La spiritualità nelle Acli

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di Lorenzo Gaiani – 11/09/2015

La dimensione spirituale delle ACLI è quella di realizzare un percorso di familiarità con la Parola di Dio a cui il card. Martini molte volte ci ha richiamati, e che è la bussola più sicura per il discernimento nelle situazioni concrete della vita.

In una recente conversazione con alcuni dirigenti aclisti il gesuita Giacomo Costa, direttore di “Aggiornamenti sociali” ha posto alcune questioni radicali – nel senso che vanno alla radice del problema – in ordine al modo in cui è vissuta la dimensione spirituale nel nostro Movimento. E’ significativo che a stimolarci in questa riflessione sia un gesuita, se si pensa al lungo ed indefesso lavoro di riflessione su Vangelo e politica esercitato per oltre trent’anni a livello nazionale dal suo confratello padre Pio Parisi.
In sostanza padre Costa ha invitato gli aclisti a riflettere su come alla base di ogni impegno del credente vi sia la Parola di Dio, che interroga e manda: interroga, in quanto mette la persona di fronte alle domande più profonde su se stesso, sui suoi desideri e le sue aspirazioni reali, e chiede di rileggerle alla luce del Vangelo. Manda, poiché nessuno va da se stesso, ma piuttosto viene mandato a fare qualcosa. In questo senso è istruttiva la vicenda di Mosè, che coltiva nel suo cuore il desiderio di riscattare il popolo di Israele dalla schiavitù d’Egitto, ma riesce a realizzarlo quando riceve da Dio un mandato preciso. Come a dire che Dio interviene anche purificando ed indirizzando le nostre aspirazioni sulle sue strade: lo stesso Ignazio di Loyola, che da giovane aspirava ad essere un grande generale degli eserciti del Re Cattolico, scoprì successivamente di poter essere il Generale di un’altra Compagnia, al servizio – o alla maggior gloria – di un altro Re.Proverò ad articolare alcune riflessioni, partendo dal vissuto concreto delle ACLI, le quali storicamente, ed anche oggi, sono chiamate ad essere associazione di credenti che agisce nel mondo come forza di libertà e di emancipazione. Naturalmente sotto il profilo spirituale la vera emancipazione è quella dal peccato, e la libertà è quella di chi conforma la propria vita a quella di Gesù. Nello stesso tempo, il peccato ha forme molteplici, esiste un peccato individuale, su cui forse ci si è concentrati in passato, ma esiste anche un peccato sociale, e, come affermò Giovanni Paolo II nell’enciclica Sollicitudo rei socialis, poi ripresa nel Catechismo della Chiesa universale, esistono anche “strutture di peccato”, compagini sociali che per loro stessa natura sono peccaminose. Ecco quindi che aiutare le persone a liberarsi, per un movimento come le ACLI significa essere fedeli alla propria vocazione sociale nello studio e nell’azione, trovando forme e modalità sempre nuove per inverare la propria dimensione latamente politica.
Ma questo rimanda alla radice, che è quella spirituale, e per questo è necessario liberarli da una concezione puramente ritualistica della fede e della spiritualità stessa: infatti la dimensione spirituale delle ACLI è qualcosa di più profondo di mettere un momento di preghiera o una Messa all’interno del programma di un convegno. Si tratta piuttosto di realizzare quel percorso di familiarità con la Parola di Dio a cui il card. Martini molte volte ci ha richiamati, e che è la bussola più sicura per il discernimento nelle situazioni concrete della vita.

Il corollario della spiritualità è l’azione concreta, e ad essa si arriva lasciandosi interrogare duramente dalla realtà: la famosa triade “vedere – giudicare-agire” è ancora validissima, purché la vista sia limpida ed il giudizio sia basato su parametri valoriali forti. Il problema è che non basta leggere il Vangelo o le Encicliche, bisogna invece concepire l’uno e le altre come se fossero messaggi rivolti personalmente a ciascuno di noi, e diventano un metro di giudizio in primo luogo sui nostri comportamenti privati e pubblici, e di conseguenza un appello al cambiamento di noi stessi come precondizione per cambiare la società.
Anche perché è un dato di fatto che il pontificato di Francesco è per molti un elemento di liberazione nel senso evangelico della parola, ma è una libertà spiazzante, in quanto il Papa venuto dai confini del mondo non ragiona affatto secondo le nostre categorie europee e men che meno secondo quelle italiane – di quell’ambiente chiuso e ristretto che è il cattolicesimo italiano, compreso quello che riserva a sé il titolo di “democratico” – ma spalanca orizzonti nuovi chiamando appunto a libertà ma anche a responsabilità.

D’altro canto lo stesso Papa lo ha affermato il 4 settembre scorso in un discorso ai Padri di Schönstatt «Sarebbe un grave errore pensare che il carisma si mantiene vivo concentrandosi sulle strutture esterne, sugli schemi, sui metodi o sulla forma. Dio ci libera dallo spirito del funzionalismo. La vitalità del carisma si radica nel «primo amore» (cfr. Ap 2, 4). Dal secondo capitolo di Geremia: «Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza… quando mi seguivi nel deserto». Il primo amore, tornare al primo amore. Il primo amore, rinnovato ogni giorno, nella disposizione ad ascoltare e a rispondere con generosità innamorata. Nella contemplazione, aprendoci alla novità dello Spirito, alle sorprese, come tu hai detto, lasciamo che il Signore ci sorprenda e apra cammini di grazia nella nostra vita. Si opera in noi questo sano e necessario decentramento, nel quale ci facciamo da parte affinché Cristo occupi il centro della nostra vita. Per favore, siate decentrati. Mai nel centro. Il secondo pilastro è costituito dall’espressione: «tastare il polso del tempo», della realtà, delle persone. Non bisogna avere paura della realtà. E la realtà bisogna prenderla come viene, come il portiere quando tirano la palla e da lì, da dove viene, cerca di pararla. Lì ci attende il Signore, lì si comunica e si rivela a noi. Il dialogo con Dio nella preghiera ci porta anche ad ascoltare la sua voce nelle persone e nelle situazioni che ci circondano. Non sono due orecchie diverse, una per Dio e l’altra per la realtà. Quando ci troviamo con i nostri fratelli, specialmente con quelli che ai nostri occhi o a quelli del mondo sono meno gradevoli, che cosa vediamo? Ci rendiamo conto che Dio li ama, che hanno la stessa carne che Cristo ha assunto o resto indifferente di fronte ai loro problemi? Che cosa mi chiede il Signore in quella situazione? Tastare il polso alla realtà richiede la contemplazione, il rapporto familiare con Dio, la preghiera costante e tante volte noiosa, che però sfocia nel servizio. Nella preghiera impariamo a non passare alla larga di fronte a Cristo che soffre nei suoi fratelli. Nella preghiera impariamo a servire».
Il discorso è stato rivolto ai sacerdoti di una comunità missionaria, ma è veramente difficile dire che esso non tocchi da vicino anche laici impegnati nel sociale – cioè nella vita di ogni giorno – quali noi aclisti vogliamo essere. Prendiamo atto di questa sfida e raccogliamola, come tante volte abbiamo fatto nel corso della nostra storia, dando senso e significato a questo settantesimo anniversario della fondazione delle ACLI.