Lo sciame sismico della politica italiana

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(dal sito della Camera dei deputati)

Un terremoto è un disastro di prima grandezza, e lascia dietro di sé lutti e rovine: tuttavia ha un inizio ed una fine. Uno sciame sismico è un succedersi di piccole scosse, piccole , ma tali da creare fastidi di ogni genere a chi vive nell’area interessata provocando una sensazione di continuo malessere e di pericolo latente.

Dovendo quindi cercare un termine di paragone per la situazione politica italiana, l’immagine dello sciame sismico appare quella più indicata, giacché da molti anni la fase di transizione in cui il nostro fragilissimo sistema viene a trovarsi non si concretizza nell’approdo a destinazioni stabili, aumentando oltretutto il distacco fra rappresentati e rappresentanti ben espresso dal continuo declinare del numero dei partecipanti al voto a tutti i livelli.

La prima scossa era stata quella della crisi di Governo agostana imposta da Matteo Salvini  con un gesto inconsulto (le cui motivazioni interne ed internazionali sono ancora del tutto incomprensibili), e che si era ritorta contro di lui come logica conseguenza di uno strappo istituzionale , perché non può essere il Segretario di un Partito o un Ministro a decidere ciò che è di competenza del Parlamento e del Presidente della Repubblica, e del crearsi di una coalizione di forze interne ed internazionali preoccupate o irritate per la numerose provocazioni cui il leader leghista si era abbandonato con sempre maggiore arroganza nei quattordici mesi del Governo giallo – verde, provocazioni che avevano fatto pensare che il disegno di Salvini vi fosse quello di andare ad elezioni anticipate per capitalizzare il risultato ottenuto alle elezioni europee ottenendo così i “pieni poteri” (parola dal suono sinistro, soprattutto in un Paese con una storia come la nostra) per distaccare l’Italia dal suo tradizionale orizzonte euroatlantico e portarla nei lidi incerti della “democrazia autoritaria” di modello russo-ungherese.

Dopo una fase di frenetiche trattative iniziava quindi la navigazione del secondo Governo presieduto da Giuseppe Conte cui partecipavano, oltre ai Cinquestelle, anche il Partito Democratico e la sparuta pattuglia di Liberi e Uguali, navigazione tuttavia che veniva immediatamente sottoposta alla seconda scossa, ossia la fuoriuscita dal PD di Matteo Renzi e di una pattuglia di parlamentari che costituivano il nuovo movimento politico di “Italia Viva”.

La “scissione” di Renzi era stata più volte predetta – a dir la verità se ne parlava fin dal 2012, quando l’allora Sindaco di Firenze si misurò con Pierluigi Bersani per la leadership del centrosinistra alle elezioni dell’anno successivo- ma è giunta in questi giorni quando pareva che non vi fossero cause scatenanti. Era infatti stato Renzi a dare il primo via libera all’accordo fra PD e Cinquestelle ,rovesciando le sue posizioni precedenti, ottenendo peraltro una significativa presenza di suoi seguaci fra i Ministri ed i Sottosegretari. A manifestare un dissenso politico reale sull’accordo con il movimento di Grillo e Casaleggio erano stati Carlo Calenda e Matteo Richetti, che di conseguenza erano usciti dal partito (sembra che nessuno intenda più accollarsi il ruolo di minoranza, e che il motto generalizzato sia : “o vinco o me ne vado”).

Per questo la fuoriuscita di Renzi è stata interpretata da molti come una manovra di palazzo – è significativo che l’ex Presidente del Consiglio abbia dichiarato che “Italia Viva” non si sarebbe presentata ad alcuna elezione regionale o amministrativa prima delle elezioni politiche previste per il 2023- finalizzata essenzialmente alla volontà di sedersi al tavolo dell’alleanza di Governo su di un piede  di parità con i capi degli altri Partiti che lo sostengono e di partecipare alla determinazione delle 400 nomine in Enti partecipati dallo Stato che dovranno essere effettuate entro la prossima primavera e che costituiscono la base del potere reale, in termini politici ed economici, nel nostro Paese. Aggiungiamo il fatto che, essendo i voti della pattuglia renziana determinanti per la tenuta del Governo, ogni provvedimento dovrà essere concordato con essa, ed è altamente improbabile, posto che alcuno vi pensi, che possano passare leggi che tendano ad evertire le riforme approvate durante i famosi “mille giorni”, a partire dal Jobs Act.

