La “Lumen Fidei” di Papa Francesco

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di Paolo Colombo – 22/07/2013

L’Enciclica Lumen fidei, resa pubblica da papa Francesco lo scorso 29 giugno, ha un carattere senz’altro particolare. Non è il documento-guida di inizio pontificato, come ad esempio era stato per la Redemptor hominis di Giovanni Paolo II. Papa Francesco ha infatti posto la firma, rendendole sue, pagine scritte in larga misura dal suo predecessore, il quale “aveva già quasi completato una prima stesura di Lettera enciclica sulla fede. Gliene sono profondamente grato e, nella fraternità di Cristo, assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi” (n. 7). Un esempio di proficua “coabitazione” tra due pontefici, che non ha esempi nella storia della Chiesa.

La lettura conferma che ci troviamo di fronte a un impianto di pensiero particolarmente caro a Ratzinger, a partire dall’obiezione che ha innervato gran parte della modernità e che trova eco in una lettera di Nietzsche alla sorella (citata al n. 2), in cui il filosofo tedesco riconosce che la fede può condurre alla pace dell’anima e alla felicità, ma ha un grande torto: impedisce all’uomo l’audacia della ricerca. All’uomo dunque si aprono due vie: o acquietarsi nella calma gioia della fede oppure muovere i propri passi nell’incerto, nella libertà, nell’autonomia… Sulla sfida della modernità si innesta poi la domanda, solo all’apparenza astratta o teoretica, circa il destino della verità (vedi nn. 25 e 34), posta radicalmente in dubbio dal trionfo del tecnicismo (vero è soltanto ciò che è dimostrabile scientificamente) e del soggettivismo/individualismo (il vero non può che essere taleper me; una pretesa di verità oggettiva/universale sarebbe il segno di una volontà totalitaria). Con tutto ciò alla fede non rimane che un posto di risulta, confinata nella dimensione soggettiva e in ultima istanza sentimentale; una fede che può sostenere le persone nel loro itinerario di vita, ma appunto come un movimento emozionale e in ogni caso trovandosi derubricata rispetto a qualsiasi profilo di rigorosità critica.
A un simile scenario l’Enciclica reagisce in modo fermo, ribadendo i nessi tradizionali tra la fede e la totalità della persona da un lato, tra la fede e la verità (inclusa l’istanza critica) dall’altro. La fede non è la “sorella debole”, il sentimento vago che accompagna la persona sottomettendosi comunque ad altri imperativi più autorevoli (siano essi la razionalità, l’istintività o altro ancora), bensì il centro e la sintesi di tutte le facoltà; e trova nell’amore non l’altro da sé (troppo spesso ci si è abituati se non ad opporre, comunque a disgiungere con troppa rapidità fede e carità) bensì il proprio inveramento. Con le parole del papa: “La fede trasforma la persona intera, appunto in quanto essa si apre all’amore” (n. 26).
Con ciò emerge il significato insito nel titolo dell’Enciclica: Lumen fidei, la luce della fede, che consente di comprendere in maniera non astratta, nozionistica, ma esistenziale il senso della vita, delle decisioni, delle relazioni. Fede dunque come dinamica sicura, e questo perché basata su colui che è certezza assoluta: Dio. Vale la pena riportare il gioco di parole, recepito da s. Agostino, che consente al papa di mostrare la stretta connessione tra la fede del credente in Dio e Dio in quanto fondamento della fede stessa. “L’uomo fedele è colui che crede a Dio che promette; il Dio fedele è colui che concede ciò che ha promesso all’uomo” (n. 10). A rigor di termini, “fedele” non è anzitutto il cristiano, ma Dio stesso. Non altrimenti si può rendere con l’espressione “affidabilità di Dio” (cf. n. 15). Parlare di una persona in termini di affidabilità è senz’altro un complimento; viceversa, inaffidabile è una persona incostante e incapace di portare a termine i propri impegni. Chi lascerebbe l’educazione dei propri figli o la gestione del proprio denaro nelle mani di una persona inaffidabile? Non così per la fede. “La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita. Essa fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicura che quest’amore è affidabile, che vale la pena di consegnarsi ad esso, perché il suo fondamento si trova nella fedeltà di Dio, più forte di ogni nostra fragilità” (n. 53).
Come detto, uno dei capisaldi dell’Enciclica è la stretta connessione tra fede e amore. “Se l’amore ha bisogno della verità, anche la verità ha bisogno dell’amore. Amore e verità non si possono separare. Senza amore, la verità diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona” (n. 27). E’ questo un passaggio particolarmente intonato allo spirito con cui papa Bergoglio ha avviato il proprio pontificato: la verità cristiana non è una gabbia impersonale che mortifica la persona umana, ma una dinamica che si propone nell’amore, inclusi i caratteri della tenerezza e della misericordia che all’amore per natura si accompagnano. Viene allora spontanea una domanda: la Chiesa è capace di testimoniare, anzitutto al proprio interno, la verità di queste parole? E’ capace di perdono e di misericordia verso i divorziati risposati e altre figure di cristiani spesso emarginati dalla comunità cristiana proprio in nome del “primato della verità”? Da papa Bergoglio è lecito attendersi passi concreti, che traducano nella prassi le nitide affermazioni sopra riportate.

Merita infine un’attenzione specifica il capitolo conclusivo dell’Enciclica: Dio prepara per loro una città. La fede cristiana non si gioca solo nell’intimo della coscienza personale, tanto meno può essere confinata entro i recinti ecclesiali, ma è chiamata a gettare il proprio fascio di luce su tutte le relazioni sociali; e non certo per trasformare la societas terrena in societas cristiana, ma per aiutare tutti, credenti e non, a edificare una polis a misura d’uomo. Scrive il papa: “Il Dio affidabile dona agli uomini una città affidabile (…). La fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminiamo verso un futuro di speranza” (nn. 50-51). Il sostegno alla famiglia, così come il rispetto per la natura e l’individuazione di modelli di sviluppo sostenibili, fino alle forme giuste di governo sono elementi che, in maniera convergente, si muovono nella medesima direzione: far sì che gli uomini e le donne vivano in una convivenza feconda, dove ciascuno sia riconosciuto nella sua intrascendibile dignità e dove tutti insieme ci si orienti fattivamente verso il bene comune. Anche su questi aspetti l’Enciclica offre indicazioni di notevole interesse.