L’intellettuale totale

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Venerdì 19 febbraio si è spento nella sua abitazione in Piazza Castello a Milano Umberto Eco. Bibliofilo di razza, intellettualmente onnivoro, Eco non credette mai che la vita si esaurisse nella parola scritta. Non è necessario condividerne le idee per apprezzare l’importanza del suo lascito.

Non ho mai speso così bene 8500 lire (di allora) come quando comprai “Come si fa una tesi di laurea” di Umberto Eco: era l’inizio del 1993, ero in ritardo con i miei studi e dovevo scrivere e discutere la tesi entro quell’anno. Quel libriccino era oro puro: c’era dentro tutto, come si stende una bibliografia, come si fa un apparato critico decoroso, come si espone l’argomento principale e come si inseriscono i temi collaterali, persino come si mettono correttamente le dieresi per le citazioni dal tedesco e gli accenti per quelli dal russo.

Il libro era uscito nel 1975 ed ha avuto meritatamente molte ristampe: probabilmente non avrà venduto quanto “Il nome della rosa” ma le tirature sono state altissime, e credo sia tuttora utile non solo per stendere una tesi di laurea ma per intraprendere una qualsiasi opera di tipo saggistico. Esso a mio giudizio riflette una delle passioni dominanti di Eco, quella educativa, che lo vide appassionato docente al DAMS di Bologna per ricordo unanime di colleghi ed allievi.
Aggiungiamoci anche la passione civile, che non si espresse mai nel senso di un impegno politico diretto, ma trovava espressione nei numerosi interventi sulle vicende sociali e politiche italiane, nella lotta al pressapochismo, all’ignoranza e al filisteismo. Bibliofilo di razza, intellettualmente onnivoro, Eco non credette mai che la vita si esaurisse nella parola scritta, ma contro la faciloneria, la superficialità ed il compiaciuto antintellettualismo che accompagnava il dominio prima ancora culturale che politico della destra italiana. Eco a tale proposito introdusse la categoria dell’ “ur- fascismo”, ossia di quel nucleo autoritario ed antidemocratico di fondo che il nostro Paese sempre ha coltivato, frutto di una pedagogia politica mancata in cui le classi dirigenti hanno spesso governato il Paese senza conoscerlo e senza amarlo, e soprattutto senza educarlo perché persuase che masse semianalfabete (e magari teledipendenti) fossero più facilmente manovrabili.

Non che Eco disprezzasse la cultura di massa, che anzi come semiologo e prima ancora come funzionario della RAI aveva profondamente studiato, applicandosi anche alle sue manifestazioni più popolari come i fumetti (essendone poi riamato, visti i richiami alla sua opera presenti in alcune storie di Topolino e la presenza di un corpulento e barbuto “professor Humbert Coe” in un’avventura di Dylan Dog): solo che il suo intento era quello di decifrarla, di mostrarne i meccanismi che maggiormente facevano presa sul pubblico, aiutandolo a non disperdersi nella ridda delle interpretazioni al di fuori del mainstream dettato dai manipolatori della pubblica opinione.
Da qui la sua profonda avversione per Berlusconi, e quando la Mondadori berlusconiana recentemente ha acquisito la galassia Rizzoli, di cui fa parte da tempo il suo editore storico Bompiani, Eco non pose tempo in mezzo a chiamarsi fuori da quello che chiamava “l’oligopolio Mondazzoli” e a seguire Elisabetta Sgarbi ed altri nell’avventura della nuova casa editrice “La Nave di Teseo”.

Fu un tenace razionalista, e se condivise alcune battaglie dell’avanguardia letteraria italiana, a partire dal famoso “Gruppo ‘63”, di cui fu uno dei principali animatori, si rifiutò sempre di seguirne le derive irrazionaliste e le pulsioni distruttive nei confronti della modernità. Il suo stesso distacco dalla fede, dopo una bruciante militanza nella Gioventù di Azione cattolica, avvenne essenzialmente per un convincimento intellettuale, una cosa che può apparire incredibile in tempi come questi in cui si ragiona di fede – o di qualunque altra cosa – come sentimento ed emozione, spregiandone la dimensione razionale.
A ciò si aggiunga uno straordinario senso dell’ironia, che traspare nei suoi scritti e splende in particolare nei suoi romanzi, nei quali riversava oltre alla sua sterminata cultura la sua convinzione profonda che la storia non fosse il frutto di un complotto, ma una serie di accadimenti legati alla volontà e alle passioni degli uomini e delle donne, e che ad essi ci si dovesse tenere per cercare di migliorarne il corso.

Umberto Eco fu l’intellettuale totale, unico per profondità e dottrina nell’Italia contemporanea, e non è necessario condividerne le idee per apprezzare l’importanza del suo lascito. Probabilmente, a chi volesse usufruirne, lui risponderebbe con le parole di uno dei suoi personaggi letterari preferiti, Sherlock Holmes, che fu l’ispiratore nemmeno tanto remoto di frate Guglielmo da Baskerville: “I miei metodi li conoscete: applicateli”.