Due Santi anche per le Acli email stampa

    182
    0
    SHARE

    C’ è una fotografia che è circolata in questi giorni che risale probabilmente ai primi anni Quaranta del secolo scorso: al centro si vede Pio XII salutato da una folla di giovani sacerdoti. A destra del Pontefice il fedele Sostituto della Segreteria di Stato Giovanbattista Montini, a sinistra, confuso fra gli altri, un giovanissimo Oscar Arnulfo Romero allora studente all’Università Gregoriana. In qualche modo quella fotografia rappresenta il primo incontro fra i due uomini che sono stati canonizzati solennemente da papa Francesco il 14 ottobre, ed è un dato di fatto che la decisione di nominare Romero, nel giro di pochi anni, prima Vescovo ausiliare di San Salvador, poi Vescovo di Santiago de Maria ed infine Arcivescovo di San Salvador fu interamente di Paolo VI, che nel prete salvadoregno riconosceva quelle doti di equilibrio, di pietà e di dedizione al lavoro pastorale di cui la Chiesa latinoamericana aveva bisogno dopo la grande Conferenza di Medellin del 1969 che aveva segnato un momento di svolta per una comunità ecclesiale segnata dall’eredità coloniale, tendenzialmente conservatrice e legata alle oligarchie che dominavano in forma dittatoriale o fintamente democratica gli Stati dell’Amerindia.

    La duplice canonizzazione, fortemente voluta dal Papa argentino, ha rappresentato un momento fortemente simbolico per la Chiesa universale e per l’opinione pubblica, anche per il particolare significato che queste due figure hanno avuto nella vicenda del cattolicesimo del XX secolo.  Per tutta la sua vita, come assistente della FUCI, diplomatico vaticano, Arcivescovo di Milano ed infine Pontefice, Montini fu fra coloro che più radicalmente si posero il problema del rapporto fra Chiesa e modernità, suscitando numerose antipatie negli strati più conservatori. Fu probabilmente fra i pochissimi, anche per retaggio familiare, che comprese fino in fondo il valore della politica in un contesto democratico e l’importanza dell’impegno politico autonomo dei credenti, ed il rapporto che egli ebbe con molti dei dirigenti della Democrazia Cristiana da De Gasperi ad Andreotti a Moro (il cui rapimento ed assassinio furono probabilmente il colpo fatale per la sua salute ormai malferma) fu di una sostanziale intrinsecità  Da Papa, accettò di portare a termine il Concilio Vaticano II che Giovanni XXIII aveva avviato, ne guidò i lavori con discrezione lasciando la più ampia libertà di discussione ai Vescovi, ma intervenne ogni volta che gli parve che fossero a rischio alcuni principi cardine della fede cattolica. Soprattutto, fu il Papa dell’enciclica Populorum progressio, che rappresenta un tornante nella storia ultracentenaria della dottrina sociale della Chiesa, evidenziando la necessità di un’azione concertata per lo sviluppo integrale dell’uomo e lo sviluppo solidale dell’umanità è il pensiero fondamentale e l’aspetto più puntuale di tutta l’enciclica. Il pensiero dominante è che lo sviluppo non si può ridurre a una semplice crescita economica, chiarendo che lo sviluppo per essere autentico deve essere integrale, cioè volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Per la prima volta si estendeva l’insegnamento sociale della Chiesa su scala mondiale, e Paolo VI proponeva, come dovere grave e urgente, di stabilire una giustizia sociale schierandosi dalla parte dei perdenti dell’umanità, di tutte le popolazioni deboli e marginalizzate. Domandava uno sforzo concordato affinché ciascuno avesse il proprio posto, i propri diritti e i propri doveri, la propria piena responsabilità per incrementare una collaborazione universale tra le nazioni, una giustizia sociale internazionale (Iustitia est fundamentum regnorum) come base fondamentale per un autentico sviluppo. La Populorum progressio offre così una panoramica del mondo contemporaneo e dello sviluppo autentico nella quale spicca la conclusione che l’opera della solidarietà è la pace: Opus solidarietatis pax. «La pace è il nuovo nome dello sviluppo». E a riprova che l’insegnamento sociale della Chiesa non è statico ma dinamico, in quanto attinge alla solida radice della Tradizione, nella preparazione del testo della sua enciclica papa Montini aveva riversato tutta la sua moderna sensibilità culturale.

    Romero in qualche modo era figlio di questa impostazione, lui considerato uno studioso innocuo e di sentimenti conservatori che, diventato Arcivescovo e Primate di una delle Nazioni più povere e depredate del mondo, cercò di attualizzare il messaggio evangelico in un contesto in cui lo Stato era in guerra con il suo popolo, ed il compito principale dell’esercito non era quello di presidiare le frontiere esterne, ma piuttosto quello di perseguitare, torturare ed uccidere chiunque si opponesse all’oligarchia governante. Il punto di forza di Romero fu l’accettazione non tanto di una posizione ideologica – da questo punto di vista la sua inassimilabilità alle posizioni della Teologia della liberazione è assodata- quanto della pura e semplice necessità di una conversione al Vangelo che non rimanesse confinata negli spazi di una posizione vagamente spiritualista ma entrasse nel vivo della storia, anche nella pienezza della sua dimensione sociale. Una simile testimonianza era di per se stessa inaccettabile per un sistema politico e sociale che dietro la facciata di un cristianesimo di convenienza celava la più brutale volontà di sopraffazione che non sarebbe arretrata – e di fatto non arretrò- nemmeno di fronte alla prospettiva dell’uccisione di Vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi fino all’orrenda mattanza di Ignacio Ellacuria e degli altri gesuiti dell’Università di Centroamerica nel novembre 1989.  Per queste scelte, morto Paolo VI, Romero pagò anche forte incomprensioni da parte di una Curia romana immersa nelle logiche della nuova Guerra fredda e di equilibri internazionali ed ecclesiali implacabili che non solo schiacciarono l’Arcivescovo in una morsa letale, ma resero per lunghi anni impossibile dichiarare l’evidenza, ossia che egli era caduto martire per mano di uomini nominalmente cristiani ma di fatto asserviti agli idoli del denaro e della violenza (che è il vero odium fidei della nostra epoca).

