Accoglienza ed integrazione, un problema istituzionale email stampa

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    A Milano si vive una settimana un po’ particolare, interamente all’insegna della questione dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti, si tratti di cosiddetti “migranti economici”, di profughi o di richiedenti asilo.

    Infatti, lunedì 15 è stata presentata la campagna per una proposta di legge di iniziativa popolare proposta dalla Lega delle autonomie locali e dalla scuola delle buone pratiche, cui hanno dato adesione le ACLI e molte altre realtà della società civile: una legge volta a superare definitivamente l’impianto difensivo e securitario della legge “Bossi-Fini” del 2002 e scritta per superare definitivamente l’idea che l’immigrazione sia un rischio quando invece è un’opportunità, se è vero che nel nostro Paese gli stranieri non comunitari sono l’8% e producono l’8% del PIL contribuendo a pagare con i loro contributi 640mila pensioni italiane.

    Il 18 maggio in Prefettura, in presenza del Ministro degli Interni Marco Minniti, oltre 80 dei 123 Sindaci della Città metropolitana firmeranno un protocollo per l’accoglienza dei richiedenti asilo che ha per obiettivo di garantire una distribuzione equilibrata tra i diversi Comuni delle persone richiedenti la protezione internazionale. Il protocollo, se da un lato renderà effettivi gli obiettivi del Piano definito dal Ministero degli Interni, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) dando attuazione allo SPRAR, dall’altro permetterà ai Comuni interessati di avere un ruolo nelle decisioni da prendere e di sentirsi coinvolti nel percorso, ottenendo una riduzione del 50% della quota di richiedenti asilo da accogliere prevista dal Piano, proporzionata alla popolazione residente.

    Infine, il 20 maggio si svolgerà la grande manifestazione “Insieme senza muri” organizzata dal Comune di Milano e promossa dal Coordinamento Pace in Comune. Una giornata di impegno, di coinvolgimento per tante persone, dei territori e delle comunità dell’area milanese, all’insegna della cultura e dell’accoglienza.

    Il filo conduttore di questi eventi è, sembra di poter dire, la progressiva presa di consapevolezza di come la vicenda dei migranti sia qualcosa di più di un’emergenza, come spesso viene ancora definita da alcuni: vent’anni e più di flussi crescenti debbono ormai far parlare piuttosto di un dato strutturale, in cui l’Italia viene considerata essenzialmente come un passaggio obbligato, per la sua conformazione geografica, verso i Paesi dell’Europa settentrionale per chi fugge dalla miseria e dalla guerra. Per alcuni l’Italia è invece la destinazione finale, anche se nulla autorizza a parlare di “invasione”, men che meno di “invasione islamica”, solo che si consideri che la maggioranza dei migranti extracomunitari arriva da Paesi cristiani come quelli dall’America Latina o dalle Filippine.

    Ma se il discorso sulle migrazioni deve venir declinato al di fuori della narrazione emergenzialista e securitaria, quella caritativa/assistenziale, pur necessaria, non esaurisce in sé l’autentico profilo di questo fatto strutturale che chiede di diventare istituzionale. Guardando ai Paesi dell’Europa occidentale, soprattutto quelli con profonde tradizioni coloniali ed imperiali, si può ben dire che due sono stati i modelli prevalenti di integrazione di persone provenienti da culture e tradizioni diverse.

    Il primo è quello assimilazionista di marca francese, che al cittadino straniero garantisce essenzialmente l’integrazione nella République purché si rispettino i suoi valori fondamentali, predominanti su qualunque altro tipo di appartenenza ed in particolare su quella religiosa, in nome di un rigido principio di laicità.

    Il secondo è quello comunitario di marca britannica, dove in sostanza ai sudditi di Sua Maestà viene permessa la possibilità di vivere nello spazio fisico e giuridico del Regno Unito pur essendo organizzati in comunità chiuse, in cui le regole tradizionali dei Paesi di provenienza – di cui spesso si parla la lingua in via esclusiva, sapendo poco o nulla della realtà del Paese ospite – sono le uniche che di fatto contano.

    Occorre dire che ambedue i modelli sono falliti, il primo perché sottovalutava il mix fra un’eguaglianza proclamata sulla carta che nei fatti diventava marginalizzazione sociale ed economica ed una tradizione religiosa spesso riscoperta come rivincita rispetto ad un’interpretazione spesso ottusa del principio di laicità; il secondo perché in sostanza permetteva il diffondersi di comunità chiuse che pretendevano di articolare un proprio ordinamento giuridico parallelo e talvolta opposto a quello dello Stato che li ospitava e di cui magari erano cittadini.

