Il presidente Livio Labor email stampa

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    Livio Labor, Vallombrosa 1968

    A distanza di vent’anni dalla sua scomparsa , avvenuta il 9 aprile 1999, e a cinquant’anni dal suo definitivo ritiro dagli organismi dirigenti del Movimento aclista, nella memoria di quanti lo hanno conosciuto Livio Labor rimane “Il Presidente”.

    C’era infatti qualcosa in quell’uomo dalla biografia singolarissima – figlio di un padre ebreo convertitosi al cattolicesimo e poi divenuto prete alla morte della moglie, e ora avviato alla gloria degli altari- che ne determinava un’ autorevolezza naturale, facendone in qualche modo un predestinato alla leadership che esercitò con coraggio e spregiudicatezza nella fase in cui più alti erano il prestigio e la forza delle ACLI in Italia.

    Allo stesso tempo, Labor era anche un uomo di parte, dichiaratamente di parte, destinato a raccogliere il sostegno più caldo dei suoi sostenitori e la totale avversione di quanti non si riconoscevano nel suo progetto politico, sociale e formativo. In effetti questo si vide con chiarezza fin dalle sue prime esperienze nelle ACLI, prima nell’ambiente della Provincia di Roma, dove venne considerato un perturbatore della quiete in una realtà dominata dagli appartenenti alla burocrazia ministeriale, poi nel più congeniale ambiente delle ACLI milanesi, dove mise in piedi con determinazione e costanza l’attività dell’ENAIP e presiedette alla realizzazione dei corsi di formazione sociale e politica, scontrandosi in modo irreversibile con quell’altra straordinaria figura di militante  che fu il Presidente provinciale Luigi Clerici , fino all’approdo definitivo alla Presidenza nazionale, prima come delegato alla formazione, poi come Vicepresidente, poi come capo dell’opposizione interna ed infine come Presidente per otto anni tumultuosi.

    Si capirebbe poco della figura di Labor se non si tenesse conto che, al fondo della sua instancabile attività vi era una molla essenzialmente religiosa, derivante sia dalla straordinaria figura paterna, sia dall’educazione ricevuta negli anni della sua formazione (gli anni di Gedda a capo della GIAC, ed è curioso notare che, pur essendosi distanziato prestissimo politicamente ed ecclesialmente da Gedda egli mantenne questo imprinting volontaristico per tutta la vita, influenzandone indubbiamente alcune scelte avventate che compì in campo politico) e infine dall’appartenenza all’istituto secolare paolino, cui rimase sempre legato anche quando scelse di sciogliere i voti per sposarsi.

    Egli dunque concepiva la sua militanza nelle ACLI come una missione, la missione di creare una forza sociale di ispirazione cristiana che potesse contribuire al riscatto del lavoratore deprivato della sua dignità di persona umana da un sistema ingiusto, concependo il messaggio di liberazione evangelico al di fuori di un’ottica puramente spiritualistica, come liberazione integrale dal peccato personale e da quelle che Giovanni Paolo II avrebbe chiamato le “strutture di peccato” dell’economia.

    In questo senso Labor fu la guida autorevole appropriata per le ACLI in quella grande fase di trasformazione che furono gli anni Sessanta del secolo scorso, quella del Concilio Vaticano II, di Giovanni XXIII e Paolo VI, di Kennedy e Krusciov, delle inquietudini che attraversavano sia l’Occidente capitalista sia l’Oriente comunista, dei Governi di centrosinistra guidati da Aldo Moro, del risveglio dei popoli del Terzo Mondo, della nascita della contestazione ecclesiale, delle lotte studentesche ed operaie.

    La nascita dell’ACPOL prima e del MPL poi, come possibili contenitori di una nuova sinistra che nascesse dalla convergenza fra cattolici, socialisti e comunisti riformatori, vista a distanza di anni può apparire utopica ed avventata ( e fu sicuramente un errore da parte di Labor aver presentato le liste del MPL senza strutture e senza preparazione alle elezioni anticipate del 1972), ma nel contesto di quegli anni difficili e tumultuosi, ricchi di speranze che andarono poi in gran parte deluse, si deve constatare che rispondevano ad un sentire diffuso , che venne abilmente incapsulato dalle due forze allora dominanti al governo e all’opposizione, la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista, che seppero rinnovare in forme diverse le rispettive  egemonie sentendole messe in discussione. Non giovò anche un certo radicalismo e dogmatismo politico diffuso che sottrasse molte energie intellettuali e giovanili ad un autentico processo riformista che, come molti altri nel nostro Paese, rimase incompiuto.

    Labor divenne così rapidamente una sorta di “paria” nel mondo cattolico, e a lui venne attribuito il peccato originale della rottura del collateralismo con la DC e della successiva “scelta socialista” delle ACLI (che invece egli avversò e che fu semmai addebitabile al suo successore Emilio Gabaglio) e, al di fuori della breve parentesi come senatore socialista nel 1976-1979, la fase più intensa delle sua attività pubblica si concluse , sebbene proseguisse quella formativa prima come Presidente dell’ISFOL e poi come animatore del Comitato per i diritti degli anziani.

    Una vera e propria biografia di Labor ancora non esiste, ed è un peccato, perché aiuterebbe non solo a ricostruire uno spaccato importante della vicenda sociale, politica e religiosa del XX secolo, ma anche a restituirci la figura di un credente a tutto tondo, di un laico devoto alla Chiesa e al Vangelo che però, come volle scritto sulla sua tomba, non chiese mai permesso ad alcuno nelle scelte opinabili della vita sociale e politica, perché quello è il mestiere dei laici.