La diagnosi sulla crisi esistenziale dell’Unione europea

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Con la caduta del Muro di Berlino e con l’allargamento ai Paesi dell’Est dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, l’Europa sembrava aver imboccato la strada della riconciliazione, con la prospettiva di tornare finalmente a respirare “a due polmoni”, come aveva evidenziato l’assegnazione del Nobel per la pace.
Ma lo tsunami dello scandalo finanziario che dagli Stati Uniti ha attraversato l’Atlantico per abbattersi sull’economia dell’Unione europea e la “terza guerra mondiale a pezzi” che ha generato un esodo epocale dal Mediterraneo delle popolazioni dell’Africa e del Medio Oriente, ha fatto riemergere i nazionalismi e i populismi che, dopo l’esito della Brexit, possono portare alla dissoluzione del progetto della costruzione europea.

Il dibattito sul discorso di Juncker sullo stato dell’Unione al Parlamento europeo e il vertice di Bratislava a 27, senza la Gran Bretagna, ha tuttavia evidenziato che l’UE può essere ancora lo strumento più efficace per affrontare le sfide continentali e mondiali, riprendere il dialogo interrotto con i cittadini e  rilanciare l’impegno comunitario per la sicurezza e la pace.
Si tratta di tornare a Schengen di controllare le frontiere esterne, di gestire il flusso dei migranti, di riprendere il dialogo e la cooperazione con i Paesi dell’esodo, di creare lo sviluppo economico nell’Unione e offrire opportunità ai giovani, di lottare contro l’ineguaglianza sociale e  la disoccupazione, in vista del 60° anniversario dei Trattati di Roma del ’57 sul futuro dell’Europa.

Ci sono molte questioni irrisolte, dal basso livello di crescita alla massa ingente del debito pubblico, dalla libera circolazione dei lavoratori alla difesa dei diritti fondamentali, dalla protezione delle imprese nel mondo globalizzato alla stabilità dell’euro, dagli investimenti nelle reti digitali e nei sevizi sociali alle start-up per creare posti di lavoro, dal patto di stabilità e dall’austerità alla flessibilità nell’applicazione delle regole per gli investimenti.
Per una ripresa sostenibile va intensificata la lotta contro l’evasione fiscale, con riforme significative per garantire ai cittadini europei il superamento degli squilibri territoriali e delle disuguaglianze economiche, che generano tensioni sociali e sfiducia nelle istituzioni comunitarie, con la crescita dei movimenti euroscettici che alimentano le spinte nazionaliste e secessioniste.

Da una indagine svolta dalla Fondazione Ismu sul futuro del progetto europeo, emerge che i più importanti problemi da affrontare prioritariamente riguardano l’immigrazione, il terrorismo, la situazione economica, il debito pubblico, la disoccupazione, le questioni ambientali, climatiche ed energetiche, con la necessità di trovare soluzioni a livello sovranazionale per le difficoltà derivanti dalla gestione degli sbarchi e dalla ridistribuzione dei profughi.
Per superare gli incidenti di percorso e le contraddizioni emerse nella costruzione in divenire dell’Unione europea, la cessione di sovranità decisionale degli Stati nazionali, deve portare a scelte comunitarie in sintonia con le attese dei cittadini e dell’opinione pubblica, con “sacrifici” equi e sostenibili, al fine di alimentare il sentimento di appartenenza per una identità condivisa.
Si tratta di “sopravvivere alla globalizzazione” in un mondo diseguale in rapido cambiamento, fra conflitti e migrazioni che attraversano i Continenti con squilibri ambientali, economici e sociali, per superare interessi divergenti e costruire la ripresa economica, con particolare attenzione ai diritti di cittadinanza e alla coesione sociale.

Il dialogo all’Ispi sul futuro dell’Europa, fra Prodi e il card. Scola, ha evidenziato la necessità di creare un coscienza europea per superare le tentazioni isolazioniste e nazionaliste, con lo spirito di solidarietà che si è attenuato per la spinta delle migrazioni e l’accoglienza dei profughi, mentre manca un pensiero condiviso per proiettare l’Unione europea sullo scenario mondiale.
Se i migranti e gli esuli accampati a Calais non riusciranno a vedere le “bianche scogliere di Dover” per le barriere innalzate al confine francese, altri popoli in fuga dalle guerre e da catastrofi ambientali, sono costretti a drammatiche odissee in terra e in mare, con l’approdo alle porte dell’Europa dove altre frontiere stanno sorgendo per bloccare una “invasione ormai inarrestabile”.

C’è una visione nazionalistica dei leader europei che impedisce la ricerca di una via d’uscita condivisa per il ricollocamento negli Stati dell’Unione delle persone arrivate nel territorio europeo, con progetti di accoglienza in relazione alle possibilità di integrazione e di valorizzazione delle potenzialità creative degli immigrati e delle loro famiglie nel tessuto produttivo e sociale comunitario.
Dal convegno a Palazzo Reale sui “rifugiati ambientali” per gli effetti dei cambiamenti climatici, è emersa la necessità di una politica di asilo in Europa, superando “l’ipocrisia di Dublino” sul Paese di approdo, con i diritti di ingresso e soggiorno, oltre che di protezione internazionale, umanitaria e sussidiaria, per praticare la condivisione nella quotidianità della cittadinanza inclusiva.
Se il populismo, la disoccupazione, l’ineguaglianza sociale, gli accordi di libero scambio con i Paesi terzi, la lotta al terrorismo e la questione dei rifugiati, rappresentano alcune delle sfide fondamentali per l’Unione europea, si deve tornare a pensare l’Europa come luogo naturale per riprendere il dialogo fra gli Stati e le diverse nazionalità, con l’obiettivo di riscoprire gli ideali di fratellanza che hanno alimentato il sogno europeo.