L’ombra dello zar e la fine dell’assedio di Aleppo

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A volte l’uso delle parole è già di per se stesso indice della scelta di campo che si opera: ad esempio parlando della fine dell’assedio di Aleppo (ma a quanto pare lì si sta ancora combattendo) si parla di “liberazione” di quella tormentata città, come se si trattasse di Roma nel giugno del 1944 quando le truppe alleate entrarono nell’Urbe dopo che i nazisti ne erano fuggiti. Qualcuno a questo punto potrebbe dire che la liberazione consiste nel fatto che le truppe russe e siriane (fedeli a Bashar al Assad) hanno scacciato da Aleppo i fanatici del Daesh . Ecco, in primo luogo ad Aleppo il Daesh non c’era; ad essere sinceri l’esercito del Califfo nero non c’è da nessuna parte in Siria, a parte Palmira, che era stata anch’essa “liberata” con gran chiasso qualche mese fa ed ora è di nuovo sotto il controllo del Daesh.

Gli estremisti islamici invece ci sono in Iraq, e a combatterli sul terreno è l’esercito regolare iracheno insieme alle milizie curde col supporto della Francia e degli USA.

Come ricorda il noto studioso di vicende mediorientali Lorenzo Declich “dall’inizio della rivoluzione siriana (che, ricordiamolo, almeno nei primi sei mesi è stata assolutamente pacifica e unita nella richiesta di “libertà, dignità, cittadinanza”) fino al novembre scorso le vittime civili (centinaia di migliaia di persone) sarebbero state causate per l’89,7 percento dai gruppi armati che fanno riferimento al governo siriano di Bashar al-Asad. Il resto delle vittime civili è redistribuito tra il governo russo di Vladimir Putin (3,6 percento), ISIS e Nusra, ossia il gruppo Stato Islamico e il gruppo qaedista di quella che si chiamava Jabhat al-Nusra e ora si chiama Jabhat Fath al-Sham (3 percento), i gruppi di opposizione—cioè la variegata galassia dei “ribelli” nella quale compaiono anche, come si diceva l’altra volta, diversi gruppi jihadisti, nessuno dei quali legato all’ISIS e alcuni dei quali legati alla Nusra—(2,3 percento), la coalizione internazionale, cioè la coalizione a guida americana (0,7 percento) e altri (0,7 percento).Ora la domanda è: cos’è il male minore? Dal punto di vista—l’unico giusto—delle vittime reali di questo conflitto, i civili siriani, il male minore (se proprio vogliamo usare questo concetto insensato) non è Bashar al-Asad.”.

In ogni caso ad Aleppo est il Daesh non c’era, c’erano semmai dei gruppi legati alla galassia di Al Qaeda, che però erano minoritari rispetto ai gruppi dell’opposizione siriana, chiamiamola così, laica e democratica.

Insomma, l’idea che Aleppo sia stata liberata dalla dominazione islamista non sta in piedi, ma appare semmai come un riuscito colpo di propaganda, che nasconde gli obiettivi della coalizione che si è creata in questi anni: in primo luogo, ovviamente, Assad ed il suo clan, che cercano di puntellare il loro potere; poi l’Iran, che cerca con successo di mettere in piedi una grande alleanza per affermare la propria egemonia nel mondo islamico (e non solo) mediorientale contro le monarchie petroliere e sunnite del Golfo; poi la Turchia, che è anch’ essa alla ricerca di un ruolo strategico nel teatro mediorientale e teme sopra ogni altra cosa la congiunzione dei curdi di casa sua con quelli siriani e con quelli iracheni (ormai virtualmente indipendenti); e infine la Russia, che ha recuperato un ruolo di attore di prim’ordine e vuole tutelare le basi militari sui mari caldi che l’alleanza con la dinastia alauita al potere a Damasco finalmente le consente.

Ecco, l’immagine retorica della “liberazione” di Aleppo è un prodotto della propaganda russa che vuole accreditare agli occhi di un’opinione pubblica europea spaventata dal terrorismo islamista l’immagine di una forza implacabile, garante della sicurezza e dell’ordine . D’altro canto, basta rileggere con attenzione Marx ed Engels per accorgersi di come fosse una costante nella politica estera della Russia zarista tentare di accattivarsi l’opinione pubblica occidentale attraverso le armi dello spionaggio e della corruzione ai fini di disinformazione: una forma di specializzazione – desinformacija – che ha attraversato il periodo sovietico per arrivare fino a Putin.

Il vantaggio della posizione attuale della Russia è quello di potersi accreditare a sinistra presso forze politiche e sociali che del loro passato hanno mantenuto solo l’antiamericanismo più gretto, e a destra presso chi vede nel cesaropapismo del nuovo zar senza corona la garanzia dell’Ordine e della Tradizione contro i presunti disvalori dell’Occidente secolarizzato, e sognano la distruzione di quel poco di Europa federale costruita nell’ambito dell’ UE in questi anni in nome di un’Europa delle Patrie che avrebbe ben poco del senso che il generale De Gaulle conferiva a questa espressione assumendo piuttosto i contorni (di colore bruno) della xenofobia, del razzismo, dell’intolleranza.

Non è un caso del resto che vi siano fondate supposizioni sui sostanziosi aiuti economici che da Mosca sarebbero giunti alle forze politiche populiste dell’Europa occidentale, ovvero che da Mosca si sia tentato –con successo- di orientare le elezioni presidenziali statunitensi nel senso di far eleggere il candidato più sprovveduto in politica estera. Né del resto è un caso che le linee di politica estera di alcune forze politiche in ascesa come il Movimento 5 stelle siano la pura e semplice ripetizione della propaganda del Cremlino.

Poi ovviamente ci sono quelli che non ci cascano: ad esempio Papa Francesco, che a Natale non ha accennato minimamente alla presunta liberazione di Aleppo e piuttosto si è congratulato pubblicamente con i cristiani di Baghdad che hanno potuto celebrare la Messa della notte in una basilica semidistrutta. Soprattutto il Papa si è ben guardato sin qui dal nominare cardinale uno solo dei Patriarchi delle Chiese orientali in comunione con la Sede apostolica residenti in Siria o in Libano che di fatto si sono comportati in questi ultimi anni come fiancheggiatori del regime alauita, preferendo invece conferire la porpora al Nunzio apostolico Mario Zenari, che è stato in questi anni uno dei diplomatici meno disponibili ad accreditare le veline propagandistiche del regime, e per questo è rispettato da tutte le parti in lotta.

Forse questo può servire come esempio per i Governi e le forze politiche responsabili europee, per evitare che il sogno di un’Europa unita , libera e democratica si cambi invece nella triste realtà di tanti staterelli litigiosi succubi del “soft power” di una dittatura asiatica.

Lorenzo Gaiani