La Voce di Assisi: una preghiera di pace

La Voce di Assisi: una preghiera di pace email stampa

949
0
SHARE

L’incontro interreligioso di preghiera per la pace, che si è svolto ad Assisi il 20 settembre su istanza di Papa Francesco, si pone in perfetta continuità con quelli promossi sempre nella città del Poverello da Giovanni Paolo II nel 1986 e 2002 e da Benedetto XVI nel 2011.
Certamente il quadro è mutato rispetto a trent’anni fa: in un mondo che viveva gli ultimi scampoli della Guerra fredda, nessuno avrebbe potuto prevedere che il tema dominante del primo ventennio del XXI secolo sarebbe stato quello di un presunto scontro di civiltà, e che la religione, che sembrava la grande sconfitta della deriva secolare del XX secolo avrebbe preso la sua rivincita.
Soprattutto nel primo decennio di questo secolo, quello dominato dalla retorica neoconservatrice, è sembrato che il revival religioso venisse a puntino per affermare una nuova ideologia reazionaria, in cui l’Islam prendeva a meraviglia il posto del Nemico Numero Uno lasciato vacante dal comunismo, e la religione, in particolare il cattolicesimo, diventava il perfetto instrumentum regni per impreziosire un discorso politico e sociale che aveva ben poco a che fare con i valori evangelici e l’insegnamento sociale della Chiesa.
Alcuni settori dell’episcopato, in particolare negli USA e in Italia, sembrarono assecondare questa deriva ideologica, ma occorre dire che tutti i Pontefici vi si sottrassero, compreso Benedetto XVI che alcuni sciagurati ignoranti cercano oggi di contrapporre al suo successore: il famoso e mal compreso discorso di Ratisbona del 2006, lungi dall’essere una chiamata alle armi contro i seguaci di Maometto, era semmai un appello alla razionalità contro la pretesa di uccidere in nome di Dio.
Papa Francesco si è quindi inserito nel solco di chi lo ha preceduto, e nei tre interventi che ha tenuto il 20 settembre ha ribadito la sua posizione su questioni controverse come la guerra, il terrorismo e l’accoglienza dei migranti. Di prima mattina, nella tradizionale omelia a Santa Marta, il Papa ha invitato a pregare «per la pace, perché il mondo è in guerra, il mondo soffre». Questa guerra, ha spiegato Francesco, «noi non la vediamo: si avvicina a noi qualche atto di terrorismo, ci spaventiamo» ed «è brutto, questo è molto brutto». Ma «questo non ha niente a che fare con quello che succede in quei Paesi, in quelle terre dove giorno e notte le bombe cadono e cadono, cadono, e uccidono bambini, anziani, uomini, donne: tutto!».
Ciò non significa, come ha rimarcato qualche astioso osservatore, che Francesco abbia dichiarato che il terrorismo è meno grave della guerra: anzi, egli lo considera parte integrante di quella “terza guerra mondiale a pezzi” che da tempo ha denunciato, e semmai costituisce un richiamo a ricordare che esiste una correlazione fra la violenza terroristica che si è dispiegata in particolare in Francia nel corso dell’ultimo anno e le guerre che distruggono vite a centinaia in Paesi lontani e che non riescono a squarciare il velo della nostra indifferenza.
Facendo riferimento alla prima lettura proposta dalla liturgia — tratta dal libro dei Proverbi (21, 1-6.10-13) — Francesco ne ha rilanciato in particolare l’espressione conclusiva: «Chi chiude l’orecchio al grido del povero, invocherà a sua volta e non otterrà risposta». E così, ha spiegato, «se noi oggi chiudiamo l’orecchio al grido di questa gente che soffre sotto le bombe, che soffre lo sfruttamento dei trafficanti di armi, può darsi che quando toccherà a noi non otterremo risposte». In questa prospettiva il Papa ha rilanciato il suo appello: «Non possiamo chiudere l’orecchio al grido di dolore di questi fratelli e sorelle nostri che soffrono per la guerra». E ha messo anche in guardia dall’idea che si tratti di discorsi che non ci riguardano: «La guerra è lontana? No, è vicinissima!» ha affermato. «Perché la guerra — ha spiegato — tocca tutti, anche la guerra incomincia nel cuore: per questo dobbiamo pregare oggi per la pace», chiedendo «che il Signore ci dia pace nel cuore, ci tolga ogni voglia di avidità, di cupidigia, di lotta».
Ad Assisi, nella Basilica inferiore di San Francesco, il Papa, tenendo una meditazione durante l’incontro di preghiera con le altre confessioni cristiane, ha definito “ fratelli e sorelle di Crocifisso” coloro che sono vittime della guerra e che debbono fuggire da essa, i quali spesso si scontrano con “il silenzio assordante dell’indifferenza, l’egoismo di chi è infastidito, la freddezza di chi spegne il loro grido di aiuto con la facilità con cui cambia un canale in televisione”.
Più tardi, di fronte ai componenti di tutte le comunità religiose presenti, il Papa ha ricordato che pace “vuol dire Perdono che, il frutto della conversione e della preghiera, nasce dal di dentro e, in nome di Dio, rende possibile sanare le ferite del passato. Pace significa Accoglienza, disponibilità. Pace vuol dire Collaborazione, scambio vivo e concreto con l’altro, che costituisce un fratello con cui provare a costruire un mondo migliore. Pace significa Educazione: una chiamata ad imparare ogni giorno la difficile arte della comunione, ad acquisire la cultura dell’incontro, purificando la coscienza da ogni tentazione di violenza e di irrigidimento, contrarie al nome di Dio e alla dignità dell’uomo.”
Come ha scritto giustamente Bernard Guetta, queste parole fanno da perfetto controcanto a quello che è il sentimento diffuso oggi nell’Occidente: la paura. “Cattiva consigliera come lo è sempre stata (anche se lo dimentichiamo ogni volta) la paura è il sentimento che accomuna gli occidentali, spaventati dal terrorismo venuto da lontano e dalla concorrenza dei Paesi emergenti che provoca la chiusura delle loro fabbriche, minaccia la loro assistenza sociale, fa aumentare la disoccupazione e intacca il tenore di vita. Lo straniero torna a essere un nemico, e la nuova estrema destra alimenta questa paura trasformandola in un cardine del dibattito politico”.
Questo è il bivio per la politica: guardare cinicamente al risultato minimo, dando voce agli imprenditori dell’odio e della paura, oppure fare lo sforzo di costruire in prospettiva, come suggerisce la voce che viene da Assisi.