Le Acli e la Cisl per una nuova centralità del lavoro email stampa

    69
    0
    SHARE
    Annamaria Furlan e Roberto Rossini

    Il convegno che si è svolto in via della Signora sabato 10 novembre ha messo a confronto Acli e Cisl, nella persona dei loro massimi dirigenti nazionali, rispettivamente il Presidente Roberto Rossini e la Segretaria generale confederale Anna Maria Furlan, di fronte ad un interrogativo che tocca non solo due associazioni che hanno un’importante storia largamente condivisa ed una radice comune, quella della difesa e promozione dei lavoratori, ma tutto il nostro Paese perché va al cuore della nostra Carta costituzionale: l’Italia è ancora una Repubblica “fondata sul lavoro”?

    Dopo le introduzioni di Paolo Petracca e di Sandro Antoniazzi la discussione è entrata subito nel vivo: Rossini ha sottolineato come il tratto distintivo dell’Italia di oggi sia essenzialmente il rancore, un rancore diffuso, figlio della delusione delle aspettative di miglioramento della vita delle persone e dei loro figli, che percepiscono come il frutto della grave crisi economica e sociale apertasi nel 2007 sia stato il blocco definitivo dell’”ascensore” che dovrebbe garantire la possibilità di riscatto e di miglioramento delle classi più deboli, e che anzi si è tradotta in un impoverimento di chi fino a qualche anno fa poteva dire di godere di un tenore di vita soddisfacente.

    «Questo porta – ha argomentato il Presidente delle ACLI- ad una situazione in cui l’opinione pubblica ragiona più per distruzione che per costruzione , con l’aspirazione di disfarsi di istituzioni, leggi, riferimenti storici (a partire dal sogno europeo, che la vulgata diffusa dipinge ormai come un incubo) senza che si affacci una proposta costruttiva. D’altro canto, venuta meno l’idea che attraverso il lavoro si possa cambiare questo Paese, crollata la prospettiva di un destino comune, e quindi di un legame interno, della classe lavoratrice, ci si ripiega sulle paure di una società invecchiata che richiede pensioni e sussidi perché non crede più nelle possibilità di sviluppo del sistema economico e sociale».

    Soprattutto non crede più nella politica, che ormai riesce – e solo parzialmente- a farsi carico dei bisogni delle persone dimenticando i loro sogni o, più esattamente, quell’orizzonte valoriale di prospettiva, quel Grande Disegno senza del quale la politica diventa solo tecnicalità o, in alternativa, gestione del rancore da parte di leader che amano presentarsi come guerrieri fortemente divisivi.

    Anna Maria Furlan, dal canto suo, ha ricordato la straordinarietà di una situazione in cui nel mondo occidentale si è diffusa l’idea che dopo la grande crisi si sarebbe ritornati allo statu quo ante , mentre, per quanto riguarda l’Italia, la situazione è nettamente peggiorata: il nostro Paese infatti ha perso in competitività, innovazione e qualità del prodotto. «Ma il vero motivo per cui questa crisi è diversa dalle altre –a spiegato la segretaria generale della Cisl – che il nostro Paese ha subito e superato è che ha lasciato le persone più sole: se esista ancora un minimo di tessuto sociale a salvaguardare la coesione del Paese lo si deve essenzialmente all’istituto familiare da un lato e dalla corposa realtà sindacale, associativa  e persino datoriale dall’altro , anche se la velocità del cambiamento è tale da rendere difficile l’elaborazione culturale soggiacente.

    In questo senso – ha proseguito Furlan- il risultato elettorale del 4 marzo è più una conseguenza che una causa di una serie di processi in atto: il recupero della funzione sociale del lavoro parte da un lato dalla partecipazione dei lavoratori dall’altro dalla capacità del sindacato di rispondere ai bisogni delle persone. Il sindacato, quindi, come soggetto politico -non partitico- di rappresentanza sociale».

    D’altro canto, non si può certo sperare che il riscatto del lavoro passi attraverso iniziative come quella del reddito di cittadinanza che, se non passa attraverso il lavoro, diventa sussidio in termini assistenziali. Non mancano tuttavia segnali di ripresa oltre la logica populista come la manifestazione che si è svolta lo stesso 10 novembre a Torino in difesa della linea di alta velocità Torino – Lione, che rappresenta una ribellione alla logica neo – luddista cui sembrano soggiacere molti degli attuali governanti.

    Si è quindi aperto un ampio dibattito in cui sono intervenuti molte persone del folto pubblico presente : nella replica fra le altre cose Rossini ha ricordato che il primo bisogno in assoluto è il lavoro, non il reddito di cittadinanza e, sul futuro delle ACLI, ha ricordato che esso cammina sulle due ruote dell’iniziativa politica e dei servizi alla persona, che garantiscono la dimensione popolare del Movimento.

    Furlan dal canto suo ha insistito sulla necessità di rilanciare il pensiero politico e sociale di matrice cattolico democratica, ricordando che il gesto plateale e per certi versi blasfemo di Matteo Slavini di brandire il Vangelo ed il Rosario per la sua discutibile battaglia politica non è solo coreografia, se è vero che il 58% degli elettori leghisti è cattolico praticante, a segno di quanto ormai taluni disgiungano la Parola evangelica dalla prassi di vita quotidiana.

    Ovviamente il convegno non ha né conclusioni né proposte operative, e tuttavia il filo della riflessione non deve essere interrotto.