Giovanni Bianchi un anno dopo email stampa

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    Giovanni Bianchi e Lorenzo Gaiani intervengono insieme all'incontro di studi a Motta di Campodolcino nel 2006

    Nella sua introduzione ad un libro del 2005 significativamente intitolato “Testimoni e maestri” Giovanni Bianchi annotava: “Siccome vi è un rapporto stringente tra passato e futuro, e chi non sa di dove viene non sa neppure dove andare, la cura delle radici non è elemento politicamente facoltativo. Soprattutto in una fase dove le storie finiscono”.

    Ricordare, fare memoria, non è quindi in se stesso un male: anzi è un atto necessario, a maggior ragione quando il ricordo richiama non un passato mai vissuto ma una parte di noi stessi, della nostra esperienza di vita, di quei valori che ci sono stati inculcati e che ci siamo sforzati di vivere, e di chi ci ha aiutato a viverli. L’anno che ci separa dalla scomparsa di Giovanni – il 24 luglio 2017, ma pare un’eternità- è stato denso di ricordi: sono state dette e scritte molte cose, ed altre ancora si aggiungeranno perché il suo lascito è corposo, e ancora debbono uscire dei testi inediti affidati alle cure di alcuni amici, memoriali significativi di un’attività di ricerca e di scrittura che soltanto l’improvvisa malattia e la morte hanno potuto interrompere.

    E tuttavia, il rischio è che la memoria, anche la più affettuosa, resti sempre al di qua del messaggio profondo che questa straordinaria figura di credente, di intellettuale e di militante ci ha consegnato in un’ esistenza lunga ed appassionata che ha attraversato gli anni ruggenti del fordismo italiano per approdare a quelli del postmoderno, e si è misurata con i pensieri forti sia in campo teologico che in campo politico per poi misurarne la sconfitta e cercare di trarne un’ispirazione per il futuro.

    Rileggendo criticamente questa vicenda, si può notare come l’apporto maggiore che Bianchi diede alla cultura politica delle Acli e del cattolicesimo democratico fu la sua riscoperta del filone popolare, intendendo con ciò l’eredità del pensiero di Luigi Sturzo.

    Ciò che interessava Bianchi era il nucleo del pensiero sturziano, che puntava a una riforma dal basso della società, attraverso la costruzione di un programma di cui fosse portatore e insieme organizzatore il partito politico, strumento lungamente negato ai cattolici dopo l’Unità d’Italia. Quando Bianchi iniziò a elaborare i suoi studi nella metà degli anni ’80, si presentavano alla sua riflessione almeno due questioni fondamentali: il progressivo esaurimento del ruolo dei partiti politici che avevano contrassegnato la fase della cosiddetta “prima Repubblica”, sempre più ripiegati su una gestione del potere fine a se stessa, e l’immobilismo del quadro politico derivante dall’impossibilità di alternanza al Governo dovuta alla presenza, come maggiore forza di opposizione, di un partito comunista fra i più forti e radicati dei Paesi occidentali.

    Riguardo al primo problema, Bianchi trovava in Sturzo un possibile modello di rigenerazione della forma-partito basata su tre criteri fondamentali: «piena autonomia del partito dallo Stato e dalla Chiesa; elaborazione di un programma che raccolga ed esprima il meglio del pensiero economico e sociale della crisi in una dimensione solidaristica e popolare; la mediazione è del sistema politico, non del partito che esalta così la sua agilità programmatica e preme verso l’efficacia di un esecutivo che sia di volta in volta verificato dall’elettorato». Bianchi proponeva un “partito riformatore di massa” che, in una democrazia dell’alternanza, concorresse alla guida del Paese mettendo al centro non un’ideologia ma un programma. «Intorno ad un programma riformatore è possibile oggi ricollocare i partiti e rilanciare la democrazia nel Paese. Un programma che assume, proprio perché leva del futuro, un suo aspetto paradossale: l’essere cioè oltre questi partiti e insieme dentro i loro processi di crisi» .

    Questo progetto fu sconfitto: forse partì già sconfitto, ma sicuramente lo fu in tempi rapidi anche all’interno della rinnovata costituzione del Partito Popolare Italiano, di cui Giovanni fu uno dei fondatori e che presiedette in una fase turbolenta, partito che nacque già tarato dal pesante condizionamento della preesistente storia della Democrazia Cristiana ( un partito – Stato che faceva fatica a ripensarsi come parte fra le parti, anche in minoranza) e dalla compresenza di culture politiche estranee al filone popolare, come dimostrò la scissione di Buttiglione e Formigoni nel 1995.

    Bianchi si rese conto di quello scacco, e ne soffrì, e credo anzi di poter dire che a partire dalla fine degli anni Novanta la sua bussola politica passasse in qualche modo da Sturzo a Dossetti, poiché anche il monaco reggiano aveva vissuto quel medesimo scacco mezzo secolo prima, e aveva cercato di riaffinare i suoi strumenti di ricerca anche attraverso il percorso conciliare. Non si trattava di una ritirata, ma di un ripensamento condotto nel vivo dell’azione, e che, a partire dalla sua fuoriuscita dal Parlamento nel 2006, corrispose ad un più vivo impegno nella ricerca intellettuale, nella scrittura e nell’attività formativa, soprattutto attraverso l’attività dei Circoli Dossetti e nell’assoluta disponibilità vero chiunque gli chiedesse una presenza, una parola, un intervento.

    Già nel 2002 Giovanni annotava: “Dossetti, e con lui tutte le personalità di alto sentire etico e politico che ci piace rievocare nel firmamento dei nostri ispiratori, avevano sicuramente un profondo senso dell’ identità e dei valori ad essa connessi, ma mai avrebbero permesso che essi divenissero l’ostacolo alla ricerca di nuove e più avanzate sfide in materia di democrazia e giustizia sociale che, dopo il Regno di Dio ed anzi, nella prospettiva di questo, furono le sue passioni dominanti. Egli, come tutti gli altri, ci ha tracciato una strada: a noi seguirla, con la libertà e l’intelligenza dei figli di Dio.

    Valeva per Dossetti, vale evidentemente anche per Giovanni Bianchi , la cui lezione dovrà vivere non nelle commemorazioni ma nell’impegno quotidiano di ciascuno di noi, nella Chiesa, nella società, nelle Acli e nelle istituzioni.

    I ricordi, l’affetto, l’amicizia, quelli… quelli nessuno potrà mai toglierceli, perché sono parte di noi.