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Nel nome di Zohra Shah e di quello di altri 152 milioni di bambini sfruttati email stampa

Se i minori costretti al lavoro vivessero in un unico Paese, sarebbero il nono Stato più popoloso al mondo.

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Oggi, 12 giugno, si celebra la Giornata Mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, istituita dall’ILO (International Labour Organization) nel 2002 per sensibilizzare sulla piaga sociale dello sfruttamento economico e sessuale di minori. Secondo le stime di Save the Children, sono 152 milioni (64 milioni di bambine e 88 milioni di bambini) i minori cui è sottratta l’infanzia, allontanati dalla scuola e dallo studio, privati dalla protezione di cui hanno bisogno e dall’opportunità di giocare coi coetanei, costretti ad un lavoro che richiede loro uno sforzo fisico eccessivo per i loro esili corpi, e ad orari disumani (anche 12-14 ore giornaliere).

Se i minori costretti al lavoro vivessero in un unico Paese, sarebbero il nono Stato più popoloso al mondo. Circa il 70% di loro è impiegato in agricoltura – denuncia Save the Children -, mentre il restante 29% lavora nel settore dei servizi (17%) o nell’industria, tra le quali bisogna annoverare anche le miniere (12%). In Madagascar ci sono bambini coinvolti nella fabbricazione di mattoni, in Cambogia invece i più piccoli vengono impiegati nelle miniere, dove riescono a infilarsi con maggior facilità nei cunicoli sfruttando la bassa statura. In Zimbabwe i bambini lavorano nelle piantagioni di tè, mentre in India fabbricano bracciali o vestiti. Nella sola città di Dakar, in Senegal, 8mila bambini vivono come mendicanti. Si commetterebbe un errore a pensare che la piaga del lavoro minorile segni solo le economie in via di sviluppo. In Italia sono stati accertati 1.437 casi di violazioni penali della normativa contro il lavoro minorile, dal 2013 al primo trimestre del 2018. Non trascurabile è infine il fenomeno della dispersione scolastica, che condanna sempre più minori a non avere la possibilità di immaginare un futuro diverso da quello cui la nascita li ha assegnati.

152 milioni di bambini sfruttati economicamente e sessualmente significano 152 milioni di volti e storie di vita mortificate. Numeri, che devono essere associati a nomi, come quello di Zohra Shah, domestica presso una ricca coppia di Rawalpindi, Pakistan. La piccola Zohra, 8 anni appena, aveva lasciato la città di Kot Addu, nella provincia del Punjab, dove viveva con i genitori, per prestare servizio come bambinaia e cameriera per la ricca famiglia di Rawalpindi che, ingannandola, le aveva promesso di sostenerle gli studi. Domenica scorsa invece Zohra è stata uccisa dai suoi datori di lavoro, rea di aver fatto scappare due pappagallini chiusi in gabbia. L’onda di sdegno e rabbia che ha sollevato la morte di Zohra ha travolto il Pakistan, dilagando in tutto il mondo. Il ministro dei Diritti Umani pakistano, Shireen Mazari, ha promesso di riformare la legge sul lavoro minorile del paese asiatico, che riconosce come illegale l’impiego di bambini nelle fabbriche ma non nelle case e nei ristoranti.

Pakistano era anche il giovane Iqbal Masih, ucciso 25 anni fa in circostanze non chiare e divenuto simbolo della lotta contro lo sfruttamento minorile nonostante la sua giovane età. Come Zohra, anche Iqbal fu ceduto dalla sua poverissima famiglia di contadini ad un fabbricante di tappeti, per estinguere un debito di 12 dollari. Incatenato al telaio dal suo padrone, Iqbal era costretto a lavorare 10-12 ore al giorno. Iqbal trovò però la forza di ribellarsi, di far arrestare il suo aguzzino, di denunciare la “mafia dei tappeti” in Pakistan, contribuendo alla liberazione di centinaia di altri piccoli schiavi. «Iqbal era pieno di progetti per il futuro, ne parlava sempre con me e con Maria. Lui non era spaventato» (F. D’adamo, Storia di Iqbal, Ex Libris, 2001, p. 124), ma venne ucciso all’età di 12 anni da un lavoratore agricolo, probabilmente ingaggiato dalla mafia dei tappeti, nel giorno di Pasqua, due mesi dopo aver preso parte ad un evento pubblico come attivista contro lo sfruttamento minorile. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano – diceva Iqbal – sono penne e matite, per scrivere il proprio futuro e svincolarsi da un destino di schiavitù cui spesso la povertà condanna. Oggi, l’eredità di Iqbal e la missione di liberazione dell’esercito di bambini lavoratori passa anche dalla consapevolezza delle nostre scelte, che possono orientarsi o meno verso l’acquisto di un abito macchiato di sudore infantile.