Oltre il referendum, il riformismo possibile

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I numeri sono chiari ed impietosi e fotografano un divario di circa sei milioni di voti fra il No ed il Sì al progetto di riforma costituzionale voluto fortemente dal Presidente del Consiglio e Segretario del PD Matteo Renzi, dividendo il Paese fra un 60% di contrari ed un 40% di favorevoli alla riforma. Renzi, che sul referendum si era molto speso, ne ha tratto le conseguenze politiche immediate, dimettendosi subito dalla guida del Governo non perché fosse venuta meno la sua maggioranza parlamentare ma perché la principale issue politica dell’Esecutivo è stata bocciata dal corpo elettorale.

L’analisi dei flussi, rapidamente elaborata dal sempre solerte Istituto Cattaneo di Bologna, dice alcune cose: in primo luogo gli elettori di destra (Lega Nord, Forza Italia e, nella sostanza politica, Cinquestelle) si sono attenuti alla quasi unanimità alle indicazioni di partito votando No, mentre l’elettorato del PD ha risposto Sì all’85%. Ciò rende alquanto difficoltosa la pretesa sia della sinistra esterna al PD sia di alcune componenti della minoranza interna di quel Partito di aggiudicarsi un qualunque ruolo all’interno di una vittoria così larga in cui la loro presenza è stata, al più, meramente aggiuntiva.

In secondo luogo, è emerso che fra coloro che hanno votato No il 35% lo ha fatto in base ad un giudizio ragionato sui meriti e demeriti della riforma: il restante 65% lo ha fatto per manifestare il suo rigetto nei confronti di Renzi e della sua linea politica. Si dirà che Renzi ha messo molto del suo per arrivare a questo risultato, personalizzando oltre modo una consultazione che avrebbe dovuto essere di natura prettamente istituzionale. Questo è senz’altro vero, ma occorre anche qui chiarirsi: il referendum britannico su rimanere o meno nella UE fu una scelta del Premier conservatore David Cameron e non un obbligo costituzionale come quello italiano, e pur avendo perso con uno scarto inferiore a quello registrato da Renzi, Cameron dovette dimettersi per la vittoria della cosiddetta Brexit. Segno che, da un lato, la coincidenza fra leadership e messaggio politico è ormai assoluta e che, dall’altro, il voto “contro“ chi governa è ormai una costante delle società occidentali (probabilmente se Alexander van der Bellen ha sconfitto il criptonazista Hofer al ballottaggio presidenziale austriaco è perché rappresenta un partito che non ha mai governato, i Verdi, e non gli eterni partiti di governo, socialdemocratici e democristiani).

In terzo luogo, c’è una dimensione sociale di questo voto: i giovani, i meno abbienti, i disoccupati hanno votato No come segnale di rigetto di una politica che sembra non considerarli più, che non dà loro voce, che non li ricomprende nella sua narrazione. Accade anche in altri lidi, e a nulla vale ripetere che affidarsi a improbabili messia come Trump, Grillo e Salvini non porterà nulla di buono a quelle stesse classe sociali che li plebiscitano, perché la logica del declassamento sociale, e la rabbia che la accompagna, rendono difficile l’articolazione di un discorso politico alternativo, e alla fine soggetti politici di destra faranno sempre gli interessi dei ceti sociali più alti (al di là delle leggende sulla sinistra radical-chic, i milionari statunitensi hanno votato per il loro estroso confratello, e quella è gente che i suoi affari li sa fare bene). Il che fra l’altro squalifica ulteriormente la pretesa di una lettura di sinistra del No, perché questo ceto medio impoverito o in via di impoverimento, questi giovani che non vedono chiaro nel loro futuro, sarebbero stati considerati da Marx ed Engels al più una “sottoclasse” (lumpenproletariat) incapace di avere una propria coscienza politica e sociale e per questo disponibile a tutte le avventure reazionarie: non a caso fu fra questo tipo di persone che – mutatis mutandis – fascismo e nazismo arruolarono la loro massa di manovra.

