Libertà e lavoro: le basi della convivenza civile democratica

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In un nuovo scenario di economia circolare è strategico rimettere al centro le politiche attive della formazione professionale e del lavoro

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Con l’arrivo della primavera, anche in emergenza Covid, il calendario civile “kairos” italiano, ci propone ricorrenze che rappresentano le basi su cui è costruita la nostra convivenza.

Già gli antichi filosofi consideravano l’uomo libero come soggetto partecipe di una polis. La relazione virtuosa della persona con la propria comunità la rende libera: ecco il moderno cittadino.

La libertà, ottenuta dall’oppressore nazi-fascista 75 anni fa, è stata un evento drammatico e purtroppo anche violento, ma ha saputo dare una direzione di marcia alle italiane e agli italiani, rendendoci un popolo in cammino verso la libertà. Da quell’evento, si è intrapreso un percorso di liberazione che ancora oggi va perseguito in modo costante, per raggiungere traguardi sempre migliori di bene comune.

Tuttavia, per la prima volta, con l’emergenza coronavirus, dopo quell’eroico inizio, alcune delle libertà a cui eravamo abituati sono venute meno. Per sconfiggere la pandemia del Covid-19, per più di due mesi abbiamo vissuto chiusi nelle nostre case per sconfiggere un nemico invisibile, perché la vita e la salute di tutti e di ciascuno non fossero messe in pericolo.

In questo periodo straordinario di limitazioni, come al tempo di guerra, ci siamo accorti di quanto siano importanti e preziose le libertà ottenute e aumentate in questi 75 anni di vita repubblicana.

Per dirla con Calamandrei: “La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. La festa della libertà, il 25 Aprile, in questo periodo d’emergenza è stata certamente un appuntamento per ricordare gli eventi eroici di coloro che hanno sofferto per ottenerla. Senza retorica, però, oggi significa ritrovare il coraggio e la determinazione per continuare nel processo di liberazione dal pericolo “fascista” che è dentro e fuori da ognuno di noi.

Il nostro impegno è, e sarà, quello di rifiutare decisamente tutte le forme di violenza, palesi ed occulte, che hanno lo scopo di mortificare la libertà e di instaurare l’autoritarismo a tutti i livelli, di imporre il diritto del forte sul debole e di dare spazio alle discriminazioni razziali.

In definitiva, gli obiettivi della rivoluzione francese di Fraternità ed Uguaglianza, si possono perseguire solo se i cittadini e la comunità sono liberi. La libertà è una virtù propedeutica, una condizione necessariamente prioritaria, per impegnarci a determinare le altre due.

Tra i molti video che sono circolati sui social in questo periodo, uno, in particolare, ci ha molto colpito: “La storia siamo noi”. Tra le altre cose, il testo tratto dalle parole di Francesco De Gregori definisce la storia come qualcosa che ci coinvolge tutti. “La storia non ha nascondigli… la storia siamo noi, padri e figli, siamo noi bella ciao che partiamo” … Quelle significative parole, musiche ed immagini che intendono definire la Resistenza partigiana: un momento nobile della nostra storia Italiana, ci ricordano una frase di Calvino, che spesso sentiamo ripetere nei cortei commemorativi della Resistenza: “davanti alla morte siamo tutti uguali, non davanti alla Storia”.

Si, la storia è maestra di vita ma è anche giudice rigoroso e inflessibile, sa distinguere da che parte è la ragione dei coraggiosi che lottano per la Libertà. Come allora noi risorgeremo dal covid-19 solo se sapremo avere quel coraggio. In questo periodo di residenza obbligata ai più è mancata l’attività lavorativa.

“L’Italia è ancora una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”? Il fine della nostra Costituzione è “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Si, è un lavoro dignitoso, il primario mezzo per vivere la libera cittadinanza nella Repubblica Italiana. E tre sono le dimensioni che deve assumere un lavoro degno: soddisfare chi lo compie, mettere in relazione le persone, creare beni e servizi utili per il mantenimento personale e della propria famiglia.

Attraverso il lavoro, le persone fanno emergere i propri talenti e le proprie capacità creative, cooperano tra loro per realizzare progetti condivisi, producono cose di interesse comune. Purtroppo, a seguito dei meccanismi estremizzati del lavoro industriale e postindustriale, finalizzati al maggior e concentrato profitto economico, oggi la prestazione lavorativa viene da molti percepita anche come una maledizione, piuttosto che la principale via che dà un senso alla vita di ogni persona. Tuttavia, l’emergenza covid privandoci dell’attività lavorativa, ha diffuso massivamente la pratica dello smart work.