    E’ chiaro che il crescere della presenza di persone provenienti da Paesi di cultura diversa, in cui spesso la dimensione giuridica si confonde con quella religiosa, impone un ripensamento generale del rapporto con queste persone, molte delle quali chiedono l’accesso alla cittadinanza italiana e, di conseguenza, a quella europea, che garantisce la libera circolazione in tutti gli Stati appartenenti all’Unione. Il rispetto dei “valori” degli Stati di cui si è ospiti e successivamente cittadini introduce un argomento scivoloso, giacché è difficile capire di quali valori si parli, visto che la lotta non sempre agevole per la distinzione fra lo spazio statuale e quello ecclesiastico, la laicizzazione del diritto e la secolarizzazione della cultura contribuiscono a inserire in una dimensione storica quelle “radici cristiane” di cui spesso si parla come se fossero una sorta di manifesto politico per l’oggi. Una lettura, detto per inciso, che in ambito cattolico il magistero del Concilio Vaticano II ed in particolare quello dell’attuale Pontefice hanno notevolmente delegittimato riducendola a bandiera di gruppi identitari tanto rumorosi quanto ristretti.

    Si può dire in sostanza che quei valori siano quelli inseriti nelle Costituzioni degli Stati europei e nei Trattati istitutivi dell’Unione (di una vera e propria Costituzione europea, purtroppo, non si può ancora parlare), e che da lì vengono trasfusi nella legislazione corrente. Il rispetto dei valori fondamentali è quindi il rispetto delle leggi esistenti, che si applicano a tutti senza esenzioni o eccezioni di carattere religioso, etnico o di genere. Allo stesso tempo, la presa d’atto di questa crescente presenza nello spazio giuridico italiano ed europeo impone un ripensamento delle procedure sulla concessione dell’asilo e l’armonizzazione delle norme dei singoli Stati sulla concessione della cittadinanza, incoraggiando una generale prevalenza dello ius soli sullo ius sanguinis.

    D’altro canto, non si può nemmeno negare che il crescente malessere sociale di larghi settori popolari, soprattutto quelli che si sentono esclusi dalla logica del mercato globale e che ne subiscono gli effetti più deleteri, lascia amplissimi spazi alla propaganda dei movimenti estremisti sul modello del Fronte nazionale francese o della Lega Nord in Italia, i quali possono presentarsi ad un tempo come i paladini delle classi sociali impoverite autoctone e di un’applicazione rigida di un programma “legge ed ordine” in primo luogo contro i migranti e contro ogni forma di diversità.

    La pericolosità di questo discorso deriva dall’effettiva percezione di molte persone del fatto che la crisi economica scoppiata nel 2007 ha lasciato dietro di sé un processo di impoverimento della classe media che, storicamente, è sempre stato alla base di tutte le avventure antidemocratiche. Occorre quindi legare l’esigenza di riattivazione del cosiddetto ascensore sociale alla lotta contro la percezione da parte dell’opinione pubblica (che non è un concetto astratto, ma è fatta da donne e uomini che eleggono i Parlamenti i quali a loro volta legiferano ed esprimono i Governi) della potenziale pericolosità sociale dei migranti. E in effetti, se è vero che l’accoglienza e la possibilità di richiesta di asilo sono diritti garantiti a tutti, indipendentemente dal loro passaporto, e la legge italiana punisce i crimini dei cittadini e dei non cittadini allo stesso modo, è abbastanza evidente che, sia pure non in termini giuridici, la posizione di colui che venendo da un Paese straniero si mette sotto la protezione delle leggi italiane viene considerata dall’opinione pubblica con maggiore riprovazione nel momento in cui violano tali leggi. L’ho potuto constatare io stesso, che da quando, tre anni fa, sono diventato Sindaco della mia cittadina ho assistito al verificarsi di tre gravissimi casi criminali – due omicidi ed una tentata violenza su minore – che hanno coinvolto dei cittadini stranieri, solo che le vittime erano loro e i colpevoli erano italiani. Le tre vicende sono state rapidamente dimenticate dopo aver suscitato un clamore tutto sommato limitato: non credo che, a parti inverse, le cose sarebbero andate in questo modo.

    Ciò significa che una nuova concezione istituzionale dell’accoglienza deve accompagnarsi a percorsi di integrazione diffusi, non lasciati all’inventiva di operatori sociali ed amministratori ma organizzati sistematicamente, che senza negare la specificità delle tradizioni di provenienza eviti il rischio della ghettizzazione e conduca a forme equilibrate di convivenza sotto le stesse leggi.
    E’ certo un percorso difficile, ma è anche l’unico possibile.

    Adesione Acli #20maggiosenzamuri
    20 maggio insieme senza muri