Il problema che si pone oggi è quello della possibilità di costruire un progetto riformista che si opponga alla deriva che si suol definire populista e che nei suoi tratti xenofobi, razzisti, ostili ad ogni forma di integrazione sovranazionale (a partire, appunto, dalla UE) è sicuramente di destra.

Non si può negare che il profilo del Governo Renzi sia stato di tipo riformista, e lo dimostrano chiaramente alcuni degli interventi più controversi come il Jobs Act e la Buona Scuola, che hanno preso atto dei cambiamenti intervenuti nell’economia e nella società cercando di rimodulare le garanzie per i lavoratori sulla base di questi cambiamenti (lo stesso Statuto dei lavoratori è stato pensato sulla base di un modello fordista-taylorista del lavoro che era già al tramonto nel 1970 – ma nessuno allora se ne accorgeva – ed ora non esiste più). Il limite, forse anche caratteriale, del leader democratico è consistito nella sensazione che questo riformismo apparisse spesso sotto le forme dell’imposizione, una sorta di “rinnovamento col bastone”, secondo la formula di Giorgio Amendola, che spesso è apparso urticante verso una parte dei mondi di riferimento tradizionali del PD spesso ancorati a modelli di rappresentanza sindacale in cui allignavano non poche sacche di clientelismo.

E tuttavia il riformismo è anche pedagogia politica, esercizio paziente dal basso e dall’alto per la crescita di una consapevolezza della qualità e del valore delle riforme, è pratica costante di ascolto sociale non per dare ragione a qualunque manifestazione di disagio fondata o meno che sia – questo sarebbe grillismo o salvinismo – ma piuttosto per discernere in tale disagio il vero dal falso, le istanze di rinnovamento dalla conservazione di posizioni di piccolo o grande privilegio.

In questo Renzi ha mancato, e questo ha reso difficile fin dall’inizio l’approccio ad una riforma costituzionale che in realtà toccava tutti i punti deboli della parte ordinamentale della nostra Carta fondamentale: perché il problema di due Camere che fanno le stesse identiche cose non lo ha inventato Renzi e mantenerle così come sono vuol dire per in futuro altri Governi che legifereranno a colpi di decreti legge e voti di fiducia, perché l’intreccio di competenze fra Stato e Regioni è di per se stesso ostacolo ad una linea di governo coerente a tutti i livelli, perché il CNEL inutile era e inutile rimarrà, perché le Province sono oramai ferite a morte dalla mancanza di soldi e dalla perdita di metà dei loro effettivi e si potrebbe continuare.

Pesa poi la persistenza anche all’interno del PD di sacche di arretratezza ideologica, a partire da una sinistra che non si è ancora congedata dal trauma della fine del comunismo e che, soprattutto, vive nei confronti del soggetto partito la stessa tendenza proprietaria di Berlusconi, vedendo in chi li ha scalzati dalla guida del partito un usurpatore da abbattere in ogni modo. Ma non giova nemmeno la presenza di un cosiddetto cattolicesimo democratico che, rimasto privo di bussole di riferimento dopo la caduta della Prima Repubblica ( e son passati più di vent’anni), trova comodo vivere nella glorificazione del passato e praticare un rapporto subalterno con la sinistra tradizionale per trarne qualche residuo scampolo di potere, assestandosi sul No perché rifiuta un modello riformista che si spinge oltre i confini prefissati. Non è un caso che le forze di matrice cristiana che più direttamente vivono la dimensione sociale , le sue tensioni e le sue aspettative – le ACLI, ma anche la Coldiretti, la Confcooperative e la CISL – abbiano scelto un approccio diverso, risultato al momento minoritario nel Paese ma nello stesso tempo capace di svincolarsi da appartenenze ormai datate per spingersi su di una prospettiva di rinnovamento a lunga scadenza.

Lo spazio c’è, occorre trovare il soggetto catalizzatore.

Dall’esito del referendum indicazioni chiare per la politica  – di Alberto Fossati