La cittadinanza italiana è iniziata da una sofferta conquista della libertà e si è poi consolidata attraverso il lavoro di varie generazioni. Il covid-19, in breve tempo, obbligherà molti settori al passaggio dal duro lavoro a quello intelligente: “from hard work to smart work”.

Ci ha aiutato a prendere coscienza dell’importanza di rimettere al centro il lavoro, per tornare a conferirgli un elevato riconoscimento sociale. Istituzioni, corpi intermedi, sindacati e tutti i cittadini nella fase due della ripresa devono impegnarsi affinché le attività lavorative tutte – dalle più smart, alle più umili e meno retribuite lungo la filiera della produzione del valore monetario materiale ed immateriale – tornino ad acquisire una intrinseca dignità.

In un nuovo scenario di economia circolare è strategico rimettere al centro le politiche attive della formazione professionale e del lavoro. Nell’odierna realtà globale, siamo coscienti che il lavoro, manuale o intellettuale, è sempre più smaterializzato e separato dal lavoratore; e la moltiplicazione delle solitudini sul lavoro – che sia interinale, a progetto, in “prova”, a “scadenza”, “in nero”, “subappaltato” o in capo a cooperative satelliti impiegate dalle aziende – ha offuscato la coscienza di un interesse comune, dentro e fuori i luoghi della produzione. Tuttavia, siamo convinti che il lavoro ha un ruolo determinante nel costruire relazioni e concretezza e deve misurare la propria utilità in base ai bisogni che riesce a soddisfare. Un lavoro dignitoso contribuisce allo sviluppo della persona e all’espressione di capacità, creatività, competenze sociali e ambientali.

Per questi obiettivi è importante impedire “l’uberizzazione” del lavoro manuale e intellettuale: autisti a chiamata su piattaforme digitali, rider che effettuano consegne in bicicletta, persone “affittate” a ore per i servizi più vari, lavoratori reclutati al bisogno su internet…

Guardiamo oltre la retorica dell’impresa individuale, e vedremo uno scenario di solitudini e di dissoluzione di ogni dignità nel lavoro. Purtroppo la visione neoliberista di tutti gli stati occidentali ha adottato una logica cieca del mercato, permettendo di considerare come lavoratori autonomi persone totalmente prive di diritti, di assistenza sanitaria e pensionistica, di ferie pagate, che devono adattarsi a remunerazioni molto basse quando non offensive, e che possono essere licenziate all’istante. In questo tempo di coronavirus, ripensare un’economia sostenibile e circolare per un lavoro dignitoso per tutti è un impegno prioritario.

Oltre alla dignità del lavoro, in questo tempo di cambiamento d’epoca, dobbiamo indagare attentamente anche le veloci mutazioni delle attività lavorative. Autorevoli economisti e sociologi affermano che nel mondo del lavoro, tra 20 anni, gli attuali bambini che frequentano le elementari, non troveranno più circa 25 professioni delle attuali, ma avranno un’offerta di una ventina di nuove. Dobbiamo prepararci, e preparare il mondo della scuola e della formazione professionale a questo cambiamento nell’offerta di futuri lavori.

In questo periodo straordinario di intense relazioni familiari, condividendo interessi culturali dei nostri figli, tra una canzone rap e un instagram story, siamo già venuti a conoscenza di esimie attuali professioni a noi matusa sconosciute: “strimer, socialmediamanager, influencer, youtuber, fashion-blogger, tiktoker, life coach….. e altri inglesismi che indicano lavori ambiti, a loro dire, per i giovani d’oggi.

Con tutti i discernimenti del caso, le generazioni del secolo scorso, che sono gli adulti di oggi, sono obbligate ad un cambiamento cogente ed accelerato per capire e saper accompagnare positivamente i processi del cambiamento in atto. Come dice Papa Francesco, oggi più che mai prendiamo coscienza che in tutte le sfere umane e quindi anche nel campo del lavoro e delle professioni: “il tempo è superiore allo spazio”.

Ora, iniziando la seconda fase dell’emergenza Coronavirus, siamo in attesa della terza festa civile, il 2 Giugno. In quella data celebreremo i 74 Natali della nostra Repubblica Democratica fondata sul lavoro.

Ritenere le feste civili del 25 Aprile e del 1 Maggio le basi della nostra Democrazia è il primo passo per interiorizzarla come bene prezioso ed inalienabile. Prepariamoci a festeggiarla nel ricordo della nostra Carta Costituzionale, “la più bella del mondo”.

Francesco Prina
Natalino Stringhini