Il governo del rancore email stampa

    642
    0
    SHARE
    il rancore che oggi ha trovato in giro per l’Occidente forma di governo, non può essere la prospettiva di società fondate sull'umanesimo cristiano

    Nell’Occidente questo è il tempo del rancore. Le opinioni pubbliche sono contro le elite che le hanno frodate a favore dei cosiddetti poteri forti, sono contro la globalizzazione economica che le ha impoverite, sono contro l’immigrazione che ne minaccia le identità (quali?), sono contro l’Unione europea fatta di Stati che vorrebbero fatta di popoli, sono impaurite da un futuro che non si presenta più come sviluppo di un percorso predefinito di crescita e benessere garantito da pensioni e da welfare statale.

    Le opinioni pubbliche occidentali sono diventate “sovraniste”, perché vogliono che il proprio Stato torni ad essere (ma mai lo è stato?) padrone del proprio destino, ma vogliono l’Europa dei popoli che è l’opposto del nazionalpopulismo che inneggia al “prima noi”; quindi: al prima gli italiani, gli ungheresi, gli americani, ecc.

    Dopo un decennio di crisi economica devastante non sono mutate in peggio solo le condizioni economiche di milioni di persone, è cambiato il paradigma culturale della scala dei valori. Il secondo dopoguerra ha sancito l’egemonia dei valori liberaldemocratici e solidaristici che hanno permesso di temperare lo spirito selvaggio del capitalismo con tutele sociali e nel mercato del lavoro.

    Il dopoguerra fredda ha sprigionato energie non più governate dalla ferrea logica dei contrapposti blocchi Est/Ovest, ha liberato pulsioni nazionalistiche (fine dell’Urss, della Cecoslovacchia, della Iugoslavia), ha fatto crescere nuove economie, ma la crisi economica epocale del 2008 ha riportato indietro di decenni redditi e aspettative del ceto medio occidentale invecchiato e impaurito, che si è rifugiato nel sogno di antiche egemonie politiche e di benessere a spese altrui (Brexit), o nell’illusione che il popolo, finalmente liberatosi dal peso della tirannia del mercato e delle elite economiche e finanziarie, possa tornare ad essere sovrano: lo sviluppo in deficit di bilancio.

    Nel cambiamento del paradigma dei valori culturali e della convivenza civile a farne le spese è l’eguaglianza, e non per caso è proprio sulla diseguaglianza vera o percepita che sono state sconfitte le sinistre e i partiti tradizionali.

    Un’altra vittima è il senso di umanità e della pietà umana, nel mentre i nazionalpopulisti rivendicano la tutela dell’identità nazionale e la radice religiosa cristiana, giurano su Vangeli e rosari verdi, e tengono per giorni e giorni in mare gli ultimi della terra che fuggono da guerre e miserie (spesso causate da governanti rapinatori e dal saccheggio delle materie prime – qui anche la Cina ha un sua parte importante -, dai cambiamenti climatici causati dal modello di sviluppo capitalistico), le opinioni pubbliche applaudono a questi comportamenti muscolari e parte di esse frequenta abitualmente le chiese cristiane.

    La stessa voce del Papa, ammirato quando fa l’anticasta perché pranza in mensa o condanna, giustamente, i preti pedofili, è ignorato e dileggiato quando condanna la cultura dello scarto, della persona rottamata o scartata perché non utile alla produzione.

    I popoli poveri per intero sono scarto dell’umanità e i nazionalpopulisti si lavano la coscienze con lo slogan vuoto dell’”aiutiamoli in casa loro”, dove magari il deserto avanza e la siccità prosciuga fiumi e laghi.

    Ma il nazionalpopulista si fa forte di poche centinaia di disperati in mezzo al mare per dimostrare che non solo per loro la pacchia è finita, quando in realtà è finita o quantomeno rimossa la consapevolezza che il genere umano è uno, come una per noi tutti è la Terra.

    Perciò si fanno le campagne elettorali, e le si vincono, sulla costruzione dei muri per tenere fuori l’altro dai confini degli Stati, ma questi muri rischiano di essere come quello di Berlino che non serviva a contenere l’ingresso degli stranieri, bensì a impedire che fossero i murati a scappare altrove.

    I nostri muri non sono solo fisici fatti di mattone o di filo spinato, stanno diventando muri ideali che imprigionano le nostre menti e ci riducono dentro società chiuse, dove – la storia lo dimostra – le comunità si organizzano in caste e privilegi, dove il diverso è un nemico, ma noi a nostra volta diventiamo nemici degli altri.

    Non neghiamo le difficoltà, non ignoriamo le paure, ma il rancore che oggi ha trovato in giro per l’Occidente forma di governo, non può essere la nostra prospettiva di società fondate sull’umanesimo cristiano.

    E’ stato scritto: “Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e via uguaglianza, come sta scritto: «Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno»”.

    Sembra un programma politico, invece è San Paolo, lettera ai Corinzi (8, 7.9. 13 – 15).
    Sul “sacro” prato di Pontida campeggiava sotto il palco a titoli cubitali “Prima gli italiani”, sopra il palco si spiegava il perché dopo aver giurato mesi fa sul Vangelo e il rosario.

    Forse è venuto il momento che quella parte di mondo cattolico e di cattolici che non accetta l’egemonia culturale dei nazionalpopulisti di sfidarla in nome del senso di pietà umana e dell’uguaglianza.