Dal Congresso una nuova responsabilità per Matteo Renzi email stampa

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    Il IV Congresso nazionale del Partito Democratico, a pochi mesi dal decimo anniversario della sua fondazione nell’ottobre 2007, non era nato sotto i migliori auspici: la severa sconfitta nel referendum costituzionale del 4 dicembre scorso e le susseguenti dimissioni di Matteo Renzi dalla guida del Governo, la lunga polemica con la minoranza interna che faceva capo a Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema finita con una scissione (diciamo una fuoriuscita, visti i numeri tutto sommato modesti in termini di tesserati e rappresentanti istituzionali), la lenta erosione nei sondaggi a vantaggio del Movimento Cinquestelle, il malessere crescente nel gruppo dirigente sfociato con le dimissioni di Renzi anche dalla guida del Partito non erano sembrati un buon viatico per il nuovo appuntamento congressuale.

    Oltretutto si erano manifestate nuove aggregazioni, come quella guidata dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando, già componente della maggioranza renziana, che insieme ad una parte della minoranza di sinistra rimasta nel Partito si candidava alla Segreteria; più complesso il ruolo del Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, già sostenitore di Renzi passato gradualmente ad una rumorosa opposizione, che prima pareva voler seguire i fuoriusciti salvo poi, con una clamorosa inversione a 180 gradi, tornare sui suoi passi e presentare una candidatura alla segreteria che peraltro non sembrava riscontrare grandi adesioni se non nella Regione natia e, più in generale, nel Meridione.

    A fronte di ciò Renzi, candidato alla successione di se stesso, cercava di attenuare quel dato di protagonismo se non di vera e propria prepotenza che alcuni gli accreditavano allargando le fila della sua mozione in modo da comprendervi oltre ai cosiddetti “renziani storici” (ossia coloro che lo affiancavano fin dalle primarie perdute contro Bersani nel 2012) e al gruppo di Area democratica di Dario Franceschini, che lo aveva sostenuto fin dal III Congresso nel 2013, anche componenti dell’ex minoranza di sinistra come il gruppo dei “Giovani Turchi” del Presidente del PD Matteo Orfini e dell’area che fa capo al Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. Proprio Martina veniva prescelto come “Numero Due” di un’irrituale ticket che stava significare una gestione più plurale ed aperta a sinistra del Partito.

    In effetti l’andamento del Congresso, al di là di alcune bolle giornalistiche e dell’evidente per quanto implicito endorsement per Orlando da parte di esponenti storici del centrosinistra come Prodi e Napolitano fin dall’inizio, nella fase svoltasi nei Circoli ed aperta unicamente agli iscritti al PD, non pareva far riscontrare particolari problemi per la mozione Renzi-Martina, che otteneva più di 170 mila voti ed il 66,73%  contro il 25, 25% di Orlando e l’8, 02% di Emiliano.

    Ad essere decisivo tuttavia sarebbe stato il voto aperto (le cosiddette “primarie”) degli elettori democratici, e molti osservatori puntavano la loro attenzione sull’affluenza al voto, se inferiore e di quanto ai 2 milioni e 800 mila voti del 2013, e ovviamente sul dato del consenso a Renzi, la cui rielezione veniva considerata scontata.

    Gli oppositori, in particolare Orlando – il più politicamente strutturato – facevano leva su due argomenti: il primo riguardava l’atteggiamento di Renzi, il quale si sottraeva alle polemiche dirette e aveva concesso un solo dibattito televisivo ai suoi concorrenti, e per questo veniva accusato di puntare ad una partecipazione al voto bassa per garantirsi una più facile vittoria. Il secondo consisteva nell’autorappresentazione di Orlando come della figura che più facilmente, da Segretario del PD, avrebbe permesso di ricucire i rapporti a sinistra, con un occhio di riguardo alla nuova aggregazione promossa dall’ex Sindaco di Milano Giuliano Pisapia, mentre correlativamente accusava Renzi di voler andare ad elezioni anticipate con le leggi elettorali di Camera e Senato ritagliate su base proporzionale con giudizio irrituale da parte della Corte costituzionale al fine di varare dopo un prevedibile risultato di pareggio una “grande coalizione con Forza Italia.

