
Come da tradizione alla vigilia della festa di Sant’Ambrogio, l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha tenuto il Discorso alla Città nella Basilica intitolata al patrono di Milano e della Diocesi.
La riflessione dell’Arcivescovo – pronunciata durante la celebrazione dei Primi Vespri della solennità dell’ordinazione di Ambrogio – è indirizzata in modo particolare ad amministratori pubblici, politici e responsabili del bene comune attivi nel territorio della Diocesi di Milano.
Nel messaggio alla città per la solennità di Sant’Ambrogio l’Arcivescovo di Milano mette in evidenza i molteplici significati del Giubileo che sta per aprirsi, con l’esortazione a “lasciar riposare la terra”, che riecheggia i versetti biblici che parlano del Giubileo nell’Antico Testamento.
«Questo invito – commenta Delfina Colombo presidente delle Acli Milanesi – viene declinato da Mons. Delpini in molti modi possibili, a partire dalla giusta constatazione della “stanchezza” che è diffusa nella nostra società: la stanchezza che deriva da un lavoro frenetico e che spesso non basta per vivere, la stanchezza di famiglie in cui i legami vengono messi in discussione dalla frenesia del vivere moderno, la stanchezza di una politica fatta e di perlopiù di battibecchi e di chiacchiere senza sostanza, che poi produce il risultato di un’inarrestabile disaffezione al voto. Ma anche la stanchezza di una città sempre più costosa, affannata, vittima di ripetuti disastri che potrebbero essere evitati con maggiore previdenza, le cui periferie si sentono abbandonate.
Il Giubileo che inizierà la notte di Natale, ci dice il nostro Arcivescovo, potrà essere l’occasione per dare sollievo a questa stanchezza, condonando i debiti dei poveri e spingendo i ricchi ad onorare i propri verso i lavoratori, verso il fisco, verso l’ambiente, e requisendo e mettendo al servizio dei cittadini le ricchezze ingiuste che vengono dal malaffare».
Come ACLI ci sentiamo in particolare sollecitati da tre aspetti sottolineati dall’Arcivescovo come via d’uscita alla stanchezza della città: la dimensione educativa, quella socio-sanitaria, quella della pace.
«Sul primo aspetto – spiega Delfina Colombo – le ACLI milanesi sono impegnate da anni nell’ambito formativo, compresa la formazione professionale, così importante oggi per la qualificazione e riqualificazione professionale, e in una serie di progetti orientati all’intervento in realtà complesse, a partire dalle scuole di italiano per stranieri. Si tratta forse di piccoli contributi, ma essi rientrano in quella prospettiva di cura delle piaghe della città per le quali mons. Delpini auspica che “si dia sollievo a operatori stanchi con riconoscimenti più concreti, con simpatia e stima più evidenti, con una semplificazione della burocrazia.”
Nella prospettiva socio-sanitaria le ACLI sono intervenute nel corso di questi anni per analizzare e denunciare le problematiche che nel corso degli anni si sono verificate a danno dei cittadini utenti, peggiorando la loro condizione e rendendo a volte difficile potersi curare in assenza di risorse economiche, così che viene vanificato il precetto costituzionale delle cure sanitarie per tutti. Lo rileva l’Arcivescovo, esortando a “non dimenticare le cause sociali della malattia, prediligendo i più fragili, perché non ricevano solo risposte emergenziali ma anche di prevenzione e cura nella cronicità e progettando interventi incentrati sull’equità e sulla partecipazione dei tanti soggetti diversi, pubblici e privati, istituzionali e informali, sociali e sanitari perché siano armonizzati in un’unica responsabilità pubblica capace di raggiungere tutti.” Una società che non sa curare è una società malata, e questo è uno dei tasselli di una crisi sociale che non riguarda solo Milano ma tutta l’Italia e l’Europa».
Sulla questione della pace – afferma la presidente delle Acli – le ACLI hanno imperniato la loro stagione congressuale appena conclusa, poiché essa in questo momento è un problema politico primario, che non riguarda solo i mille teatri di guerra che affliggono il mondo, ma attraversano anche la nostra realtà sociale, che non riesce ad uscire dallo schema amico/nemico e che dimostra di avere bisogno “di una cultura di pace che rilegga la storia e ne impari la lezione: la guerra è sempre una sconfitta, una sciagura per vincitori e vinti, scatena sempre reazioni e vendette che producono frutti avvelenati”. Per questo è necessaria un’educazione alla pace intesa come “un’alleanza educativa che sappia coinvolgere famiglie, espressioni aggregative della società civile, della comunità cristiana, delle confessioni cristiane presenti nel territorio, dei fedeli di tutte le religioni” e che serva a “rimuovere le cause dei conflitti che si annidano nelle ingiustizie, nelle violenze, nella corruzione, nell’abuso dell’ambiente, nella disumanizzazione del nemico.”
Le parole del nostro Vescovo – conclude Colombo – ci guidano verso questo Giubileo come verso un’occasione di riscoperta della nostra umanità più profonda nella fede in Cristo ed in cammino con tutte le persone di buona volontà, cercando di costruire una società a misura della dignità umana, in particolare di quella dei piccoli, dei poveri e dei dimenticati».











