La difesa internazionale dei diritti umani e della libertà religiosa

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di Alberto Fossati – 01/04/2015

E’ probabile che l’informazione globalizzata ed istantanea abbia amplificato un fenomeno che già si manifestava, ma non era conosciuto nella sua effettiva consistenza, ed è anche probabile che per effetto dell’amplificazione siano aumentati anche gli episodi emulativi, sta di fatto che in questi tempi la violenza e la persecuzione religiosa hanno raggiunto livelli di espansione e di ferocia che rimandano a tempi passati ed oscuri benché, proprio a causa delle guerre di religione che hanno insanguinato l’Europa, sono nati gli Stati moderni ed il principio di sovranità cui sono seguiti, sebbene non come effetto derivato automatico, lo stato di diritto ed infine il suo carattere laico, che in taluni casi ha connotati marcatamente laicisti, come in Francia ed in altri invece, come in Italia, dove il fenomeno religioso è assunto in termini positivi, da tutelare e da garantire in quanto esplicitazione di un diritto fondamentale di libertà.Lo stato repubblicano italiano non è perciò indifferente alla religione, perché non è tenuto solo a comportamenti omissivi – non interferire –, ma è chiamato ad esercitare quella che viene definita la “laicità positiva” dei pubblici poteri con interventi per rendere possibile e concreta questa libertà, ad esempio, con mezzi finanziari (contributi pubblici, l’8 per mille) e strumentali (aree per costruire le attrezzature religiose).
Quel che sta accadendo nel mondo con le stragi di cristiani, pone il principio della laicità positiva sotto una diversa ottica, o meglio, pone il tema della tutela della libertà religiosa – che è diritto umano fondamentale – come dovere dello stato anche al di fuori dei suoi confini, come ben illustra Paolo Petracca “Un continente che deve saper costruire la pace, anche fuori dai propri confini”(Giornale dei lavoratori on line, 10 gennaio 2015).Nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite è affermato che ogni individuo ha diritto alla libertà di religione e che «tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti» (art. 18).

Con lo stesso identico testo si esprime la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (art. 10). Nell’Atto Finale di Helsinki della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), al paragrafo VII sono riaffermati di diritti fondamentali dell’uomo, tra cui quello della libertà religiosa.

La difesa dei diritti umani è altresì un principio costituivo della politica (art. 2 Costituzione) e della politica estera italiana.
La politica estera del nostro paese è necessitata dal carattere finalistico della tutela e della promozione della persona umana che la Costituzione (art. 2) assegna alla Repubblica.
In altra occasione l’Italia è stata protagonista di un’azione planetaria per la difesa della vita con la moratoria internazionale della pena di morte.
Non si vede perciò ragione per la quale la difesa della libertà religiosa per i cristiani perseguitati nel mondo e per la tutela del bene supremo della loro vita non possa non essere iscritta nell’agenda del Governo e del Parlamento, tanto più che negli ultimi decenni è andato consolidandosi il nuovo paradigma nel diritto internazionale dell’ingerenza umanitaria negli Stati che violano i diritti umani, che ha ridimensionato l’assodato principio dell’intangibilità della sovranità nazionale. In base a questo paradigma, la Chiesa Cattolica ha affermato che se una popolazione è sul punto di soccombere sotto i colpi di uno Stato aggressore e non vi sono più altre alternative, gli altri Stati non hanno più il “diritto all’indifferenza” (P. Foglizzo, Conflitti armati e uso della forza, in Aggiornamenti sociali, ottobre 2013).
La partecipazione italiana ad operazioni di cosiddetta “polizia internazionale” sotto l’egida dell’ONU risponde a questa impostazione evolutiva del diritto internazionale, al quale ripugna l’ignavia davanti agli orrori delle pulizie etniche e religiose, e non si pone in contrasto con il precetto costituzionale dell’art. 11 sul ripudio della guerra come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali.

L’Italia, che è anche la terra di La Pira e di Papa Giovanni XXIII, deve allora porre la questione della libertà religiosa nei paesi dove questa è conculcata con violenza, come un argomento della sua agenda politica estera e di quella europea.
Si organizzano embarghi di ogni genere, da Cuba, alla Corea del Nord, alla Russia e all’Iran, per motivi economici, ideologici e militari, possibile che la voce del Papa che implora il rispetto per la vita dei cristiani perseguitati rimanga inascoltata dai governi occidentali? Non si tratta di muovere guerra o di organizzare nuovi embarghi, ma di costruire una politica della e per la pace che parta dalla difesa del più fondamentale ed elementare diritto alla vita (come ha fatto notare Paolo Ricotti su queste colonne il 18 febbraio scorso: “Guerra e violenza di nuovo protagoniste anche in Europa”).

Possibile che l’Italia, che oggi esprime anche il rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, nell’anno di Expo dedicato alla nutrizione del pianeta e del Giubileo, non sia in grado di mobilitare le coscienze nazionale e internazionale sul tema dei diritti umani, a partire da quelli della fede che attengono alla radice dell’identità dell’uomo?

Non si disconoscono gli sforzi e le azioni che la diplomazia con riservatezza mette in opera, ma occorre una presa di coscienza della gente ed a questo scopo il ruolo dell’associazionismo cristiano non è secondario, o meglio, non deve essere secondario, perché la pace la si costruisce soltanto se nel cuore dell’opinione pubblica si fa strada una gerarchia di valori che la rendono possibile. Primo fra tutti la consapevolezza che un diritto umano negato altrove è un diritto negato a noi, senza considerare che, oltretutto, la difesa della libertà religiosa all’esterno rende più credibile e forte la tutela del pluralismo confessionale e della laicità positiva nel territorio della Repubblica italiana.