Le primarie della maturità

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Milano (foto di Fabio Pagani)

Lo strumento delle elezioni primarie nel nostro Paese si applica alla designazione dei candidati di un partito (generalmente il PD) o di uno schieramento (generalmente il centrosinistra) ad una carica monocratica elettiva come quelle di Sindaco e Presidente di Regione e (impropriamente ma inevitabilmente) anche di una non direttamente elettiva come quella di Presidente del Consiglio dei Ministri. Naturalmente il passaggio brusco dagli accordi fra partiti ad una designazione diretta da parte di elettori potenziali non necessariamente iscritti ai partiti stessi, ed anzi nella maggioranza dei casi non aderenti ad alcun partito ma genericamente di area, ha creato all’inizio alcuni problemi, soprattutto in ordine alla difficoltà a trovare un criterio comune per la definizione di alcuni aspetti – il registro degli elettori, la possibilità di accesso al voto per stranieri extracomunitari e sedicenni (ossia persone che in ogni caso non potrebbero votare alle elezioni vere), il turno unico o il doppio turno…- che spesso sono stati risolti a livello locale in modo empirico ma che hanno anche portato a gravi incidenti politici come nello scorso anno in Liguria, quando la slealtà di Sergio Cofferati e della cosiddetta sinistra radicale nei confronti della candidata risultata vincente alle primarie per la Regione portarono all’inaspettata vittoria della destra qualche mese dopo.

A Milano le elezioni primarie erano state rese necessarie dalla scelta, ancora per molti versi incomprensibile, del Sindaco uscente Giuliano Pisapia – annunciata ormai quasi un anno fa- di non ricandidarsi per un secondo mandato. L’annuncio di Pisapia arrivava un anno prima delle elezioni e soprattutto pochi mesi prima dell’apertura di Expo 2015, la grande manifestazione internazionale ereditata dalla Giunta precedente e che, dopo ritardi e scandali di varia natura, avrebbe dovuto essere il simbolo della nuova stagione di Milano.

Proprio Expo ha rappresentato una straordinaria vetrina di visibilità per Giuseppe Sala, che aveva assunto la guida della società organizzatrice di Expodopo una lunga carriera aziendale (Pirelli, TIM, Nomura Bank) e da civil servant (Direttore generale del Comune di Milano su nomina del Sindaco Moratti nel 2009 e, dal 2010 al 2012, Presidente di A2A, l’azienda pubblica lombarda di energia e servizi). In Expo Sala assommava l’incarico di amministratore delegato della società organizzatrice e, dal maggio 2013, su nomina dell’allora premier Enrico Letta, di commissario unico del Governo per la realizzazione dell’evento. Fra molte difficoltà e alcune inchieste giudiziarie, che non lo hanno mai toccato direttamente, Sala è riuscito a raddrizzare la barra di un evento che pareva ormai destinato alla deriva, assumendo rapidamente un profilo pubblico positivo e stabilendo un rapporto ferreo con il nuovo Capo del Governo Matteo Renzi e con il Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, che dell’ Expo era il diretto responsabile visto che il tema della manifestazione era quello dello sviluppo alimentare.

 

Nel giro di pochi mesi dall’ ufficializzazione del rituro di Pisapia – accompagnato dall’uscita di un controverso libro di memorie politiche in cui non venivano risparmiate critiche a componenti della sua stessa Giunta- giungevano le candidature di esponenti del PD come l’Assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino ed il deputato Emanuele Fiano, che di fatto implicavano l’inevitabilità del ricorso alle elezioni primarie. Nello stesso tempo, cresceva anche la convinzione che Sala si sarebbe candidato con la benedizione di Renzi, convinto che il profilo del manager di Expo sarebbe stato l’ideale per garantire la continuità del governo di centrosinistra, sia pure con un taglio politico diverso rispetto a quello dei cinque anni di Pisapia.

