Nel centenario della morte del Cardinal Andrea Carlo Ferrari

Nel centenario della morte del Cardinal Andrea Carlo Ferrari email stampa

L'Arcivescovo di Milano fu uno dei più accesi diffusori dell'enciclica Rerum novarum e del magistero sociale di Leone XIII

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Il 2 febbraio 1921, dopo una lunga e dolorosa malattia che lo aveva privato della parola, moriva il cardinale Andrea Carlo Ferrari, che dal 1894 aveva guidato in tempi difficilissimi l’Arcidiocesi di Milano.

Il suo predecessore, Luigi Nazari di Calabiana, era il rampollo di un’aristocratica famiglia cuneese legatissima a Casa Savoia, e lo stesso Nazari era stato precettore dei figli del re Carlo Alberto -fra cui il futuro primo re d’Italia Vittorio Emanuele II- prima di diventare Vescovo di Casale e Senatore del Regno. Trasferito a Milano nel 1867 dopo che la sede ambrosiana era rimasta di fatto vacante per otto anni a causa di un braccio di ferro fra la Santa sede e il neonato Stato unitario sul nome del nuovo presule, l’Arcivescovo aveva dovuto barcamenarsi fra le due opposte fazioni del movimento cattolico di allora, i cosiddetti “conciliatori”, fautori cioè di un appianamento dei contrasti fra Italia e Santa sede in modo che i cattolici potessero inserirsi a pieno titolo nel nuovo Stato, e gli “intransigenti”, coloro che sognavano il ripristino dell’integrità del potere temporale della Chiesa e della supremazia del cattolicesimo nella vita pubblica, contro ogni tipo di “neutralità” dello Stato in materia religiosa. Mons. Nazari inclinava più o meno apertamente per i primi, come del resto dimostrava il fatto che, pur non partecipando alle sue sedute, non si era mai dimesso dal Senato: per questo motivo, e anche per essersi rifiutato di votare a favore del dogma dell’infallibilità pontificia al Concilio Vaticano I, i papi Pio IX e Leone XIII gli negarono la porpora cardinalizia, e dovette subire gli oltraggi della stampa intransigente (a partire dall’ “Osservatore cattolico” di don Davide Albertario) e degli ecclesiastici che si facevano forti  dell’appoggio romano, compresi alcuni Vescovi lombardi che di fatto assunsero il ruolo poco piacevole di informatori della Santa sede sui presunti errori dell’Arcivescovo di Milano.

Andrea Ferrari – che assunse il nome di Carlo al momento del suo arrivo a Milano come omaggio al Borromeo, cui si ispirava- era personalità completamente diversa: figlio di poveri contadini della campagna parmense, era stato una sorta di enfant prodige negli studi ecclesiastici arrivando assai presso alla posizione di rettore del Seminario di Parma, e a soli quarant’anni , nel 1890, fu nominato da Leone XIII Vescovo di Guastalla, per essere poi trasferito l’anno successivo a Como, dove dispiegò un’attività pastorale e sociale così ampia da essere ancora ricordata sebbene in effetti il suo episcopato in riva al Lario sia durato solo tre anni.

A Milano – dove arrivò dopo che Leone XIII gli aveva tempestivamente concesso il cardinalato , e anche questo era un segnale- Ferrari si distinse subito per attivismo ed alacrità, assumendo di fatto le posizioni degli intransigenti, che peraltro facevano riferimento ai ceti popolari, mentre i conciliatori erano più che altro aristocratici e grandi borghesi, e ne seppe cogliere e assecondare l’evoluzione, che da una posizione di ordine reazionario volta alla restaurazione dello status quo precedente all’Unità, diventava invece critica esplicita al modello economico e sociale vigente , posizionando i cattolici – e “democratici cristiani”, come si incominciava a dire- in antagonismo ai socialisti nella ricerca dell’egemonia sulle classi sociali più umili.

In questo senso, il cardinal Ferrari fu uno dei più accesi diffusori dell’enciclica Rerum novarum e del magistero sociale di Leone XIII, e per questo, al Conclave del 1903, si fece sostenitore di una candidatura”pastorale” e non “politica” al pontificato, individuando  tale figura nel Patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, anche lui di umili origini, piuttosto che nel Segretario di Stato Mariano Rampolla del Tindaro, che apparteneva ad una famiglia aristocratica siciliana.

