L’esperienza Jobs Act: risultati e problemi

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Un momento dei lavori del Convegno

Il convegno dello scorso 22 ottobre di valutazione del Jobs Act ha rappresentato un’occasione preziosa di verifica delle norme che regolano il mercato del lavoro a circa un anno e mezzo dalla loro introduzione.

I relatori intervenuti, introdotti e coordinati da Sandro Antoniazzi, si sono dimostrati oltre che estremamente qualificati anche molto chiari.

Il sottosegretario Carlo Dell’Aringa e il prof. Tiziano Treu, già Ministro del Lavoro hanno seguito un approccio rigoroso partendo dalla considerazione condivisa che le regole del mercato del lavoro, per essere valutate correttamente, richiedano un periodo medio-lungo e che comunque incidono in minima parte sull’andamento dell’occupazione. Questa è invece condizionata prevalentemente dall’andamento dell’economia e, nel caso specifico dell’anno e mezzo appena trascorso, dagli incentivi fiscali introdotti dal governo per agevolare le assunzioni. Sono questi fattori ad aver determinato una crescita dell’occupazione, soprattutto quella dei contratti a tempo indeterminato (circa 700.000 nuovi contratti dal gennaio 2015 all’agosto 2016, secondo l’INPS). Di qui il calo di assunzioni registrato nel 2016 rispetto all’anno precedente, anche per la crescita economica ancora stentata. Secondo Dell’Aringa, con questo andamento economico del paese, la prospettiva di togliere del tutto gli incentivi fiscali alle assunzioni nell’arco del triennio, potrebbe avere effetti molto negativi. Dell’Aringa ha evidenziato i risultati positivi ottenuti sull’occupazione, anche considerando un leggero incremento delle cessazioni negli ultimi mesi. Tornando alle norme introdotte dal Jobs Act Dell’Aringa e Treu ritengono che rappresentino la via italiana alla flexicurity ed abbiano determinato una flessibilità utile per lo sviluppo delle imprese e fornito loro maggiori certezze sulle modalità di risoluzione dei contratti.  Positiva anche la loro valutazione sulla revisione degli ammortizzatori sociali che hanno ampliato la platea dei beneficiari anche se ridotto la durata. Certo la maggiore flessibilità in uscita, ottenuta con la revisione delle norme sui licenziamenti può consentire qualche abuso verso i lavoratori, come segnalato dal successivo intervento di  Ernesto Ferrario  dello sportello lavoro del Patronato Acli, che ha anche sottolineato maggiori difficoltà per i patronati nel difendere i lavoratori di fronte a licenziamenti ingiusti. Sulla flessibilità il prof. Treu ha espresso perplessità sul modo in cui è stato superato l’art. 18, ma ha sottolineato anche come la maggiore flessibilità interna alle aziende valorizzi la contrattazione collettiva. Questa va agevolata per legge, ma richiede un cambiamento anche da parte delle organizzazioni sindacali e una maggior partecipazione dei lavoratori all’impresa. Inoltre ritiene importanti i controlli sugli interventi normativi (es. la revisione recente sulle modalità di gestione dei voucher che avevano avuto una forte espansione dal 2014 con le modifiche introdotte dal governo Monti) e la necessità di migliorare i controlli sui risultati delle incentivazioni fiscali sulla produttività come su altri fattori positivi per la crescita, che attualmente invece sono piuttosto scadenti quando non assenti.

Treu ha evidenziato come i salari molto bassi in alcune attività lavorative e in alcuni settori produttivi facciano ritenere ancora valida l’ipotesi di introdurre un salario minimo per legge. Infine, tra le nuove forme di lavoro, Treu prevede una forte espansione del lavoro autonomo, su cui il Parlamento sta lavorando ad una regolamentazione specifica affinché non diventi un modo per aggirare le regole del lavoro subordinato (vedi le false partite IVA). Va considerato che le politiche attive al momento segnano il passo. Il nuovo sistema delineato dal Jobs Act con l’agenzia unica per il lavoro e il nuovo ruolo delle agenzie private dovrebbe cominciare a funzionare nei prossimi mesi.

L’intervento di Pietro Varesi, docente di Diritto del lavoro, si è concentrato sulla situazione  problematica del lavoro giovanile, sottolineando la compresenza in Italia di una serie di indicatori negativi quali: l’alto numero di giovani tra i 20 e 24 anni privi di diploma, l’elevata dispersione scolastica, l’aumento della disoccupazione giovanile rispetto alla media generale (più pronunciata rispetto altri paesi europei), la bassa percentuale di laureati che tuttavia faticano a trovare un’occupazione. Questo fenomeno è imputabile secondo la sua analisi alla distanza tra la scuola e il mondo del lavoro, aumentata dalla riforma Moratti. Positivo quindi il giudizio di Varesi sul potenzialmente dell’alternanza scuola-lavoro. Ma questo, come garanzia giovani, non sono strumenti sufficienti e non hanno funzionato come in altri paesi europei. Occorre potenziare la formazione professionale e i percorsi alternativi a quelli dell’istruzione di tipo liceale. Alcuni tipi di lavoratori giovani rimangono emarginati e richiedono di essere accompagnati. Il tema dell’accompagnamento dei lavoratori sia nella ricerca del lavoro che nell’accesso agli ammortizzatori sociali trova conferma nell’analisi del Patronato Acli di Milano. Con la precisazione che gli strumenti informatici spesso non sono fruibili da tutti ed alcune procedure previste dagli enti preposti escludono alcune categorie, in particolare tra i lavoratori stranieri.

A fronte di questo quadro estremamente problematico delineato da Varesi, Ia sociologa Ivana Pais ha descritto alcune nuove modalità di impresa basate sul web e sulla dimensione internazionale del lavoro che vedono protagonisti proprio i giovani. Esperienze come quelle delle piattaforme digitali e di ricerca del lavoro attraverso i canali informatici esterni a quelli istituzionali, anche in paesi come la Germania, dove questi funzionano. La sharing economy basata sullo scambio di informazioni e di idee. Le bla bla car per i viaggi condivisi ed altre esperienze interessanti create da giovani intraprendenti e creativi. Queste forme di lavoro si basano su legami deboli, di cooperazione in rete in cui la solidarietà e le tutele non possono seguire le forme che abbiamo conosciuto in passato eppure hanno creato anche lavori di qualità e opportunità per giovani che non hanno grosse strutture o mezzi alle spalle.

In questo quadro, il presidente Paolo Petracca ha evidenziato come le Acli milanesi intendano intraprendere azioni volte ad aumentare una coscienza diffusa sul lavoro che concorra a creare esperienze di lavoro consapevoli e che valorizzino la persona, ad aiutare le persone più fragili escluse dal modo del lavoro come i giovani ricordati da Varesi o come quei lavoratori di tutte le età, italiani e stranieri, che si rivolgono al Fondo famiglia lavoro della diocesi o allo sportello lavoro del Patronato Acli.

Sono necessari interventi di approfondimento delle questioni (seminari, materiali divulgativi di facile accesso come schede, articoli, opuscoli), lavoro di rete con altre associazioni come i partner di questo convegno (Comunità e Lavoro; Lavoro&società; cattolici democratici lombardi), valorizzazione delle competenze interne al sistema Acli (soprattutto ENAIP e il Patronato), elaborazione interna all’associazione e iniziative concrete nei territori. Tutto questo richiede un grande impegno da parte dell’associazione avendo come riferimento un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, cioè un lavoro che accresca la dignità della persona che lavora. Questi devono essere i nostri criteri nel valutare le caratteristiche e gli esiti delle misure e delle norme adottate in economia e nei rapporti di lavoro.