Naturalmente questo metteva in fibrillazione la sinistra interna ed esterna al PD, e Rifondazione comunista si chiamava senz’altro fuori dalla coalizione e dalle primarie, mentre Fiano ritirava la sua candidatura per appoggiare Sala e Pisapia, dopo aver contrattato con Renzi l’equidistanza formale del Segretario/Premier dalla contesa milanese, candidava all’ultimo momento Francesca Balzani, Vicesindaco con delega al bilancio, genovese sposata con un milanese, già assessore nel capoluogo ligure e poi europarlamentare del PD per approdare infine a Milano come assessore nel 2013, dopo la rielezione al Parlamento di Bruno Tabacci, e poi come vicesindaco dopo le dimissioni improvvise di Ada Lucia De Cesaris.

L’idea era quella di un fronte comune delle forze di sinistra interne ed esterne al PD per contrastare Sala percepito come uomo di destra – cosa che il manager ha sempre smentito- e, soprattutto, come uomo di Renzi, il quale tuttavia si era abilmente sfilato dalla contesa meneghina. Solo che Majorino, essendosi candidato per primo, non desiderava in alcun modo cedere il passo all’ultima arrivata, tenendo conto delle non lievi differenza fra le loro impostazioni programmatiche, e subendo per questo sgradevoli attacchi personali da parte di alcuni settori politici e mediatici.

Il risultato finale è noto: alle primarie del 6 e 7 febbraio hanno partecipato 60.634 votanti e Sala risulta il vincitore con 25.600 voti pari al 42%, superando gli altri tre candidati, Francesca Balzani (20.516 voti, 34%), Pierfrancesco Majorino (13.916 voti, 23%) e il direttore generale di UISP Milano, Antonio Iannetta (443 voti, 1%).

La vittoria di Sala è stata netta, anche se non schiacciante, e in ogni caso segna una raggiunta maturità dello strumento delle primarie, tenuto conto che quelle che designarono Pisapia cinque anni e mezzo fa videro la partecipazione di circa 67mila persone : si tratta quindi di un dato sostanzialmente stabile, che ha visto la messa in opera di una macchina rodata basata quasi esclusivamente su lavoro volontario.

Naturalmente molti commentatori si interrogano sul senso politico del voto dello scorso finesettimana, dal momento che ad alcuni è piaciuto definire la realtà milanese come il “villaggio di Asterix”, ossia l’ultima ridotta della sinistra di fronte allo strapotere renziano. Le realtà è un po’ diversa, a meno di non voler aderire alla vulgata un po’ mielosa della “rivoluzione arancione” del 2011 come manifestazione del saldarsi dell’iniziativa dal basso di movimenti ed associazioni che si saldava con le forze della sinistra radicale sotto una leadership illuminata.

In realtà la candidatura di Pisapia era nata dall’intuizione di alcuni settori della borghesia intellettuale e delle professioni milanese – sotto la guida sagace di Piero Bassetti- ormai consci dell’esaurimento del modello berlusconiano fra scandali ed incapacità amministrativa e della necessità di un cambio di mano che garantisse un approccio meno muscolare e più ragionato ai problemi amministrativi. Quanto al movimento arancione, esso si è progressivamente esaurito, ed alla fine si è ridotto ad una specie di inner circle del Sindaco che è quello, fra l’altro, che ha partorito in ritardo l’idea della candidatura Balzani utilizzando i suoi notevoli agganci nel mondo dei media per attaccare Sala come “estraneo” al centrosinistra e Majorino “reo” di non essersi ritirato a favore del Vicesindaco.

La vittoria di Sala in questo senso rappresenta una ripresa di responsabilità delle forze politiche ed in particolare del Partito Democratico e del gruppo che lo guida a livello milanese e regionale – renziani “della prima ora”, Areadem e il gruppo ex bersaniano del Ministro Martina, grande sponsor dell’ uomo di Expo- nel senso che la relativa estraneità del candidato all’attività politica renderà necessaria l’organizzazione di una squadra di Giunta e di Consiglio autorevole e competente, in cui abbiano spazio ovviamente anche gli sconfitti delle primarie.

Ovviamente ora si apre la fase più complessa, quella delle elezioni vere e proprie che si terranno a giugno, in attesa di conoscere il nome del candidato della destra e di misurare quanto ancora valga il voto di protesta dei Cinquestelle : soprattutto la proposta politico – amministrativa di Sala dovrà tenere insieme la tradizionale dimensione cittadina milanese con la prospettiva metropolitana fin qui largamente negletta.

Lorenzo Gaiani*
sindaco di Cusano Milanino