Le ragioni di uno sviluppo equo e sostenibile

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di Paolo Petracca – 28/02/2014

Confesso che ho “la colpa” di pensare ancora che le idee di giustizia sociale e salvaguardia del creato che animarono (25 anni fa) la prima assemblea ecumenica delle chiese cristiane del Vecchio Continente, presieduta dal Cardinal Martini, debbano ancora essere elementi costitutivi dell’Europa che vogliamo. Mi accorgo che forse a pensarla ancora così oggi si rischia di essere collocati a sinistra dei socialisti e democratici e sinceramente fatico a farmene una ragione. E chi mi conosce può immaginare quanto ciò possa “far piacere” ad una persona riformista, costruttiva ed amante di coloro che hanno il coraggio di governare, come prova ad essere il sottoscritto. A farmi accorgere con grande evidenza di tutto ciò è stata la scrittura di un articolo un po’ singolare, da me curato un paio di mesi fa, (pubblicato su “Progettare e Dirigere” 1-2014) nel quale ho voluto rendere omaggio ad uno dei più “brillanti allievi” di Adriano Olivetti.
A “pezzo” pubblicato ho appreso dai giornali la notizia della nascita, anche in Italia, della lista “Tsipras – presidente della Commissione europea”, il cui manifesto programmatico è stato redatto con la decisiva collaborazione del grande sociologo torinese. Ciò che domando a voi lettori è di aiutarmi a comprendere se e perché sto sbagliando nelle considerazioni (forse un po’ trancianti e semplificate) di questa introduzione e dove e perché dovesse sbagliare il noto columnist di Repubblica nelle proposte per uscire dalla crisi, nel segno di uno sviluppo equo e sostenibile. Insomma intenderei, mettendo in evidenza questo mio “incidente intellettuale”, aprire un dibattito su quali proposte dovremmo sostenere come Acli per tradurre gli input dell’insegnamento sociale della Chiesa e/o del capitolo secondo dell’
Evangelii Gaudium in proposte serie ed efficaci di politica economica, domestiche e per l’Unione.
Buona lettura.

In modo un po’ provocatorio voglio provare a ricostruire le dimensioni e le ragioni della ancora gravissima crisi nella quale ci troviamo e ad esporre una possibile “cura europea ed italiana”. Per far questo avrei potuto provare una sintesi di molti dei miei articoli di questi anni, ricorro invece, per dare più autorevolezza alle mie argomentazioni, ad una lecita e un po’ sfrontata operazione di “taglia e incolla ragionato” di testi di Luciano Gallino, studioso lucido e rigoroso nell’analisi e nei suggerimenti di policy di stampo keynesiano.
Il tentativo è quello di “ridurre” letture molto corpose, tecniche e ricche di particolari con lo scopo di renderle fruibili al “grande pubblico” e di provare promuovere una discussione.

