La dignità come categoria politica

La dignità come categoria politica email stampa

Il voto è uno degli strumenti principali in mano ai cittadini per far sentire la loro voce, anche in momenti complicati e difficili come gli attuali

1579
0
SHARE

All’inizio di agosto la Direzione nazionale delle ACLI ha approvato un manifesto programmatico per le elezioni politiche anticipate al 25 settembre prossimo, nel quale ha definito alcuni punti qualificanti circa le scelte importanti che gli elettori sono chiamati a compiere, fornendo nello stesso tempo un quadro di discernimento che aiuti tali scelte.
La parola “manifesto” non è stata utilizzata a caso perché il testo è estremamente sintetico senza essere superficiale, e adotta come paradigma di lettura quello della dignità della persona, che è poi lo stesso adottato dal Presidente Mattarella in occasione della sua seconda cerimonia di giuramento nel febbraio scorso.
Abitualmente la dignità non viene considerata una categoria politica, ma è un dato di fatto che nel corso di questi anni vi sono stati larghi settori sociali che per un motivo o per un altro, generalmente di carattere economico, si sono trovati non solo di fronte ad un ascensore sociale bloccato, ma sono dovuti venire a patti con la loro stessa dignità di persone o di famiglie, quella dignità che il dettato costituzionale , nella sua prima parte, connette al riconoscimento e all’esigibilità di una serie di diritti.
In questo senso, le ACLI affermano che “il Paese della dignità” è quello in cui “il colpevole è chi genera miseria e non i poveri”, e questo è particolarmente importante in un contesto in cui sembra che la povertà sia diventata una colpa piuttosto che una disgrazia. In una penetrante riflessione comparsa su “Avvenire” del 7 agosto il filosofo Eugenio Mazzarella ha rilevato che solo il 28% degli elettori a basso reddito è andato a votare alle recenti elezioni amministrative, fenomeno in atto da tempo e che porta a pensare che vi siano larghi settori della società italiana (i più poveri) che ormai non credono più al valore della politica e delle istituzioni democratiche, poiché esse cambiano poco o nulla della loro vita, e davanti a sé vedono solo scenari oscuri. Per certi versi è come se, pur essendo garantito il suffragio universale, lentamente si stia scivolando di fatto nel ritorno all’antico modello del voto censitario, quello riservato solo alle fasce sociali più alte, le uniche interessate al dibattito politico nell’indifferenza dei poveri e degli emarginati.
Se questo è vero, il discorso costituzionale sulla dignità ne risulta gravemente compromesso perché viene a cadere l’impegno, sancito dall’art.3 della Carta fondamentale, di rimuovere le barriere economiche e sociali che dividono i cittadini, e questo perché le istituzioni stesse non vengono più percepite come lo strumento per realizzare questo processo.
Si potrebbe dire che uno degli obiettivi fondamentali della politica, almeno per chi si dice riformista e progressista, dovrebbe essere quello di riconciliare le classi sociali più povere con la democrazia, la quale implicitamente porta con sé la promessa di un miglioramento delle condizioni sociali delle persone, specie le meno favorite, che in assenza di ciò vivono i cosiddetti diritti civili (il voto, la libertà di parola, la libertà di stampa, la libertà religiosa …) come degli inutili orpelli che non toccano l’essenziale delle loro vite. A ciò si aggiunga – nel manifesto la questione è delineata con chiarezza- l’assoluta impermeabilità dei partiti politici (tutti) alle sollecitazioni esterne vista la non realizzazione del dettato dell’art.49 della Costituzione sul metodo democratico nella loro organizzazione interna.
E questo a maggior ragione in una campagna elettorale in cui sembra delinearsi una polarità fra un rinnovato ruolo dello Stato (soprattutto all’indomani della pandemia, che ha richiesto prima un intervento sanitario massiccio e poi un altrettanto massiccio intervento economico, che logicamente potevano essere sostenuti solo dalle pubbliche istituzioni) e la sottolineatura dei diritti individuali (che effettivamente durante la fase più acuta della pandemia sono stati severamente compressi). Solo che tale polarità ha come effetto quello di relativizzare il ruolo delle forze sociali, che sono uno dei principali elementi connettivi del tessuto sociale del nostro Paese, e che svolgono un ruolo suppletivo sia dello Stato che del Mercato, ruolo che non solo non viene riconosciuto adeguatamente ma, quando è oggetto di intervento legislativo, viene anzi penalizzato con inutili e spesso opprimenti bardature burocratiche.
Il risultato è quello di incrementare quello stato di solitudine indifesa in cui le persone si percepiscono, che è la serra calda in cui crescono tutti i populismi (i quali , come argomenta Mazzarella, nascono essenzialmente da bisogni sociali irrisolti), alimentando un circuito perverso in cui la destra si muove alla perfezione poiché riesce a mettere agevolmente i penultimi contro gli ultimi.
Certamente le ACLI continueranno a svolgere il loro ruolo educativo e sociale comunque vadano le elezioni: i criteri di discernimento indicati nel manifesto sono espressione di un impegno sistematico che parte da lontano e non si esaurisce il 25 settembre.
E tuttavia, al di là delle delusioni e dei malesseri, anche giustificati, il voto rimane uno degli strumenti principali in mano ai cittadini per far sentire la loro voce, anche in momenti complicati e difficili come gli attuali, e per rivendicare la loro dignità.