Esiste anche un’interpretazione psicologica, dovuta alla difficoltà con cui Renzi si adatta al ruolo di comprimario o di seconda fila, soprattutto in un contesto in cui le sue capacità di leadership non sono al momento contendibili da altri soggetti nell’area del PD del centrosinistra: vi sono numerosi abili amministratori, politici coscienziosi , devoti servitori dell’interesse pubblico in quest’area, ma la capacità di leadership è altro, e che si illude di poterne fare a meno non capisce le dinamiche profonde dell’agire umano. Lo si è visto del resto nella gestione della crisi di agosto, dove Nicola Zingaretti, politico capace e persona perbene, non è stato in grado di imporre al PD, del quale è pure il Segretario eletto con largo consenso, la sua prospettiva strategica che era quella delle elezioni anticipate.

Il movimento di Renzi nasce, in qualche misura, sul modello  della Republique en Marche di Emmanuel Macron, che si è strutturata anch’essa a partire da un retroterra riformista, liberaldemocratico e centrista ed ha occupato lo spazio dell’unica alternativa allo stato possibile all’inquietante sfida populista, sovranista e reazionaria del Rassemblement national di Marine Le Pen. Macron tuttavia è stato facilitato nell’opera dalla struttura stessa del sistema costituzionale della Quinta repubblica francese, il cui fondatore, il generale Charles De Gaulle, aveva un sincero disprezzo per il sistema partitario, e riteneva piuttosto che al massimo potessero esserci delle strutture di appoggio e di supporto alla linea di governo dettata dal Presidente della Repubblica in carica (e fu esattamente così che agirono lui e tutti i suoi successori all’Eliseo, compresi i socialisti Mitterand e Hollande).

L’Italia del dopoguerra supplì alla debolezza delle istituzioni – volute così dai costituenti a causa della reciproca diffidenza insorta con l’avvento della Guerra fredda- con la forza di partiti identitari profondamente radicati nella società e circondati da sindacati e da organizzazioni collaterali ad essi afferenti.  La debolezza delle istituzioni è rimasta, la forza e soprattutto la credibilità dei partiti è venuta meno, e questa è la principale differenza con il modello francese che Renzi dovrà scontare, oltretutto in una fase di ri – proporzionalizzazione del sistema elettorale.

L’errore maggiore che il Partito Democratico a nostro avviso potrebbe fare a questo punto è quello di farsi schiacciare là dove Renzi vorrebbe, ossia in una sorta di riedizione di un partito di sinistra tradizionale, su parole d’ordine di tipo classista e simil – populista, che confonde il recupero del rapporto con le forze sociali con il collateralismo alla rovescia verso i sindacati (più esattamente: verso un sindacato), che si attarda in battaglie e liturgie novecentesche, magari reimbarcando gli scissionisti del 2017 guidati da Bersani e D’Alema, loro sì resisi responsabili di atti di slealtà verso il partito durante la campagna referendaria del 2016 e poi fuoriusciti quando capirono che non avrebbero vinto il Congresso dell’anno successivo.

Semmai il problema è dimostrare che Renzi ha torto, che il partito plurale, inclusivo, nuovo nell’offerta e nel personale politico è ancora una possibilità reale e che può essere un autorevole player di una fase politica nuova, capace di intercettare le domande più radicali e di sfruttare l’occasione di governare per dare loro risposta. Un segnale ad esempio potrebbe essere quello di offrire alcune delle posizioni della Segreteria nazionale rimaste scoperte dopo il passaggio al Governo dei precedenti titolari a soggetti qualificati della società civile, intendendoli però non (come accadde nel passato) una semplice collezione di figurine, un gruppo di estranei da utilizzare come facciata e mettere subito da parte quando si arriva al sodo, ma come autentici dirigenti su cui investire per la ricostruzione della casa dei democratici e dei riformisti.