornasini era il parroco non ancora trentenne della frazione di Sperticano, che aveva sempre nutrito sentimenti antifascisti e il 25 luglio 1943 aveva pubblicamente brindato alla caduta di Mussolini. Successivamente aveva tenuto i rapporti con la brigata garibaldina “Stella Rossa” e, giunte le prime notizie dell’eccidio, aveva apertamente accusato i Tedeschi del crimine ed i fascisti di complicità in esso.

Attratto con un tranello dalle SS a Casaglia all’inizio di ottobre,  venne ucciso e decapitato, e il suo corpo fu ritrovato solo dopo la Liberazione: ebbe esequie solenni, fu riconosciuto come partigiano e alla sua memoria fu concessa la medaglia d’oro al valor militare. La Curia bolognese avviò nel 1988 la pratica per la canonizzazione di don Fornasini, don Marchioni e don Ferdinando Casagrande, altra vittima della furia nazista. A Monte Sole, come è noto, esistono da diversi anni il Parco storico e e la Scuola di Pace, che sono da molti anni un punto di riferimento per studiosi, scolaresche e cittadini non solo italiani intenzionati a comprendere meglio le radici e le conseguenze dell’odio e della violenza ed il modo per prevenirli. A Casaglia inoltre ha sede la Piccola Famiglia dell’Annunziata di Giuseppe Dossetti, che nel cimitero di Casaglia, così orrendamente profanato dalle SS, ha posto la sua estrema dimora.

Qualche giorno fa, il 21 gennaio, è arrivata notizia che papa Francesco ha autorizzato il decreto della Congregazione per le Cause dei Santi con cui viene riconosciuto il martirio di don Fornasini, aprendo così la strada alla sua beatificazione. Il cardinale Matteo Zuppi , attuale Arcivescovo di Bologna, ha ringraziato il papa per “questo nuovo dono alla Chiesa di Bologna”, e ha voluto ringraziare anche coloro che “hanno lavorato in questi anni per mettere in luce la storia esemplare dei martiri di Monte Sole. La testimonianza loro e di don Fornasini ci aiuterà a testimoniare nella prova la forza dell’amore di Dio e  la vicinanza alla gente”. Diverse voci si sono levate per chiedere che la cerimonia di beatificazione, quando sarà possibile celebrarla , venga tenuta a Monte Sole, magari fra i ruderi delle chiese dell’Assunta o di San Martino, distrutte dalle SS.

Ma al di là di questa vicenda insieme tragica ed esemplare, si deve riflettere una volta di più su come stia cambiando la concezione del martirio nel pensiero della Chiesa cattolica, dopo che per secoli tale concetto aveva rimandato  all’uccisione in odium fidei di un credente, consacrato o laico che fosse, per mano di persone professanti fedi diverse: i pagani nei primi secoli o in terra di missione, poi gli eretici, gli scismatici,  i musulmani ed infine i sostenitori di ideologie atee come il marxismo.

Mai si era dato il caso di persone che fossero riconosciute martiri per essere state uccise per mano di altri cristiani, magari cattolici, con motivazioni che non erano immediatamente attinenti alla religione: il primo caso rilevante fu quello di Edith Stein, la filosofa ebrea divenuta cattolica ed entrata nel Carmelo con il nome di Teresa Benedetta della Croce, uccisa ad Auschwitz nel 1942 in ragione del suo retaggio ebraico. Oppure don Pino Puglisi e Rosario Livatino, uccisi dalla mafia. O , ancora, i vescovi Oscar Arnulfo Romero ed Enrique Angelelli, uccisi dal potere dittatoriale in El Salvador ed in Argentina.

Sembra di poter dire che si sta affermando sempre di più una linea di pensiero per cui l’odio alla fede si manifesta anche nel momento in cui quella fede non viene rettamente intesa, e si pensa seriamente di poter essere cristiani e praticare la discriminazione razziale e l’antisemitismo, o l’oppressione del ricco sul povero, o il mantenimento di un sistema illegale di oppressione e violenza. E il cristiano che testimonia contro tutti questi disvalori – “martire” in greco vuol dire appunto testimone- e per questo subisce persecuzione e morte può ben considerarsi degno di venerazione in quanto costituisce un esempio per tutta la comunità cristiana, affinché i testimoni non vengano lasciati soli (spesso la solitudine e la delegittimazione morale sono l’anticamera dell’omicidio) e la pratica delle loro virtù divenga, in qualche modo, un fatto generale e condiviso.

Ovviamente questo apre una diversa prospettiva nel definire che cosa sia, oggi, l’impegno dei credenti nella società, e quale sia la qualità della testimonianza che essi sono chiamati a portare nel lavoro, in famiglia, nei rapporti sociali, in politica: di voler considerare cioè se poco o tanto essi sono partecipi di quella logica di oppressione e corruzione contro cui, in circostanze assai più tragiche, don Fornasini e gli altri testimoni si levarono per affermare l’integralità della fede cristiana in rapporto a Dio e agli altri esseri umani. E una volta preso atto di ciò, compito del credente è quello di riconoscere il male dentro di sé ed attorno a sé, chiamarlo con il suo nome, e cercare di vincerlo più con l’esempio che con le parole.

Papa Francesco ci ha offerto una volta di più un’occasione di riflessione e di impegno: cerchiamo di non sprecarla.