La Lunga estate del ’43- L’inizio della guerra civile

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Il 28 settembre 1943, presso la Rocca delle Caminate, nel Forlivese, residenza estiva della famiglia Mussolini, si riuniva per la prima volta il Governo di quello che si definiva genericamente Stato fascista repubblicano, e , a partire dal 1 dicembre, Repubblica sociale italiana.

Dopo la proclamazione dell’armistizio l’8 settembre e la fuga del Re e del Governo da Roma, di fatto l’Italia era divisa in due, a seguito da un lato dell’invasione alleata da Sud e dalla rapidissima e violenta occupazione da parte tedesca nel resto del Paese, preparata accuratamente da mesi in previsione di quello che veniva chiamato il “tradimento” da parte italiana.

Il Governo regio, rifugiatosi a Brindisi, da dove avrebbe dichiarato guerra alla Germania il 13 ottobre successivo assumendo la condizione di “cobelligerante” accanto agli Alleati, era l’unica autorità legittima sul territorio nazionale pur esercitando di fatto una sovranità più teorica che reale su poche Province nel Sud Italia.

I governanti nazisti erano indecisi se sottoporre l’Italia a governo militare diretto trattandola come territorio nemico occupato ovvero se servirsi di un Governo collaborazionista di marca fascista che esercitasse un’autorità nominale sul territorio garantendo le retrovie delle unità combattenti della Wehrmacht, attestate sulla cosiddetta linea Gustav a sud di Roma.

Per decisione diretta di Hitler si scelse la seconda opzione, anche a seguito della rocambolesca liberazione di Mussolini dalla prigionia a Capo Imperatore, sul Gran Sasso, e alla sua traduzione a Monaco, dove ebbe lungi colloqui col suo amico/padrone tedesco e con i dirigenti fascisti che da tempo si erano rifugiati in Germania.

La decisione di Mussolini, e dei dirigenti fascisti a lui fedeli, di costituire un Governo creando un’entità statale di nuovo conio (appunto la RSI) fu, come rilevò Renzo De Felice, l’evento scatenante della guerra civile nel nostro Paese. Le azioni resistenziali che si erano già dispiegate in forma disorganizzata fin dal 9 settembre, in assenza di tale decisione, avrebbero potuto essere classificate come parte di una guerra di liberazione nazionale contro un’illegittima occupazione straniera.

La costituzione di uno Stato fantoccio, in tutto e per tutto dipendente dalla Germania, e di fatto incapace di opporsi alle più gravi decisioni assunte dall’occupante, veniva a creare invece le condizioni perché si aprisse una lotta fra Italiani in cui si registravano tre attori diversi: i fascisti repubblichini, i partigiani e quel che rimaneva dell’Esercito regolare sabaudo, con i secondi due che fecero ben presto causa comune verso l’invasore ed i suoi manutengoli.

Anche perché, nonostante tutte le autogiustificazioni dei dirigenti sopravvissuti della RSI nel dopoguerra, non solo la Repubblica fascista fu incapace di proteggere i cittadini del territorio di sua competenza dalla prepotenza e dalla violenza tedesca, ma ne era sostanzialmente partecipe, come dimostra il fatto che in ognuna delle stragi compiute dalla Wehrmacht o dalle SS in territorio italiano furono sempre implicati esponenti della RSI, dalla razzia al Ghetto di Roma alle Fosse Ardeatine, dalla strage di Sant’Anna di Stazzema a quella di Marzabotto. Anzi, l’inizio dello stragismo nazista coincise praticamente con quello della RSI, con la strage di Boves, in provincia di Cuneo, il 19 settembre e quella dei difensori di Cefalonia quattro giorni dopo.

Soprattutto non è vero che i dirigenti fascisti, a partire dallo stesso Mussolini, fossero riluttanti ad assumere il più o meno teorico potere che i Tedeschi gli offrivano, spinti da un lato dal desiderio di vendetta contro i “traditori” del 25 luglio e dell’8 settembre e dall’altro dalla volontà di applicare finalmente i principi del fascismo senza avere l’ ostacolo della Monarchia e dei poteri ad essa legati.

Lo si vide con l’istruzione del processo – farsa ai votanti a favore dell’ ordine del giorno Grandi svoltosi a Verona nel gennaio del 1944 , conclusosi con una raffica di condanne a morte di cui ne vennero eseguite solo cinque fra cui quella, pesantissima, di Galeazzo Ciano ex Ministro degli Esteri e genero di Mussolini. Oppure, qualche mese dopo, con la condanna a morte e la fucilazione a Parma degli ammiragli Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, rei semplicemente di avere obbedito agli ordini del Governo legittimo e di essersi opposti in armi ai Tedeschi nell’Egeo.

I neofascisti hanno sempre insistito sul valore “sociale” dei principi del cosiddetto “Manifesto di Verona” adottato dal Partito fascista repubblicano (nuova denominazione del PNF) nel suo unico congresso svoltosi nella città scaligera nel novembre del ‘43, ma a parte che molte delle fumose dichiarazioni di quel testo raffazzonato rimasero sulla carta, a squalificare il manifesto nel suo congresso è il suo articolo 7 che stabilisce testualmente : “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica. “

E non si trattò in questo caso di mere (per quanto orribili) enunciazioni di principio, ma di atti conseguenti, a partire dalla requisizione di tutti i beni di proprietà degli ebrei, dalla loro reclusione in campi di concentramento e dalla nessuna opposizione al loro prelevamento da parte delle SS per venire inviati nei campi di sterminio (e che si trattasse di un viaggio senza ritorno le autorità repubblichine lo sapevano benissimo).

Certamente non tutti gli esponenti di quella che venne chiamata la Repubblica di Salò (nominativo che deriva dal fatto che in quella località sul Lago di Garda aveva sede l’Agenzia ufficiosa Stefani, che da lì datava i suoi dispacci ripresi dalla stampa italiana ed estera) erano fanatici assetati di sangue, tipo il Segretario del PFR Alessandro Pavolini o il “ras” di Cremona Roberto Farinacci o il teorico dell’antisemitismo Giovanni Preziosi.

Vi erano anche elementi moderati, come il Ministro della Giustizia Piero Pisenti, il Sottosegretario agli Interni Giorgio Pini, il Ministro dell’Educazione nazionale Carlo Alberto Biggini. Tuttavia la posizione politica di costoro appare del tutto irrealistica, animata com’era dal sogno di una “riconciliazione” fra fascismo ed antifascismo, come se fosse possibile mettere fra parentesi vent’anni di dittatura, di soprusi e di violenze e tre anni di una guerra disastrosa, e come se l’Italia potesse astrarsi da una guerra mondiale che era anche guerra ideologica e lo era, si badi bene, perché Hitler e Mussolini l’avevano concepita come tale, con tutti i suoi mostruosi risvolti.

Per certi versi era più realistica la posizione degli estremisti e dei teorici dell’alleanza ad oltranza con il nazismo, che vedevano bene come la sopravvivenza della RSI fosse legata alla sempre meno probabile vittoria finale del Terzo Reich, il quale per conto suo aveva già di fatto annesso i territori italiani del Trentino Alto Adige e della Venezia Giulia che avevano fatto parte dell’ Impero austriaco fino al 1919.

Iniziarono quindi diciannove mesi di terrore e di fame, che però furono anche mesi di sacrifico e di gloria dei combattenti per il vero riscatto nazionale, quello nella libertà e nella democrazia.