    Paolo VI e mons. Romero sono anche santi particolarmente cari al nostro Movimento. Il ruolo di monsignor Montini nella nascita delle ACLI, come pure nel mantenimento della loro struttura anche all’indomani della scissione sindacale del 1948, quando in molti si domandavano il senso di mantenere in piedi un organismo che era nato in funzione della presenza dei cristiani nella CGIL unitaria: ciò si doveva alla cultura europea del Sostituto della Segreteria di Stato, che riteneva che l’azione sociale dei credenti non si esaurisse nel campo politico , presidiato dalla DC, né in quello sindacale, visto che poi la CISL si sarebbe qualificata in senso aconfessionale aprendo a presenze pur minoritarie di sindacalisti socialdemocratici e repubblicani, ma necessitasse di uno spazio di formazione e di azione sociale in senso lato che andasse oltre le tradizionali azione caritative ma rendesse i lavoratori consci dei loro diritti. A questa linea, pur nelle difficoltà che si presentarono, Montini si attenne anche negli otto difficili anni del suo episcopato milanese, e lo fece anche da Pontefice. In un discorso ai partecipanti al IX Congresso nazionale delle ACLI che si tenne a Roma nel dicembre 1963 – pochi mesi dopo la sua ascesa al Soglio pontificio- egli ricordò che la formazione abilitava gli aclisti alla “ promozione dei legittimi interessi delle categorie lavoratrici. È funzione che altri, cioè i sindacalisti ed i politici, esercitano con specifica competenza: ma la conoscenza e la formulazione dei termini concreti di certe questioni (le vostre inchieste lo dimostrano), come dei termini dottrinali e giuridici delle questioni stesse, possono essere, a profitto di tutti, anche vostre; e lo stimolo che viene in tal modo dal vostro settore, che dovrebbe essere contrassegnato dalla serenità di chi giudica le cose senza esservi implicato da peculiari interessi diretti, può essere benefico e confortatore, come un servizio di vigilanza e di alacrità nella tutela e nella promozione della causa dei Lavoratori.” Certo, Paolo VI fu anche il Papa della “deplorazione” che nel giugno del 1971 segnò la massima tensione fra il Movimento aclista e la Gerarchia ecclesiastica sulla questione della libertà di voto e del rapporto fra cristiani e marxisti. E tuttavia va detto che le testimonianze sono univoche nel ricordare che il Papa seguì con attenzione le vicende acliste pur senza intervenire direttamente, e che si rifiutò ad ogni ipotesi di “sostituzione” delle ACLI con un soggetto più “obbediente”. In ogni caso, non fu senza il suo avallo se a partire dalla metà degli anni Settanta venne restituita alle ACLI la presenza di un “accompagnatore” ecclesiastico nella persona del gesuita Pio Parisi.

    X Congresso nazionale delle ACLI si tenne a Roma nel dicembre 1963

    Nel caso di Romero la questione si poneva nei termini dell’attenzione che le ACLI avevano progressivamente sviluppato verso l’America Latina, dove fra gli anni Cinquanta e Sessanta si sviluppò un movimento sociale cristiano di grande vivacità e si svilupparono partiti di matrice cristiana dalle idee assai avanzate, nella prospettiva del cosiddetto desarrollismo , l’ideologia “sviluppista” promossa dalla Presidenza Kennedy che agli occhi di molti cattolici italiani sembrava essere una sorta di alter ego delle speranze riformiste riposte nel centrosinistra. Successivamente tale attenzione evolse, in un sincretismo non sempre prudente, nella simpatia per i movimenti di liberazione e per quei credenti che facevano l’opzione della lotta sociale e politica, anche armata e per una Teologia della liberazione che talvolta si voleva trasporre un po’meccanicamente nel contesto italiano. E tuttavia, proprio questo humus è stato necessario per far sì che gli aclisti spontaneamente adottassero Romero come uno di loro, in particolare quelli milanesi, che proprio nei mesi in cui si consumava il martirio dell’Arcivescovo salvadoregno avevano ricevuto il dono inatteso della presenza alla guida della Chiesa ambrosiana di Carlo Maria Martini, che dalla morte di Romero trasse lo spunto per una densa meditazione sul ruolo specifico del Vescovo, e sul fatto che egli ha il dovere di cercare il dialogo con chiunque,dimodoché il martirio è conseguenza del dialogo negato da chi fa della violenza il motore della propria vita. Come ricordava Giovanni Bianchi in un intervento ad un convegno in memoria di Romero svoltosi nel 2005 , egli “cercò di parlare, di dialogare con i detentori del potere senza però mettersi in una posizione ‘terza’ rispetto alle esigenze del popolo che egli faceva proprie, giacché sapeva benissimo che Cristo si identifica nel piccolo e nel povero”.

    Anche per questo gli aclisti lo adottarono, e lo misero fra i loro santi, unendolo oggi a Paolo VI nella grande catena di santi maggiori e minori, canonizzati e no, che formano in cielo la corona del Cristo Liberatore.