La strada difficile dei cattolici italiani

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E' difficile oggi definire quale debba essere il rapporto fra i credenti e la politica, quali siano le vie migliori per inverare nelle scelte concrete di ogni giorno il messaggio evangelico e le esigenze dell'insegnamento sociale della Chiesa: quel che è certo è che queste vie non tollerano scorciatoie, e la resa allo spirito di questi tempi deteriori è la scorciatoia peggiore di tutte.

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La polarizzazione in atto nell’opinione pubblica, non solo in Italia, non può risparmiare nemmeno la comunità ecclesiale, giacché i credenti, prima di ogni altra cosa, sono esseri umani immersi nella storia del loro tempo, e, per quanto essi debbano sforzarsi di ispirare la propria vita ai principi evangelici, non possono essere completamente astratti dalle passioni del loro tempo, anche le più discutibili se non degradanti.

Il problema vero è che la polarizzazione politica diventa anche polarizzazione ecclesiale, nel senso che l’esasperazione dei toni, l’unilateralità nell’approccio ai problemi, l’incapacità di riconoscere la reciproca buona fede fa sì che una serie di argomenti che toccano direttamente la vita delle persone, proprio per la loro natura potenzialmente divisiva, rimangano fuori dal discorso ecclesiastico ordinario al punto tale che la Chiesa in molte realtà è diventata quel posto in cui si parla di Dio per parlare d’altro, per evitare cioè di affrontare i discorsi scomodi, quelli che inquietano le coscienze e costringono a prendere posizione.

Se papa Francesco ha voluto incentrare, dalla sua elezione ad oggi, il suo messaggio sociale – perché le Encicliche e le Esortazioni apostoliche di questo Pontefice, in particolare Evangelii gaudium e Laudato si’ sono a tutti gli effetti parte del Magistero sociale della Chiesa, che per sua natura evolve nel tempo- su questioni come le migrazioni, i cambiamenti climatici, le disuguaglianze sociali, è perché ha preso atto come esse siano parte di quei segni dei tempi che Gesù raccomandava ai suoi fedeli di saper scrutare, ed è un dato oggettivo che il disagio sociale prodotto dalla crisi economica e la percezione dell’irruzione nello spazio geografico, culturale ed istituzionale dell’Occidente (ed in particolare dell’Europa) di persone provenienti da altre culture e tradizioni hanno fortemente inciso sul quadro sociale e politico occidentale.

Proprio per questo, la destra politica e quella ecclesiastica sembrano convergere da qualche tempo in una battaglia comune, in cui si mescolano l’intolleranza verso il diverso ed il rigetto del Concilio Vaticano II, come se le sempre più difficili mediazioni tentate dai pontificati precedenti – che volevano il Concilio ma non “troppo” Concilio- fossero definitivamente saltate, e sia aumentata la disponibilità allo sdoganamento di chi è disposto a dare un supporto tutto mondano alle istanze di una Gerarchia ecclesiastica smarrita ed incapace di affrontare le sfide della secolarizzazione, che trova nel supporto materiale nient’affatto disinteressato di alcuni poteri mondani la scialuppa di salvataggio cui aggrapparsi mancando evidentemente di fede nel Vangelo.

In effetti, la destra trumpista, orbaniana, salvinista che sembra avanzare in tutto l’Occidente e che effettivamente intercetta preoccupazioni e paure (spesso eccitate da lei stessa) di ceti popolari impoveriti, pretende dalla Chiesa una legittimazione che prescinde dal contenuto più o meno coerente con il messaggio evangelico e con la Dottrina sociale, come pure dalla credibilità personale di coloro che guidano questi partiti e movimenti politici, i quali sembrano credere che il cristianesimo si riduca al bacio della corona del Rosario o alla distribuzione forzata dei crocifissi da mettere nelle aule scolastiche.

In questo senso, la richiesta di un dialogo preferenziale con queste forze politiche rappresenta di per se stessa una resa allo spirito dei tempi, soprattutto perché è completamente disancorata da un serio discernimento rispetto a ciò che costoro realmente fanno, e soprattutto al fatto che la loro propaganda e prassi di governo è basata sull’odio, sulla discriminazione, sulla xenofobia ed il razzismo, sul dileggio nei confronti del diverso e in una prassi sociale che è totalmente proiettata sull’oggi , e per questo rifiuta ogni discorso, ad esempio, sulle questioni ambientali poiché esse – oltre a ledere gli interessi dei loro committenti (solo gli sprovveduti possono credere che vi sia un qualsiasi partito di destra che non faccia gli interessi dei ricchi)- richiedono una visione di prospettiva che implicherebbe la richiesta di sacrifici che nessuno è più disposto a fare.

Non è un caso che nella sua intervista al “Corriere della sera” comparsa il 3 novembre sia stato il card. Camillo Ruini a formulare una possibilità di apertura nei confronti di Matteo Salvini: in tal modo egli non fa che confermare una linea già iniziata ai tempi del suo proconsolato sulla Chiesa italiana, obiettivo che veniva perseguito con la retorica dei “valori non negoziabili” (giustamente Mauro Magatti ammonisce oggi i cattolici a non usare più la parola “valori”, visto l’indegno commercio che se ne è fatto e la scarsa credibilità di coloro che pretendevano di incarnarli), con la marginalizzazione di coloro che dissentivano e con la forzata ricomposizione della dialettica fra associazioni e movimenti cattolici che, dopo l’uscita di scena di Ruini, si sono afflosciate perché non erano espressione di un sentire spontaneo.

Alcuni ritengono che la sortita del card. Ruini sia finalizzata ad una sorta di normalizzazione di Salvini e della sua Lega ormai egemoni sulla destra italiana, portandole nell’ambito del PPE: sarebbe un’operazione assai avventurosa, che peraltro dovrebbe logicamente portare il capo leghista ad una sconfessione di alcuni dei cavalli di battaglia su cui ha costruito la sua prodigiosa avanzata elettorale. Soprattutto è un’operazione che -come si rilevava prima- è totalmente avalutativa rispetto a quello che Salvini concretamente dice e fa, al senso profondo del suo messaggio, a quanto esso contribuisca alla dissoluzione dei residui legami sociali all’interno della comunità civile, alla sua estraneità al messaggio evangelico.
Va poi detto che la parte più strettamente “ecclesiale” dell’intervista, sebbene il Cardinale dica ovviamente il contrario, appare come una presa di posizione negativa nei confronti di papa Francesco, relativizzandone il messaggio sui piccoli e i poveri e retrocedendo il Sinodo sull’Amazzonia a semplice fatto locale. Inoltre, Ruini è troppo esperto di comunicazione per non sapere che le sue parole sarebbero state prese come un attacco al Pontefice, cosa che è puntualmente accaduta ad opera dei giornali di destra che in questi anni al papa argentino non hanno risparmiato gli attacchi più volgari.

E’ difficile oggi definire quale debba essere il rapporto fra i credenti e la politica, quali siano le vie migliori per inverare nelle scelte concrete di ogni giorno il messaggio evangelico e le esigenze dell’insegnamento sociale della Chiesa: quel che è certo è che queste vie non tollerano scorciatoie, e la resa allo spirito di questi tempi deteriori è la scorciatoia peggiore di tutte.

Intervista al Card. Camillo Ruini di Aldo Cazzullo (Corriere della Sera, 3/11/2019)