Le vittime della crisi (1)
A causa dei difetti strutturali del sistema finanziario, connessi a quelli del sistema produttivo, a creare e aggravare i quali il personale politico ed economico ha contribuito in modo diretto e indiretto – nel secondo caso per la palese incapacità di affrontare la situazione soprattutto in tema di occupazione –, la crisi iniziata nel 2007 ha devastato l’esistenza di un’immensa quantità di persone nei soli Paesi sviluppati. Quale che sia l’indicatore considerato, coloro alla cui drammatica situazione esso rimanda si contano sempre a milioni. A milioni hanno perso il lavoro e stentano a ritrovarlo: su 36 Paesi sviluppati, a fine 2011 soltanto 6 facevano registrare un tasso di occupazione uguale o più alto a quello del 2007. In tutti gli altri risultava diminuito, e l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) stima che ben difficilmente esso tornerà ai livelli pre-crisi prima della fine del 2016 e oltre – una previsione che a fine 2013 appariva oramai troppo ottimistica. Sommando i disoccupati che cercano attivamente lavoro a quelli che hanno smesso di cercarlo dopo troppi tentativi andati a vuoto, si tratta di 50 milioni di persone, divisi pressappoco a metà fra Stati Uniti e Unione europea. L’Oil ha stimato che nel 2012 il 40 per cento dei disoccupati fosse senza lavoro da oltre un anno. Nella sola Ue a 27, Eurostat stimava che a febbraio 2013 i disoccupati fossero oltre 26 milioni; nel 2000 erano meno di 20. Si aggiunga che il rovescio positivo del tasso di disoccupazione, la quantità di occupazione che ancora rimane, nasconde il peggioramento della qualità di quest’ultima. Infatti quasi tutti i Paesi sviluppati hanno ridotto negli ultimi anni i dispositivi a protezione del lavoro a tempo indeterminato, per cui molti, i giovani e anche i meno giovani, hanno trovato lavoro solo accettando contratti di breve durata e sottopagati, quelli che caratterizzano l’universo dell’occupazione precaria. L’elenco dei costi sociali della crisi comprende ovviamente altre voci. I tassi di povertà sono aumentati quasi ovunque. A fine decennio i poveri erano 50 milioni negli Stati Uniti (un sesto della popolazione), e 6-7 milioni in Spagna, in Italia, nel Regno Unito. Altri dati sono stati diffusi da Eurostat a fine 2012. Nel 2011 si annoveravano, entro la Ue a 27, 120 milioni di persone, un quarto della popolazione, a rischio di povertà o di esclusione sociale.

Perché l’UE appare impotente di fronte al finanzcapitalismo?(2)
Anzitutto perché non ha ancora alcuna istituzione che svolga qualcosa di simile alle funzioni di un governo centrale democraticamente eletto e riconosciuto dalla maggioranza dei suoi cittadini. Di conseguenza ciascun Paese pensa per sé. A ciò contribuisce pure lo strapotere del sistema finanziario internazionale, in assenza di qualsiasi riforma che sappia arginarlo. Inoltre, se si guarda ai singoli Paesi, i partiti al potere hanno un orizzonte decisionale di pochi mesi, ovvero pensano soprattutto alle prossime elezioni, mentre dovrebbero ragionare su un arco di più anni.
Peraltro l’impotenza deriva anche da una diagnosi sbagliata – quando non sia volutamente artefatta – delle cause della crisi di bilancio. Quest’ultima viene concepita come se derivasse da un eccesso di uscite generato dai costi dello stato sociale, laddove si tratta in complesso di un calo delle entrate che dura da oltre un decennio. Esso è stato causato da diversi fattori: i salvataggi delle banche, che solo nel Regno Unito e in Germania sono costati un paio di trilioni di euro; le politiche di riduzione dell’onere fiscale concesse ai ricchi, che hanno sottratto centinaia di miliardi ai bilanci pubblici (in Francia, ad esempio, tra i 100 e i 120 miliardi nel decennio 2000- 2009); infine il fatto che grazie alle delocalizzazioni le corporation pagano le imposte all’estero, dove tra l’altro sono minime, e non nel paese d’origine. Ora se un governo è ossessionato dall’idea che il deficit sia dovuto unicamente a un eccesso di spesa sociale punta a tagliare quest’ultima, cercando però al tempo stesso di evitare ricadute negative in termini elettorali, e per la medesima ragione si rifiuta di accrescere le entrate alzando le imposte ai benestanti, o alle imprese delocalizzate. È ovvio che non fa differenza se quel governo sa benissimo che la diagnosi è errata, ma la abbraccia per soddisfare le forze economiche cui ritiene di dover rispondere. In ambedue i casi il risultato sono manovre che “picchiano” soltanto sui più deboli, mentre le radici reali della crisi non sono nemmeno intaccate.

