Milano: dalla Provincia alla Città metropolitana

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Milano, palazzo Isimbardi ex sede della provincia di Milano ora Città Metropolitana

di Lorenzo Gaiani, 27/06/2014

Chi dice che l’istituzione della Provincia è ancora più vecchia dell’Unità d’Italia afferma il vero: non solo perché di province si parlava anche negli Stati pre-unitari, ma soprattutto perché la creazione della Provincia come Ente elettivo avviene prima ancora che il Regno d’Italia sia proclamato nel marzo del 1861.

Infatti, già nell’autunno del 1859, il Governo di quello che era ancora il Regno di Sardegna, guidato da Alfonso La Marmora ma con la decisiva regia politica del Ministro degli Interni Urbano Rattazzi si poneva il problema di una riorganizzazione ordinamentale dei nuovi territori acquisiti alla Corona sabauda, ossia la Lombardia, la Toscana, gli ex Ducati centrali e la parte emiliana e romagnola degli Stati della Chiesa.
Già Cavour aveva affidato ad una commissione tecnica presieduta dal milanese Cesare Giulini della Porta, insigne giurista che si era illustrato nel 1848 durante le Cinque Giornate di Milano, il compito di esaminare quanto del sistema amministrativo del Regno Lombardo Veneto a direzione austriaca poteva essere conservato. Rattazzi tuttavia optò per un sistema fortemente centralizzato di impronta francese, in cui ad un Consiglio provinciale eletto (ovviamente su base ristretta per sesso – votavano solo gli uomini – e per censo) si affiancava una Delegazione provinciale di governo che era presieduta dal Prefetto della Provincia di nomina regia, il quale a sua volta nominava i Sindaci del territorio provinciale.

Le prime elezioni provinciali si tennero fra l’inverno e la primavera del 1860, ed il Consiglio provinciale di Milano (che allora gestiva un territorio vastissimo comprensivo delle attuali Province di Monza e Lodi e del distretto di Gallarate, successivamente assegnato alla Provincia di Varese) elesse, come suo primo Presidente, proprio il conte Giulini, mentre la guida della Delegazione di governo veniva assunta nientemeno che da Massimo d’Azeglio, allora Commissario straordinario per il territorio milanese.
Questo sistema venne esteso a tutto il territorio nazionale via via che esso entrava a far parte del Regno d’Italia, e funzionò secondo queste modalità con qualche aggiornamento, a partire da quello che nel 1889 rese elettiva la funzione del Presidente della Delegazione provinciale separandola da quella del Prefetto.
Più che altro nel periodo antecedente alla Prima guerra mondiale la Provincia fu un luogo di incontro delle istanze locali gestite da un notabilato che puntava al controllo dell’istituto provinciale come affermazione di un potere locale da giocare sul tavolo della politica nazionale, dal momento che diversi consiglieri provinciali erano anche deputati o senatori. Si affermò così la prassi per cui importanti uomini politici nazionali detenevano la presidenza del Consiglio della loro Provincia pur esercitando contemporaneamente funzioni ministeriali o parlamentari: fu il caso dello stesso Rattazzi e poi di Giuseppe Saracco ad Alessandria, di Benedetto Cairoli a Pavia, di Giovanni Giolitti a Cuneo, di Marco Minghetti a Bologna, di Paolo Boselli a Torino (tutti arrivati in tempi diversi alla guida del Governo nazionale) e di tanti altri.
Il fascismo conservò le Province, ne aumentò il numero ma abolì ovviamente gli istituti democratici sostituendo il Presidente con un Preside (così come aveva messo i Podestà al posto dei Sindaci), subordinando l’Ente locale alla Prefettura. Col ritorno alla democrazia si tornò anche all’elezione del Consiglio provinciale, che a sua volta eleggeva il Presidente della Provincia, mentre con la riforma del 1993 si passò all’elezione diretta del Presidente dell’Ente che venne nuovamente distinto dal Presidente del Consiglio.

Ora le Province , il cui ruolo in questi anni è stato messo pesantemente in discussione, cambiano nuovamente pelle, in attesa di una riforma che potrebbe depennarle dall’elenco degli Enti previsti dalla Costituzione. Per il momento continueranno ad esistere come Enti di secondo livello, non elette cioè dai cittadini ma dai Sindaci e dai consiglieri dei Comuni del loro territorio (che peraltro sono anch’essi eletti direttamente dai cittadini), con funzioni sostanzialmente inalterate. Probabilmente nel futuro spetterà alla legislazione regionale decidere se mantenere questi organismi intermedi fra la Regione ed il Comune, e quale forma assegnare loro.

Caso a parte è quello delle dieci realtà individuate per dar vita al nuovo Ente costituzionalmente previsto della Città metropolitana, che avranno un Sindaco metropolitano nella persona del Sindaco del capoluogo ed un Consiglio metropolitano eletto anch’esso dai Sindaci e dai consigli comunali.
Ritorneremo in un altro articolo sulle funzioni e sui poteri di questo nuovo Ente, ma fin da subito evidenziamo come l’aspettativa dei cittadini, soprattutto quelli del territorio milanese, sia quella di non trovarsi di fronte ad un espediente gattopardesco, ma piuttosto ad una riforma vera che sappia rispondere ai loro bisogni.