Migrare dall’Africa all’Europa con la speranza dell’accoglienza email stampa

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    Non era difficile immaginare che le elezioni amministrative per la scelta dei Sindaci avrebbero favorito i candidati e le forze politiche più contrarie all’accoglienza dei profughi e all’autorizzazione per i luoghi di culto di altre confessioni religiose.
    Gli effetti dell’onda lunga della bocciatura della riforma costituzionale e il diffuso astensionismo, alimentato anche da una opinione pubblica sensibile alle sirene dell’antipolitica, hanno generato un clima di sfiducia nelle istituzioni e di ostilità per “l’invasione” degli stranieri che ostacola il dialogo alla ricerca di soluzioni condivise per l’accoglienza con il coinvolgimento delle Amministrazioni comunali e delle comunità locali.

    I recenti convegni a Milano alle Stelline su “Governare l’immigrazione”, all’Università degli Studi su “Accogliere emergenze e promuovere diritti” e alla Caritas sugli “Stranieri residenti in Lombardia”, integrati dalla presentazione dei Rapporti sulla “Presenza dei migranti nella Città metropolitana” del Ministero del Lavoro e sulle “Migrazioni” in Italia, in Europa e nel mondo, della Caritas e Migrantes, consentono invece di aprire lo sguardo al “cambio d’epoca” e di uscire dalla spirale della paura per un futuro inatteso.
    Si tratta quindi di vivere i “segni dei tempi” condividendo il “dramma dei profughi” e dei richiedenti asilo, con la conoscenza più approfondita del divenire dei flussi migratori dall’Africa, o da altri Continenti, e delle cause che spingono le popolazioni all’esodo e all’esilio, per individuare gli interventi più efficaci nei Paesi d’origine e nelle Nazioni d’approdo, con l’obiettivo di superare i conflitti, favorire lo sviluppo, offrire occasioni di inclusione e di lavoro.
    Di fronte all’emergenza degli sbarchi sulle coste italiane, che si fanno sempre più intensi dopo la “chiusura” della rotta balcanica, l’Unione europea sembra incapace di esprimere una solidarietà transnazionale per l’ospitalità diffusa, con la tendenza a considerare il Mediterraneo una questione dell’Italia, in relazione al Regolamento di Dublino che individua nel Paese di primo approdo la competenza per l’esame della domanda di accoglienza dei richiedenti asilo.
    Intanto il Parlamento europeo è quasi deserto quando l’Assemblea plenaria deve affrontare la “crisi migratoria” e la solidarietà all’Italia, con lo scontro in aula fra Juncker e Tajani, mentre il rifiuto di Francia e Spagna ad aprire i porti per far sbarcare i profughi raccolti alle navi delle Organizzazioni non governative battenti bandiere delle Nazioni europee, è la dimostrazione di un cinismo incompatibile con gli ideali dell’Unione comunitaria.
    L’apatia e l’ostilità dell’Europa, con il filo spinato ad Est e la minaccia dell’Austria di schierare l’esercito al Brennero, diventano segnali inquietanti di un ritorno ai nazionalismi, in un’epoca di naturale superamento dei confini e delle comunicazioni in rapporto alla rivoluzione digitale che allarga gli spazi e le conoscenze, rendendo ormai insopportabili le condizioni di oppressione, di povertà e di sottosviluppo di vaste aree del pianeta.

    Le campagne e la raccolta di firme per “L’Italia sono anch’io” e “Ero straniero”, sul diritto di cittadinanza e sulla legge dell’immigrazione, promosse anche dalle Acli, che già con Ipsia svolgono attività di solidarietà nei campi profughi della ex Jugoslavia e in altri Paesi, dimostrano la volontà di condividere e di esprimere solidarietà concreta con la proposta di leggi per il riconoscimento della dignità sociale e dell’eguaglianza dei cittadini.
    Al Padiglione d’arte contemporanea con la Mostra “Africa, raccontare un mondo”, e alla Triennale con “La terra inquieta”, oltre cento artisti provenienti da vari Paesi del mondo, stanno documentando il dramma delle migrazioni e la crisi dei rifugiati nello scenario globale della storia contemporanea, con opere diseguali ma dialoganti, intense per creatività e versatilità, che illustrano senza filtri le storie personali e collettive dei nuovi “dannati della Terra”.

    Fra demagogia e propaganda, la democrazia in Italia sembra impaurita dai cambiamenti che la attraversano, con il rischio di favorire le situazioni di sfruttamento, clandestinità e irregolarità, se non si modifica la disciplina sulle immigrazioni, dalla legge Martelli alla Turco Napolitano, per il permesso di soggiorno temporaneo, il sistema dello sponsor, la regolarizzazione degli stranieri già radicati, il riconoscimento delle qualifiche professionali, l’inclusione dei richiedenti asilo, il diritto alla salute, l’elettorato attivo e passivo.
    Si devono cioè creare canali d’ingresso regolari, per evitare l’odissea dell’attraversamento dei deserti e dei viaggi in gommoni stracarichi in balia delle onde del Mediterraneo, fronteggiando poi, sul territorio nazionale, eventuali fenomeni di concentrazione, con l’assegnazione di quote comunali in relazione alla popolazione residente e alla disponibilità all’integrazione.
    Ci sono ormai molti Sindaci della Città metropolitana milanese che, anche “sfidando” l’elettorato e rischiando l’impopolarità, si sono lanciati con coerenza nella sfida dell’accoglienza come un dovere da compiere nell’attuale realtà urbana, sostenuti dalla società civile e dalle associazioni cattoliche e laiche di volontariato sensibili al richiamo che “ogni uomo è mio fratello”.
    Non sono infatti percorribili le strade della xenofobia e del rifiuto pregiudiziale all’incontro con i migranti, i profughi e i rifugiati, che approdano fra le comunità locali, ma vanno invece ricercate insieme le soluzioni più idonee per favorire l’ascolto e il dialogo, in relazione alle richieste d’asilo, all’ospitalità possibile e alle offerte di inserimento nelle strutture produttive e sociali, in attesa della definizione delle procedure di regolarizzazione.
    Il titolo emblematico di un recente libro della San Paolo,“La riva invisibile del mare”, sulle rotte e sulla natura delle migrazioni, evidenzia l’ancora irrisolto rapporto di interscambio tra il Continente africano e l’Occidente, con la necessità di avviare una nuova stagione di comunicazione e di dialogo fra le sponde Nord e Sud del Mediterraneo, oltre che fra l’Africa e l’Europa.