Un New Deal per l’Italia (3)
In Italia, ci sono circa quattro milioni di persone fra disoccupati e non occupati. Di conseguenza, una ricchezza pari a decine di miliardi l’anno non viene prodotta e non diventa domanda, commesse per le imprese, consumi. Il risultato è che la disoccupazione crea disoccupazione.
Con il New Deal [rooseveltiano, N.d.R.], lo Stato si è impegnato a creare direttamente occupazione e in alcuni mesi furono assunti milioni di persone. Il dissesto idrogeologico riguarda più di un terzo del Paese. È un campo in cui i soldi si trovano sempre a posteriori, quando sono stati distrutti o allagati interi quartieri o quando ci sono frane, morti. Allora sì che si trovano i miliardi per riparare i danni. Sarebbe meglio spenderli prima, oculatamente, in opere da individuare. Il 48% delle scuole italiane non ha un certificato che assicuri che l’edificio è a norma dal punto di vista della sicurezza statica. È possibile che i ragazzi italiani vadano in scuole metà delle quali non è a norma dal punto di vista della sicurezza? Non si tratta di pavimenti sconnessi o rubinetti che perdono, o servizi inadeguati, ma di muri, tetti, fondamenta, che bisognerebbe rivedere e rimettere a norma. Il degrado del nostro immenso patrimonio culturale è per molti aspetti sotto gli occhi di tutti. Negli anni si è puntato a migliorare i punti di ristoro nei musei, insistendo sulla fruibilità da parte di pubblici sempre più vasti, invece di intervenire sulla catalogazione digitale, sulla tutela effettiva, sulla custodia. Un’azione mirata può creare centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Sviluppo sostenibile e intervento pubblico
Il modello produttivo attuale è finito nell’estate del 2007. È impensabile che i posti di lavoro che si sono persi in questi anni siano ricostituiti, ripercorrendo lo stesso modello produttivo. Processi come l’automazione e la razionalizzazione hanno soppresso quote impressionanti di posti di lavoro e molte imprese si dirigono sempre di più verso Paesi in cui i salari, le condizioni ambientali o fiscali sono più favorevoli. Occorrerebbe pensare a forme di ecoindustria, cercando di evitare errori e compromessi che hanno, in alcuni casi, caratterizzato lo sviluppo di nuovi settori, come ad esempio si è visto con la creazione di parchi eolici. Una riconversione che riguarda anche l’agricoltura. Anche qui, l’epoca in cui la lattuga del Cile o i pomodori di un altro Paese facevano 10 o 20 mila km prima di arrivare sulla tavola di qualcuno probabilmente è finita. Il costo dei carburanti, degli aerei e della logistica stanno in qualche modo imponendo forme di consumi agricoli, consumi alimentari che non saranno a km zero, ma certamente non a km 10 mila o 20 mila, come è stato invece per molti anni. Il ministero dell’agricoltura dovrebbe occuparsi della riduzione dei km che pomodori, lattuga e formaggi e altro percorrono prima di arrivare sulle nostre tavole. So che a molti sale la temperatura quando sentono parlare di Stato che occupa le persone. Bisognerebbe creare un’agenzia centrale che determina i limiti e che incassa i soldi da varie fonti, magari appunto dallo Stato stesso o da una rivisitazione degli ammortizzatori sociali. L’assunzione diretta può essere affidata ai “territori”, al non profit, al volontariato, ai servizi per l’impiego, alla miriade di entità locali, comprese piccole e medie imprese. Una miriade di rapporti e documenti testimoniano che, se voglio creare un posto di lavoro, è molto più conveniente dare mille euro al mese a uno che lavora piuttosto che trasformarli in sconti fiscali, contributi alle imprese, nel caso assumano qualcuno. L’assunzione diretta ha un effetto immediato sulla persona e sull’economia, perché il giorno dopo che ho versato a qualcuno mille euro di stipendio, quello li spende contribuendo così al lavoro di qualcun altro. L’incentivo all’impresa, lo sgravio fiscale, la riduzione del cuneo fiscale e altre cose del genere hanno, invece, effetti molto più ritardati.

