A cento anni dalla nascita, un convegno ha ricordato Palma Plini. L’intervento di Mario Tronti email stampa

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    Era nata ad Amatrice, Palma. Fa una certa impressione, ricordarlo in questa occasione, quando abbiamo ancora tutti negli occhi le povere macerie di quel paese devastato. Anche mia madre era nata lì, venticinque anni prima, nel 1892. Anzi, nemmeno proprio nel paese, ma l’una e l’altra, in due differenti frazioni del comune, ancora più sperdute nelle montagne. Persone di umile origine, che avranno poi in comune quella passione sacrificale per gli altri, naturalmente sentita e applicata. Venne Palma nella nostra casa, ancora adolescente. E il rapporto fra le due donne fu di immediata affettuosa intesa. I miei, per il faticoso lavoro ai mercati generali di via Ostiense, dove era anche la nostra casa, uscivano alle quattro di mattina e Palmira ‒ ricordo che così la chiamavamo ‒ accudiva noi tre figli per la casa e per la scuola. Chi poteva immaginare allora che Plini Palma sarebbe diventata una meritata voce del prestigioso Dizionario degli italiani, edito dalla Treccani!

    E’ vero quanto dice Fabio Milana, autore della voce, che la scoperta della vocazione avvenne in quella chiesa di S. Benedetto,  che noi frequentavamo come parrocchia. Mia madre mi ha raccontato più volte quel giorno quando Palma venne a dirle la volontà di lasciarci, per ubbidire a una volontà superiore. Quell’episodio mi ha sempre richiamato le parole di Agostino, che così parlava al Signore: “non sono io che ti ho cercato, sei tu che mi hai trovato”. Il mistero della chiamata ha sempre in sé, qualcosa allo stesso tempo di rassicurante e di inquietante. Ho riflettuto in seguito su una coincidenza, anch’essa misteriosa: a partire da quella frequentazione dell’infanzia, in casa, con Palma, il salto nel tempo, tra anni Cinquanta e Sessanta, quando ci trovammo a fare la stessa esperienza di vita nel mondo operaio. Non eravamo allora in contatto. Sarei andato a trovarla, tempo dopo, nella sua abitazione a Milano. Ma allora fu una sorta di affinità stellare quella di sperimentare, negli stessi anni, separatamente, senza saperlo e senza dircelo, io il mio operaismo politico, di classe, lei il suo operaismo cattolico, di solidarietà. Da quale oscuro fondo miracoloso vengono, a un certo punto, queste comuni propensioni e tensioni e scelte? Qui, forse, azzardo, la divina provvidenza e la laica astuzia della storia si contendono il campo.

    Tento un altro azzardo. 1917: cento anni dalla nascita di Palma. E cento anni da un altro evento che mi sta molto a cuore: la Rivoluzione di Ottobre. Un atto di liberazione umana, che tutti i tragici decenni seguenti non riusciranno a cancellare. Gli operai che si organizzano con i soviet, i contadini che si prendono la terra, i soldati che rifiutano la guerra, tentano “l’assalto al cielo” con la presa del potere. Aprite Diario di un’operaia di fabbrica, di Palma Plini, le prime righe: “Quando un uomo si presenta in fabbrica per domandare lavoro sente dentro di sé una grande umiliazione, perché sa di non essere accolto come collaboratore, ma come cosa qualunque”. Ecco, la riduzione del lavoratore e della lavoratrice a cosa, a oggetto di sfruttamento in quanto appendice della macchina, con cui si produce profitto, è questo che l’anno ‘17 del Novecento ha voluto rovesciare. Che Palma, la sua vita, o meglio, la sua esistenza richiami alla mente quella data mi appare, e comunque mi piace vederlo, come un fatto  simbolico.

    Palma Plini è un esempio di libertà della persona. Libertà decisa e quindi conquistata. Il suo è un percorso di autonoma emancipazione. Quando entra nella Compagnia di san Paolo, nei primi anni a Roma, si sente subito stretta nel ruolo femminile di servizio alla comunità. Fondamentale è il trasferirsi al nord, prima a Genova, dove durante la guerra e l’occupazione tedesca fa le prime esperienze, rischiose, di lotta, poi soprattutto a Milano. Qui, dopo la Liberazione, alle mense della Pirelli, conosce l’ambiente operaio. E l’incontro con le Acli è la vera svolta della sua vita. Allora l’impegno diretto, fattivo, di appartenenza, con il  mondo del lavoro, diventa la sua nuova, essenziale, vocazione. E’ come un’altra chiamata, dal basso della società, oltre che dall’alto dei cieli. Alla Borletti, in un reparto di elettromeccanica ad alta nocività di prestazione, vive la quotidiana fatica di un lavoro dequalificato e malamente retribuito. In questa figura di prete operaio al femminile, sul modello eroico di Simone Weil, spende il meglio delle sue energie. In Palma, come in Simone, la durezza dell’esperienza viene nobilitata dall’intelligenza della testimonianza. Il riscatto del lavoro, come cantavano gli inni dei lavoratori, è iscritto in quel 22 aprile, giorno di nascita di Palma, così vicino al primo maggio, festa del lavoro.

    Palma Plini è un esempio di vita consacrata: vicina a Dio come altrettanto vicina agli uomini e alle donne che, non la storia, ma un sistema di ingiusti rapporti sociali e politici, ha condannato e continua a condannare alla subalternità, che ha offeso e continua a offendere nella loro dignità. Un modello di cristianesimo incarnato nel tempo della propria esistenza, da offrire alle generazioni che verranno, perché non si rassegnino, perché si liberino, perché lottino, con il sentimento della ragione e con l’intelligenza del cuore.

    Mario Tronti, filosofo e politico tra i fondatori dell’operaismo negli anni ’60.

    Non c’è futuro senza memoria