L’attualità di Giorgio La Pira in un mondo in cerca di pace

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(foto Chiesadimilano.it) Lo scorso 7 febbraio in Sala Alessi il Convegno sull'attualità di Giorgio La Pira in un mondo in cerca di pace

Il motto di san Paolo, spes contra spem (Rm 4,18), “la speranza contro ogni speranza”, può essere ritradotto nel nostro tempo con le parole “essere speranza per dare speranza”. Giorgio La Pira scelse questo passo per ispirare e raccontare il suo impegno per la pace, mentre Aldo Moro considerava la speranza “la certezza delle cose future” e la consapevolezza che c’è sempre un “più di vita” nelle crisi personali e sociali. Entrambi sono stati testimoni di speranza, ma ogni stagione politica distingue coloro che sperano da quelli che disperano

(Francesco Occhetta)

La Pira è stato il primo Presidente delle Acli di Firenze.

Ritengo importante diffondere il pensiero e l’opera del Sindaco Santo non solo per far conoscere l’originalità della sua persona ma per farci interrogare e provocare dalla sua azione e testimonianza di laico cristiano impegnato nella storia, soprattutto rispetto alle generazioni più giovani, per trovare qualche punto fermo per il presente e soprattutto per la costruzione del futuro.

Testimone esemplare del Vangelo nel secolo “breve”, fu professore di diritto romano, antifascista, membro dell’Assemblea Costituente, viceministro al Ministero del lavoro, Sindaco di Firenze, grande operatore di pace in un periodo caratterizzato della guerra fredda, in un mondo contrapposto in blocchi rigidamente divisi e con il rischio di una imminente e possibile terza guerra mondiale.

Oggi noi viviamo in un contesto storico molto diverso da quello in cui visse La Pira, per tanti aspetti positivi ma per altri tragici e inquietanti, dove  una fase di globalizzazione in crisi ripresenta fratture e contraddizioni che pensavamo definitivamente superate: una guerra nel cuore dell’Europa, un conflitto sanguinoso nel Mediterraneo, punti di frizione che possono diventare incandescenti tanto da far dire a Papa Francesco che nei giorni nostri  si sta combattendo una “terza guerra mondiale a pezzi”. In questo contesto la guerra sembra tornata ad essere la prima opzione per la soluzione dei conflitti internazionali.

La Pira operatore di pace: “spes contra spem”.   

Tutta la sua vita è stata segnata da questo tratto caratteristico, quasi identitario, della sua personalità: essere operatore di pace. Un operatore (agente) di pace che non evita i conflitti ma ci sta dentro, li assume praticando scelte di non violenza. Un uomo che cerca di costruire il dialogo con tutti.

A questo riguardo un episodio della sua vita mi sembra significato richiamare perché ci dà il senso della sua capacità di dialogo: i suoi viaggi in Russia in piena guerra fredda (il primo è del 1959) oltre la Cortina di Ferro anche se fortemente criticato e osteggiato.  Di fronte all’ateismo di Stato russo, La Pira non tiene un atteggiamento di scandalo o di condanna, ma di dialogo e di accettazione della posizione non credente. Propone ai suoi interlocutori un’ipotesi di grande realismo politico: «La guerra nucleare significa la fine del pianeta. Né vincitori né vinti. Siamo destinati a convivere». Il suo stile è quello della fiducia nell’interlocutore (“homo hominis amicus” non “homo hominis lupus”), decidendo di intervenire in modo personale e creativo nella realtà per affrontare i conflitti senza prevaricazione e guerre, facendo leva sulle risorse delle persone e dei popoli. La pace è il prodotto della collaborazione di tutti. «Costruire insieme la città della pace…la Gerusalemme nuova…credenti e non credenti… partire dunque tutti per la costruzione di un mondo nuovo».

Oggi vengono a mancare del tutto luoghi di mediazione ma è decisivo “non disperare” e osare la pace con creatività, assumendosi il rischio di non venire compresi e accusati di tradimento.     

La Pira e la sua profezia di dialogo interreligioso.

Nel 1958 La Pira organizza a Firenze il primo dei Colloqui Mediterranei come occasione di conoscenza e dialogo tra il mondo cristiano, quello ebraico e mussulmano. Un bisogno allora urgente, oggi assolutamente determinante per il futuro dell’umanità. Nessuno allora poteva immaginare lo scontro di civiltà. La Pira con l’iniziativa dei Colloqui mediterranei mostrava la capacità di indovinare il senso profondo che a suo avviso avrebbe avuto fin da allora una riconciliazione tra le grandi religioni monoteiste presenti nel Mediterraneo anche ai fini della pace e della creazione di un nuovo ordine internazionale. E anche qui, come in tanti episodi della sua vita, possiamo cogliere la forza profetica di questo testimone. La Pira era infatti convinto, ancor prima del Concilio, che nella visione ultima della storia c’era l’unificazione del genere umano. Il padre Abramo era per lui il punto essenziale della storia in cui si realizza l’alleanza tra Dio e il popolo. Per La Pira il Mediterraneo era “il lago di Tiberiade” non un mare di divisione e di lotta.

La Pira è colui che prepara la strada allo sguardo che papa Francesco ci chiede di assumere nella sua lettera enciclica Fratelli tutti: incontrarsi e riconoscersi uguali diritti per vivere una vita libera e dignitosa.

La Pira era consapevole che molte volte nella storia, le religioni sono state causa e pretesto di divisioni, ma era profondamente convinto che la fede unisce e permette di vivere da fratelli.

Nella rielaborazione che La Pira fece di una serie di conferenze, articoli, saggi e che  fu pubblicata nel 1945 a due mesi dalla fine della guerra, con il titolo “ La nostra vocazione sociale”, chiarisce molto bene il senso dell’impegno laicale in una prospettiva cristiana per la pace e l’amicizia tra i popoli: «La nostra vocazione non è neanche sacerdotale: siamo dei laici: cioè delle creature inserite nel corpo sociale, poste in immediato contatto con le strutture della città umana: siamo padri di famiglia, insegnanti, operai, impiegati, industriali, artisti, commercianti, uomini politici, agricoltori e così via; il nostro stato di vita ci fa non solo spettatori ma necessariamente attori dei più vasti drammi umani. Che c’è da fare? C’è da trasformare in senso cristiano tutti i vastissimi settori dell’azione umana che sono in parte sottratti all’influenza della grazia di Cristo…Bisogna lasciare, pur restandovi attaccato col fondo dell’anima, l’orto chiuso dell’orazione; bisogna scendere in campo; affinare i propri strumenti di lavoro: riflessione, cultura, parola, lavoro, ecc., altrettanti aratri per arare il campo della nuova fatica, altrettante armi per combattere la nostra battaglia di trasformazione e di amore»