    Mentre stiamo scrivendo si sta completando lo scrutinio delle primarie svoltesi nella giornata del 30 aprile, che hanno visto affluire ai seggi poco meno di due milioni di persone (per l’esattezza 1.848.658, certamente meno che nel 2013 ma molte di più di quanto certa stampa accreditasse il giorno stesso delle votazioni), che hanno visto Renzi prevalere nettamente con oltre il 70% dei voti, mentre Orlando si assesterebbe intorno al 19% ed Emiliano poco sopra il 10.

    Ovviamente è troppo presto per dire quali saranno le conseguenze a medio e lungo periodo di questo risultato inequivocabile, ma alcune considerazioni si possono già delineare.

    Innanzitutto la partecipazione al voto dimostra che esiste ancora una sostanziale vitalità del PD, il quale, fra i partiti maggiori del nostro Paese, è l’unico ad avere una vita democratica interna mediamente funzionante dal livello cittadino a quello nazionale, e questo è importante non tanto per quel partito quanto per la qualità della democrazia nel nostro Paese, che attende ancora di dare una veste legale ed istituzionale al ruolo dei partiti nella sua struttura politica.

    In secondo luogo il PD non è il “Pdr-Partito di Renzi”, secondo la definizione di Ilvo Diamanti – un sociologo ormai noto più per le sue battute brillanti che per l’accuratezza delle sue ricerche sociali–: è più esatto dire che gli iscritti e gli elettori del PD riconoscono a larga maggioranza in Renzi il capo, il leader chiamato a guidare ed orientare l’azione politica del partito. Un ruolo imprescindibile in una fase storica in cui nemmeno la migliore delle idee può affermarsi senza una leadership convincente ed efficace che la incarni.

    Vi è poi il fatto che, al di là delle schermaglie congressuali le nuove minoranze interne sanno benissimo che il corpo vivo del partito non è più disponibile a tollerare una lunga guerriglia di logoramento come quella che Bersani e soci misero in atto contro Renzi praticamente fin dal giorno della sua prima elezione: è da presumere che soprattutto Andrea Orlando – il quale è stato perfettamente partecipe e consenziente rispetto alle scelte compiute da Renzi come Segretario e Premier – vorrà dare il suo contributo alla guida del Partito e alla definizione delle sue linee programmatiche in vista delle prossime elezioni.

    D’altro canto, il Partito Democratico è e rimane la maggiore forza politica riformista italiana rispetto alle incognite del populismo grillino e all’eterno, stanco riproporsi della leadership berlusconiana sulla destra: il problema è che per troppo tempo, soprattutto nella fase della Segreteria di Bersani (che è stata una fase, detto per inciso, di un severo calo di tesserati e di elettori) il PD è sembrato corrispondere alla caricatura che ne facevano i suoi avversari, di un agglomerato nostalgico di ex comunisti ed ex democristiani più ripiegato sul passato che attento al futuro. Renzi, che a differenza del suo quasi coetaneo Emmanuel Macron non aveva a disposizione un sistema istituzionale che permettesse di bypassare lo strumento partito per puntare direttamente alla guida del Paese, ha conquistato la guida del Partito nel dicembre 2013 e subito dopo è salito a Palazzo Chigi. A quel punto tuttavia ha commesso l’errore di pensare che la politica riformista esercitata dal Governo lo esentasse dal fare del PD il vettore di quella proposta politica, forse sottovalutando la necessità delle alleanze sociali necessarie per dare a tale linea politica un respiro ed un consenso più ampi (soprattutto in un Paese come il nostro, in cui, ad esempio, a differenza che in Francia, dove la CFDT ha superato in iscritti e rappresentanti sul luogo di lavoro la CGT, il sindacalismo riformista è ancora minoritario rispetto a quello massimalista).

    E’ significativo che nella sua prima dichiarazione dopo la vittoria Renzi abbia affermato che la sua intenzione è quella di costruire una “grande coalizione” non con i partiti ma con i cittadini e con le forze sociali che ne esprimono gli interessi, mirando a ricreare quel circuito virtuoso che, superando le ricorrenti tentazioni collateraliste, potrebbe permettere la creazione di una cultura riformista diffusa.

    Il tempo dirà se alle parole terranno seguito le azioni.