L’utopia possibile: rileggendo il Codice di Camaldoli

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Riletto criticamente a quasi ottant’anni di distanza, può essere un utile sussidio alla riflessione sulla presenza politica e sociale dei credenti

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Il Monastero di Camaldoli

Fra il 1942 e il 1943, mentre la situazione militare andava vieppiù peggiorando per le forze dell’Asse, nel corso degli annuali convegni della Sezione Laureati dell’Azione cattolica  ed in discussioni più ristrette si affacciò l’ipotesi della redazione di un testo di “cultura sociale” a cura della sezione Laureati stessa, della Presidenza centrale dell’Azione Cattolica e della Direzione dell’Istituto Cattolico di Attività Sociali (ICAS).

Il 15 giugno 1943 Vittorino Veronese (segretario generale dei Laureati cattolici e Direttore dell’ICAS), inviava ad una sessantina di studiosi una lettera in cui li invitava, in forma riservata, a partecipare ad un convegno che intendeva essere “una risposta all’invito pontificio rivolto agli studiosi di interessarsi con spirito di comprensione cristiana ai problemi sociali ed economici”. Ad ognuno dei partecipanti veniva richiesto di elaborare, in base alla propria disciplina di competenza, un breve contributo scritto; il convegno si sarebbe svolto a Camaldoli, nel Cenobio dei Padri Camaldolesi, dal 18 al 24 luglio.

A conclusione dei lavori – che si interruppero anzitempo per il precipitare della situazione bellica e politica – vennero approvati 76 “enunciati”, redatti in termini sintetici, corredati da numerosi riferimenti ai documenti pontifici (sia alle encicliche sociali e ai documenti di critica ai regimi totalitari di Pio XI sia ai Radiomessaggi di Pio XII) e alla dottrina tomista.

La redazione definitiva del testo, fra il settembre del 1943 e il maggio del 1944, venne coordinata da Sergio Paronetto e Pasquale Saraceno, e ad essa contribuirono, in varia misura, alcuni altri intellettuali cattolici fra cui il massimo filosofo del diritto italiano del XX secolo, Giuseppe Capograssi.

Nacque così il famoso “Codice di Camaldoli”, tante volte citato e poco letto, che anche oggi, riletto criticamente a quasi ottant’anni di distanza, può essere un utile sussidio alla riflessione sulla presenza politica e sociale dei credenti in una fase complessa che presenta alcuni tratti di somiglianza con il periodo bellico in cui quel testo venne redatto.

Particolarmente interessante è l’art.3 del Codice allorché enuncia “che origine e scopo della società è unicamente la conservazione, lo sviluppo e il perfezionamento dell’uomo” ed aggiunge più innanzi “che rispettare negli altri la eguale dignità dell’uomo significa obbedire alla parola dell’Apostolo ‘fiat aequalitas’, sentire che tutti gli altri uomini qualunque sia la loro condizione sono eguali, aventi la stessa natura, capaci delle stesse virtù, chiamati allo stesso destino, destinati alla stessa salvezza” .

Viene poi precisato il significato reale di questa eguaglianza: “amare gli altri in modo da fare ognuno di essi uguale a noi, cercando per quanto in noi di procurare agli altri gli aiuti perché le prove della vita possano essere da ognuno affrontate con proporzionalità di mezzi”.

Passa quindi la  concezione di una società come espressione e dipanamento della pienezza della vita (dell’esperienza) umana, in quanto “la vita della società è continuamente ed essenzialmente subordinata al supremo fine e destino dell’individuo di cui essa non è in sostanza che la esplicazione, la graduale e ordinata realizzazione ed il banco di prova” .

Mondo sociale, carità, autorità: i concetti fissati dal Codice portano a delineare un modello di organizzazione della società e dello Stato che va oltre la fase della dittatura non considerandola solo una parentesi, un’inesplicabile “malattia dello spirito”, ma come un momento importante nella storia dell’umanità che va compreso nelle sue dinamiche per meglio rovesciarlo.

Sintomatica è quindi la concezione dello Stato esposta nel paragrafo ad esso dedicato: dall’attività delle forze sociali nascono “realtà di gruppi e di istituzioni sociali nei cui riguardi nasce il duplice problema: a) di assicurare le condizioni generali perché possano svolgersi in piena libertà e secondo le proprie leggi per la realizzazione dei propri fini umani e sociali; b) di creare tra di loro un’armonia. Per realizzare questi due scopi si dà vita ad un modo di organizzazione di tutte le forze sociali – individui, famiglie, gruppi ed istituzioni – che si chiama lo Stato”.

In sostanza, viene rovesciata la piramide su cui si basava il potere dei totalitarismi: al vertice della politica è e deve esserci non lo Stato ma la persona vivente, che si organizza nei corpi sociali i quali a loro volta costituiscono la comunità più ampia che è lo Stato.

Come ribadisce il Papa nel capitolo 111 della Fratelli tutti: “La persona umana con i suoi diritti inalienabili, è naturalmente aperta ai legami. Nella sua stessa radice abita la chiamata a trascendere se stessa nell’incontro con gli altri”. Ecco dunque che anche nella realtà sociale moderna, dove lo Stato è solo una delle plurime forme di possibile oppressione della persona umana (si pensi al potere pervasivo dei media in alleanza con quello che qualcuno ha chiamato il “turbo capitalismo”) occorre promuovere e preservare i corpi sociali che preesistono al mercato e allo Stato. Compito dei cristiani – anche di un’associazione come le ACLI- deve diventare quello di farsi interpreti delle esigenze della persona umana e dei corpi sociali, i quali non a caso sono stati fra i più impietosamente sacrificati in questa fase pandemica, con la limitazione (se non la chiusura) delle attività di supporto sociale così importanti per il supporto all’esistenza concreta delle persone, particolarmente le più deboli e le più sole.

Ciò una volta di più dimostra la miopia e la distanza dalla realtà dei nostri governanti a tutti i livelli, che ignorano la realtà del Terzo Settore pur talvolta tributandogli omaggi formali, e questo vale anche per coloro che affermano di trovare le loro radici nel pensiero espresso nel Codice di Camaldoli.

Si può forse dire che questo documento sia stato utopistico, ma, come ricordava uno dei suoi autori, Capograssi, “le utopie sono il mezzo e l’appoggio che le volontà si prendono per portar innanzi questo terribile lavoro della costruzione di questo mondo”.