Milano: dai rapporti di vicinato nei quartieri alla città senza confini

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La città metropolitana che si espande e “sale”, deve recuperare l’entusiasmo e le proposte dell’Expo sull’alimentazione e i nuovi stili di vita, da gestire in un rapporto virtuoso fra le periferie urbane e l’hinterland

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La competitività della città, da rilanciare dopo il crollo del turismo e la paralisi delle attività commerciali e culturali, si dovrà fondare sull’inclusione, sulla solidarietà e sulla sostenibilità.

Costretti ormai da molti mesi a vivere la realtà che ci circonda dalle finestre di casa o passeggiando nei dintorni delle abitazioni, con sporadiche e controllate evasioni per le visite in Chiesa o per gli acquisti nei mercati rionali, siamo invece avvolti dal mondo virtuale che ci attraversa quotidianamente, con un intreccio di informazioni che rischiano di alimentare una dialettica individualista in assenza di un dialogo di prossimità e di condivisione.
La progressiva avanzata delle vaccinazioni contro il virus che ha paralizzato i rapporti fra le persone e le caute aperture dei luoghi d’incontro e di scambio per sperimentare una socialità smarrita, sta offrendo l’opportunità per ritessere i rapporti di comunità smarriti nella pandemia, con la riscoperta di “dove eravamo rimasti” e dei progetti che stavamo cercando di realizzare, ma con la consapevolezza che purtroppo “tutto non sarà più come prima”.
Le relazioni delle conferenze, dei convegni e dei dibattiti che abbiamo vissuto dagli schermi televisivi o dai computer in streaming, sulle varie questioni di attualità che spaziano dalla vita in città ai vari continenti coinvolti nella spirale della sopravvivenza a causa dei conflitti etnici e delle ingiustizie sociali, si devono intrecciare con le scelte di campo personali per una sintesi virtuosa finalizzata a ridare slancio all’azione soggettiva e associativa, sulla traccia della “fraternità e dell’amicizia sociale” suggerita da Papa Francesco.
Si può ripartire, in vista delle prossime elezioni amministrative, dai quartieri di Milano che stanno assumendo un ruolo particolare nel progetto utopico “della città dei 15 minuti”, per valorizzare le realtà locali con gli abitanti di varia provenienza e cultura, in un ampio processo di condivisione e socializzazione, in relazione agli spazi di lavoro e vita generati dalla rivoluzione digitale che costringe a cambiamenti nella mobilità e nella localizzazione dei servizi, con l’obiettivo del “policentrismo” e delle relazioni di buon vicinato.
La città metropolitana che si espande e “sale”, deve recuperare l’entusiasmo e le proposte dell’Expo sull’alimentazione e i nuovi stili di vita, da gestire in un rapporto virtuoso fra le periferie urbane e l’hinterland, con investimenti per la riqualificazione edilizia, l’accessibilità alla casa, la viabilità, la qualità dell’acqua e dell’aria, l’ambiente e la forestazione, la connessione in rete dei Comuni, il riequilibrio nella articolazione sociale degli insediamenti contro il rischio di generare situazioni di ghettizzazione e marginalità.
Gli interventi online sul futuro della città di Galbusera, Consonni, Censi e Maggioni alle Acli, oltre che di Bonomi e Sala all’Assolombarda, consentono di allargare lo sguardo sulle speranze di rilancio del dopo Covid, per evitare l’aumento degli squilibri e delle disuguagliane, con la creazione degli spazi e dei servizi di comunità, il contrasto alla rendita fondiaria e immobiliare, l’armonizzazione della mobilita dei pendolari, la gestione dei flussi migratori nella società aperta al cambiamento epocale.
La competitività di Milano, da rilanciare dopo il crollo del turismo e la paralisi delle attività commerciali e culturali, si dovrà fondare sull’inclusione, sulla solidarietà e sulla sostenibilità, per ridare slancio all’economia e alla progettualità sociale, con investimenti all’altezza delle sfide da affrontare e con l’avvio di una nuova stagione di creatività urbana, per guidare le trasformazioni necessarie al cambiamento generato dalla tecnologia digitale e dalla flessibilità operativa delle attività produttive e dei servizi alle aziende.
La città smarrita con i lavori sospesi o scomparsi, fra lo smart working e la cassa integrazione, la disoccupazione giovanile e i poveri alla Caritas, deve trovare vie d’uscita praticabili e diffuse, a partire dai quartieri e dalla rete delle realtà ecclesiali, umanitarie e sociali già impegnate nella solidarietà concreta e disinteressata al servizio dei cittadini più indifesi e isolati nel tessuto urbano.
C’è un salto d’epoca dentro le mura della città, con la digitalizzazione dilagante, la green economy, l’internazionalizzazione degli scambi, i flussi urbani, l’accelerazione dell’innovazione, con l’urgenza di favorire la coesione sociale per evitare le esclusioni dallo sviluppo in una società ancora disomogenea e squilibrata, con sacche di povertà incompatibili e intollerabili che generano tensioni fra le generazioni e i cittadini emarginati.
L’intelligenza artificiale e gli algoritmi che ormai regolano la vita metropolitana, rischiano di disumanizzare i rapporti fra le persone, con discriminazioni e pregiudizi inaccettabili, mentre è indispensabile la trasparenza delle procedure e il controllo dell’uso delle tecnologie, per evitare la colonizzazione delle popolazioni e delle persone, come è emerso dalle ricerche e dalle testimonianze offerte dal Festival dei diritti umani.
Se le Acli hanno qualcosa da dire, come ha affermato l’Arcivescovo Delpini al Congresso regionale, devono impegnarsi a costruire il domani, animati dalla speranza, per coltivare il presente, l’uguaglianza e la fraternità, con la voglia di lavorare per il bene e i diritti di tutti, radicati nella realtà della comunità di quartiere, in una pluralità di iniziative e di esperienze di condivisione.