Il nuovo Pontefice, che assunse il nome di Pio X, non ricambiò il sostegno di Ferrari alla sua elezione, e anzi, quando la cosiddetta crisi modernista degenerò in una caccia alle streghe indifferenziata di cui non fecero le spese solo i cultori di studi teologici, ma si espresse anche nei confronti dei riformatori politici e sociali con lo scioglimento dell’Opera dei Congressi e la dispersione del movimento democratico cristiano, l’Arcivescovo di Milano cadde sotto il sospetto del  Papa e dei suoi collaboratori, esacerbato dalle delazioni di ecclesiastici zelanti e di altri Vescovi lombardi ( un po’ come era accaduto al Calabiana vent’anni prima) , fino ad arrivare ad una vera e propria visita apostolica della Diocesi e dei Seminari ambrosiani di cui il cardinal Ferrari venne avvisato solo quando il visitatore era già arrivato a Milano e l’Arcivescovo era impegnato fuori città per la visita pastorale. In questa situazione il Ferrari , che pure era molto amato dal popolo, trovò ben pochi sostegni fra i suoi confratelli: uno di questi pochi era quello del Vescovo di Bergamo mons. Giacomo Radini Tedeschi, al quale era legato da grande amicizia, come pure aveva stima del suo giovane segretario don Angelo Roncalli.

Più tardi Pio X riconobbe l’errore compiuto, ma al Conclave del 1914 il cardinal Ferrari si adoperò perché il nuovo Pontefice non venisse dalle cerchia del suo predecessore, facendo cadere la scelta sull’Arcivescovo di Bologna Giacomo della Chiesa, che assunse il nome di Benedetto XV, e che era stato egli stesso vittima di delazioni e calunnie.

La più intensa attività caritativa Ferrari la dispiegò durante il primo conflitto mondiale, quando molti sacerdoti e seminaristi vennero chiamati alle armi e si dovette organizzare il soccorso attivo ai feriti e alle popolazioni impoverite. In quel frangente l’Arcivescovo ebbe l’intuizione che l’Italia che sarebbe uscita dal conflitto avrebbe avuto bisogno di un più organico apporto da parte dei cattolici, ed intensificò l’attività sociale, permettendo ad Achille Grandi (che era stato allontanato da Como perché aveva rifiutato il Patto Gentiloni) di implementare l’attività del sindacalismo bianco, che culminò nel 1918 con la nascita della Confederazione italiana dei lavoratori (CIL), che raccoglieva in forma organica l’esperienza delle “leghe bianche”,. Nel gennaio del 1919 nasceva invece il Partito popolare: non sono noti contatti diretti fra il card. Ferrari e don Luigi Sturzo, ma è un dato di fatto che uomini politici legati all’Arcivescovo di Milano come Luigi Meda, Angelo Mauri e Stefano Cavazzoni aderirono da subito al nuovo partito. Fortissimo fu l’appoggio che il Cardinale diede a padre Agostino Gemelli, don Luigi Olgiati e Lodovico Necchi per la nascita dell’Università Cattolica, che egli tuttavia non poté vedere.

La causa della sua beatificazione fu introdotta quarant’anni dopo la morte, con grande convinzione, da quell’Angelo Roncalli divenuto papa con il nome di Giovanni XXIII che più volte era stato testimone della carità e della dottrina del cardinal Frrari, e poi sostenuta da Paolo VI, che di Ferrari era stato successore alla guida della Chiesa ambrosiana. La beatificazione venne proclamata ufficialmente nel 1987.

A cent’anni dalla sua morte è giusto ricordare Andrea Carlo Ferrari non solo come un grande uomo di Chiesa, un riformatore, un pastore veramente “con l’odore delle pecore”, secondo la nota espressione di papa Francesco, ma anche come un precursore e sostenitore del movimento sociale cattolico nel cui solco sono collocate le ACLI stesse, molti dei cui fondatori a Milano, a partire da Alessandro Butté e Luigi Clerici, si formarono appunto nell’ambiente ecclesiale impregnato del magistero del cardinal Ferrari.