Il decreto Sicurezza e la “ribellione” dei sindaci email stampa

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    Da diversi giorni tiene banco la discussione sulla presunta “ribellione” dei Sindaci di alcune importanti città, spesso di livello metropolitano, contro il cosiddetto Decreto Sicurezza fortemente voluto dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini, che è esplicitamente pensato per dare un giro di vite sulle politiche di gestione dell’immigrazione nel nostro Paese.

    In realtà la presa di posizione di questi Sindaci – a partire da Leoluca Orlando di Palermo, Luigi De Magistris di Napoli, Dario Nardella di Firenze…- è alquanto composita e differenziata,  nel senso che pochi fra essi puntano ad un boicottaggio esplicito della legge che, in quanto ufficiali di governo e rappresentati dello Stato sul loro territorio, sarebbero costretti a far applicare. Ciò che accomuna la loro posizione è che essi – e non da soli- ritengono che il Decreto in questione, poi convertito in legge tramite “blindatura” con voto di fiducia (una prassi abbastanza comune, ma che le forze attualmente al governo avevano contestato finché erano all’opposizione) sia non solo viziato da incostituzionalità, ma sia anche improcedibile sotto il profilo amministrativo, nel senso che provocherebbe un aggravamento dell’attività ordinaria dei Comuni.

    Infatti, l’articolo 13 della Legge 132/2018 (cioè il Decreto Sicurezza)  stabilisce che il permesso di soggiorno rilasciato a un immigrato  richiedente asilo non è più sufficiente per ottenere la residenza nel nostro Paese: l’immigrato con permesso di soggiorno ha diritto solo al domicilio. Il mancato accesso alla residenza comporta la perdita di una quantità di diritti le cui conseguenze ricadranno tutte sui Comuni e i cittadini.

    Il solo domicilio, infatti, non consente ai cittadini stranieri i diritti di voto, di assistenza sanitaria, di iscrizione a scuola dei figli, di iscrizione nelle liste di collocamento, liste di mobilità e simili, il riconoscimento di indennità previdenziali e assistenziali , il conseguimento o rinnovo di documenti di idoneità ( la patente di guida, indispensabile per accedere a tante attività lavorative) , il diritto di firma nei negozi di diritto privato (es. sottoscrizione di un contratto di microcredito), diritto di firma negli atti con la Pubblica Amministrazione (la possibilità di partecipare ai bandi per  l’edilizia pubblica).

    In sostanza, la privazione della residenza mette a rischio la salute dei migranti con il rischio di diffusione delle malattie. Li priva della possibilità di cercarsi anche minime forme di sostentamento autonomo, di alloggio e di lavoro, con il rischio di generare decine di migliaia di irregolari (secondo alcune stime più di 50.000 nel 2019) che pur di restare in Italia, diventano clandestini, con la sola possibilità di occupare immobili e lavorare in nero, se non diventare manovalanza per la criminalità organizzata: con problemi di convivenza sociale e di ordine pubblico nelle comunità locali,le quali pagheranno il prezzo dei rischi derivanti dalla mancata copertura sanitaria, dalla dispersione scolastica, dall’aumento dei senzatetto, dal proliferare di economie illegali. Si stimano in oltre 280 milioni di euro i costi sociali ed economici che ricadranno sui Comuni.

    Il fine politico immediato di Salvini e della Lega nel generare – dal nulla- questa potenziale bomba sociale è evidente: creando dall’oggi al domani una massa di disperati che non può vivere nella legalità ma nemmeno può essere mandata altrove (dove?) si creerà una situazione di malessere che a sua volta produrrà un bacino elettorale potenzialmente inestinguibile per un partito politico che sull’odio, sulla xenofobia e sulla discriminazione razziale ha costruito le sue fortune elettorali. Diciamo dunque che il benessere e la sicurezza dei cittadini italiani – a tacere della dignità violata di persone che senza loro colpa si ritrovano in condizione di illegalità dall’oggi al domani-  vengono sacrificati in pro della perenne campagna elettorale del “Capitano” e del suo partito. D’altro canto, la crisi verificatasi fra ottobre e dicembre nei rapporti con l’Unione europea sulla legge di bilancio 2019 con conseguenti turbolenze sui mercati nazionali ed internazionali era stata essa pure auotoindotta per mantenere le insostenibili promesse assistenziali e pensionistiche dei partiti attualmente al potere.

    In base a quanto sopra esposto, è evidente che nel momento in cui avanzano critiche alla nuova legislazione i Sindaci non sono mossi da criteri di ordine ideologico, ma dalla preoccupazione per le ricadute pratiche delle prescrizioni normative e, più in generale, del clima di insicurezza e di malessere sociale che si diffonderebbe con rischi per la tenuta dell’ordine pubblico (e forse i Sindaci di destra e Cinquestelle che non dicono nulla in proposito dovrebbero interrogare la loro coscienza di amministratori per capire se alla fine non sono proprio loro quelli che stanno anteponendo la dimensione ideologica a quella amministrativa).

    Si apre qui la questione di quali siano gli strumenti in mano agli amministratori locali per contrastare questa legge: il più ovvio rimane quello del ricorso giudiziario, giacché la nuova legislazione presenta aspetti tali da ritenere che essa violi i diritti che la Carta costituzionale riconosce anche al profugo e allo straniero, come pure alcuni elementi della legislazione comunitaria che viene riconosciuta come sovraordinata rispetto a quella nazionale. Il ricorso diretto alla Corte costituzionale è precluso ai Comuni (ma non alle Regioni, e infatti alcune di esse stanno attrezzandosi in questo senso), ma nel corso di un procedimento giudiziario ordinario una delle parti può chiedere – ed il giudice di merito accordare- il ricorso incidentale alla Consulta. Potrebbe quindi darsi che, qualora il Governo aprisse direttamente o indirettamente una procedura giudiziaria avverso i Comuni “disobbedienti” al fine di ottenerne l’obbedienza alle leggi vigenti, da tale procedure potrebbe scaturire il ricorso alla Corte costituzionale. Resta da vedere quanto sia opportuno che un Sindaco disapplichi autonomamente una legge nazionale non solo correndo il rischio di una condanna per sé ma facendolo correre anche ai dirigenti e ai funzionari comunali che debbono tradurre in atto le sue disposizioni.

    Resta il fatto che questa forma di “obiezione di coscienza” ha creato un movimento diffuso nel Paese che potrebbe portare settori anche ampi dell’opinione pubblica a domandarsi se il clima di intolleranza e di contrapposizione alimentato dalle forze di governo – e che ha trovato un vertice inaudito e quasi grottesco nel gesto del Vicesindaco leghista di Trieste che ha privato un povero senzatetto della coperta con cui si scaldava per buttarla in un cassonetto dell’immondizia- sia corrispondente all’effettiva situazione del Paese o non sia piuttosto una forma di distrazione rispetto ad un’ azione di governo fin qui inefficace per non  dire imbelle. Tanto per esemplificare, il caso dei 49 naufraghi raccolti dalla nave “Sea Watch 3” nel Canale di Sicilia e al momento non accolti da nessuno non significa affatto che i porti italiani siano “sigillati” come pretende Salvini se è vero come appare dai dati dello stesso Ministero che egli dirige nei ritagli di tempo che nel dicembre scorso ci sono stati 359 sbarchi di cui, tanto per esemplificare, 45 il giorno 27, 39 il 28, 37 il 29 e 41 il giorno prima di Capodanno. Il fatto è che il caso “Sea Watch 3” è diventato simbolico e interamente sui simboli e sull’immagine si gioca la comunicazione (che più che l’azione) dell’attuale Governo.