La continuità di un’istituzione

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Foto di Jessica Crawford da Pixabay

La monarchia britannica è una delle più antiche del mondo, probabilmente la più antica fra quelle ancora regnanti: sia che si faccia risalire la sua origine a quei principi sassoni che per primi, nel nono secolo dopo Cristo, da Alfredo il Grande in poi si fregiarono del titolo di “Re degli Angli”, sia che, più convenzionalmente, la si faccia risalire alla battaglia di Hastings del 1066 e alla conseguente conquista normanna , ci si trova comunque di fronte ad un’istituzione millenaria.

In effetti, la questione è proprio di carattere istituzionale: quando si deve intendere in via generale il potere statuale i britannici non dicono “il Re” o “la Regina” , ma “la Corona”, che evidentemente rimane tale al di là di chi pro tempore è chiamato o chiamata a cingerla.

In fondo, la storia della monarchia britannica è quella dell’evoluzione istituzionale che nel corso dei secoli ha portato all’illanguidimento della figura del monarca o, meglio, alla sua immedesimazione con l’istituzione, in cui le soggettive qualità (o i difetti) del sovrano venivano posti al servizio di essa portando quasi alla relativizzazione delle qualità personali del principe.

Si può dire anzi che i rischi maggiori la Corona li abbia affrontati quando il monarca ha voluto mischiare le sue inclinazioni private con le esigenze del Paese, come fece Enrico VIII quando sovrappose le sue vicende coniugali al vincolo religioso e politico con la Chiesa di Roma. O come, nel 1936, quando un’altra contrastata vicenda coniugale portò Edoardo VIII ad abdicare in favore del fratello, cioè il padre dell’appena scomparsa Elisabetta II.

Giorgio VI fu, insieme a Churchill , il simbolo della resistenza britannica di fronte alla barbarie hitleriana, dimostrando uno spirito di servizio che logorò la sua salute portandolo ad una morte prematura. Sua figlia regnò su di una Nazione che a poco a poco perdeva il suo impero su cui veramente non tramontava il sole a favore dell’antica colonia, perdendo anche il ruolo di leadership internazionale a favore dell’antica colonia, gli Stati Uniti d’America, ad essa legata da un rapporto complesso e alla fine esclusivo di altri, come ha dimostrato la turbolenta presenza del Regno Unito nell’Unione Europea, finita poi con una brusca rottura.

I Sovrani del Regno Unito non intervengono direttamente in politica almeno dal 1834, quando Guglielmo IV forzò il Premier liberale, il Visconte di Melbourne, a dimettersi, salvo doverlo richiamare l’anno successivo quando il suo partito vinse le elezioni (Melbourne fu poi il mentore politico della giovane regina Vittoria). Il fatto che ormai la volontà del Parlamento (e quindi del popolo) prevalesse su quella del monarca fu un segno dell’ ormai avvenuto passaggio ad una monarchia costituzionale, in cui il sovrano rimaneva il garante dell’unità della Nazione, una Nazione che sempre più assumeva le caratteristiche di un impero intercontinentale.

Le antiche colonie evolsero poi nello statuto di dominions, ossia di Stati a tutti gli effetti sovrani e distinti rispetto alla madre patria, ma ad essa legati sia dalla comune appartenenza a quel particolare istituto che è il Commonwealth britannico, organismo insieme politico ed economico, e, alcuni di essi (fra cui grandi Paesi come Canada, Australia e Nuova Zelanda) , riconoscendo come Capo dello Stato il monarca britannico. Ovviamente tale figura è largamente rappresentativa, e del resto il sovrano è rappresentato da un Governatore generale che attualmente è un’emanazione dei Governi locali, mentre la pienezza dei poteri esecutivi è in capo ai rispettivi Parlamenti e Primi Ministri.

Molti dominions hanno scelto di evolvere verso un regime di tipo repubblicano, come fecero l’Irlanda ed il Sudafrica: all’inizio di quest’anno lo Stato caraibico di Barbados è diventato una Repubblica a tutti gli effetti. Ciclicamente la questione del superamento del regime monarchico si ripropone anche nei dominions maggiori, come i già citati Australia, Canada e Nuova Zelanda, tutti e tre attualmente guidati da Governi progressisti che al loro interno hanno non pochi esponenti repubblicani (un referendum costituzionale in tal senso fu tentato nel 1999 in Australia, ma fallì).

Del resto, anche guardando al Regno Unito vero e proprio, sono note le ambizioni indipendentiste della Scozia, come pure sembra ormai prevalente nell’Irlanda del Nord la posizione di chi vorrebbe l’unità di tutta l’isola nella Repubblica d’Irlanda : il referendum sulla Brexit del 2016 – che vie l’opzione “remain” largamente prevalente in Scozia e Ulster- ha avuto in questo senso l’effetto di un fattore di accelerazione. Una Scozia indipendente, lo ha detto e ripetuto il Primo Ministro Nicola Sturgeon, chiederebbe immediatamente l’adesione alla UE, mentre la Repubblica d’Irlanda già ne fa parte.

Il difficile compito che attende il nuovo re Carlo III, che a 73 anni è il sovrano più anziano ad ascendere al Trono di Sant’Edoardo, è quello di riuscire a far transitare l’istituzione anche all’interno di queste spinte centrifughe che hanno una loro oggettiva ragione e che potrebbero causare una seria crisi negli assetti del Regno Unito e del mondo intero.

La Storia continua il suo corso.