Come finanziare le misure proposte
Per capirlo, bisogna ragionare su vari aspetti. Innanzi tutto il ruolo della Banca Centrale Europea. Noi non disponiamo di una moneta sovrana, dipendiamo da una moneta che per certi aspetti è una moneta straniera. Non vuole essere una polemica contro l’euro, perché le polemiche contro l’euro sono semplicemente idiote e non vorrei minimamente essere accostato a quelle. Resta, però, il fatto che, mentre la Federal Reserve può creare quanto denaro vuole, noi non possiamo prendere in prestito soldi direttamente dalla Banca centrale per creare occupazione. Tra il novembre 2011 e il febbraio 2012, la BCE ha prestato alle banche 1.100 miliardi di euro, con un interesse dell’1%. E li ha prestati senza chiedere nulla. Alla fine, si è scoperto che soltanto un rivoletto di quei 1.100 miliardi è finito alle imprese, al lavoro, all’economia reale; è davvero politicamente impossibile pretendere in sede europea che la BCE presti soldi soltanto se questi vengono destinati, attraverso le banche, all’economia reale e se le imprese e le società non profit che li prendono a prestito firmano l’impegno scritto di creare occupazione? Un altro aspetto importante riguarda la cassa integrazione. La cassa integrazione ha superato il miliardo di ore. È denaro che è sacrosanto spendere per sostenere le famiglie, per porre un argine alla disperazione. Tuttavia, invece di pagare 750 euro al mese con il vincolo di non fare nessun altro lavoro, si potrebbe pensare di aggiungere 300/400 euro a quei 750 e convertirli, così, in un salario pagato dallo Stato: lo scopo sarebbe quello di far assumere da imprese non profit, imprese private, servizi per l’impiego, comuni e regioni le persone in cassa integrazione che sono disposte a fare altri lavori. In questo modo, si produrrebbe ricchezza e molti soggetti da passivi diverrebbero attivi. Pensiamo ai benefici economici che si genererebbero attraverso i cosiddetti moltiplicatori. Le risorse potrebbero essere ricavate, poi, dal rivedere spese apparentemente insensate. L’idea di comprare un cacciabombardiere, che pare pure pessimo dal punto di vista strategico e militare, impegnando circa 15 miliardi, a fronte dello scandalo disoccupazione, a me pare uno scandalo per certi aspetti altrettanto grave.

Affermare la cultura della legalità
Infine, sul piano del fisco, non si può prescindere dall’economia sommersa. L’economia sommersa c’è da ogni parte, ma in Francia, Germania, Gran Bretagna, è tra il 5 e il 10% del Pil, mentre in Italia è al 22% del Pil. Tra l’altro, con la crisi, i tagli alle pensioni e le riforme cosiddette del mercato del lavoro, l’economia sommersa ha fatto ulteriori passi avanti e fornisce incentivi molto convincenti a chi deve fare i conti con ogni singolo euro per arrivare alla fine del mese. Ridurre l’economia sommersa al livello di Francia o Germania significherebbe, per lo Stato, incassare almeno 60 o 70 miliardi l’anno di maggiori imposte di vario genere, dall’Iva alle imposte dirette.

Note

  1. Il testo di questo “capitoletto”, ad esclusione del titolo, è tratto dall’introduzione del libro del 2013 dal titolo clamoroso “Il colpo di Stato di banche e governi. Attacco alla democrazia in Europa”, di Luciano Gallino, edito da Einaudi. Ai lettori più attenti mi permetto di consigliare la lettura integrale del volume, particolarmente rilevante a mio avviso nella pars construens, contenuta negli ultimi capitoli, con la quale pochi autori “progressisti”, di questi tempi, provano a cimentarsi.
  2. Il testo di questo “capitoletto”, ad esclusione del titolo, è tratto dall’intervista del 26/9/ 2011 a Luciano Gallino pubblicata su www.sbilanciamoci.info.
  3. Questo e i successivi “capitoletti”, ad esclusione dei titoli, sono invece tratti dall’intervista al professor Gallino del 16.2.2013, anch’essa concessa a www.sbilanciamoci.info.