Ancora contraddittori i dati sull’occupazione, nonostante alcuni segnali positivi

Ancora contraddittori i dati sull’occupazione, nonostante alcuni segnali positivi email stampa

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Lo scorso dicembre la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la richiesta di referendum in materia di licenziamenti illegittimi, quella cioè sull’art. 18

Nei giorni delle feste natalizie il tema lavoro ha avuto ampio spazio nei mezzi di informazione in particolare riguardo ai dati armonizzati Istat-ministero del lavoro sull’andamento dell’occupazione e sulle questioni proposte dai referendum promossi dalla CGIL, al vaglio della Corte Costituzionale.

Apparentemente i dati rispetto all’occupazione, come quelli sulla produzione, continuano, come nei mesi scorsi ad essere contraddittori, con alcuni elementi positivi ed altri negativi, snocciolati dal mass-media a giorni alterni. L’Istat sembra accreditare le tesi ottimistiche che vedono per il prossimo anno prospettive nel complesso positive, con l’occupazione e la fiducia dei consumatori in crescita.

Sui referendum promossi dalla CGIL il verdetto della Corte costituzionale ha tolto dal terreno il tema più problematico, bocciando l’ammissibilità del quesito volto a reintrodurre il licenziamento per motivi disciplinari illegittimo, prevedendolo anche per le imprese tra i 5 e 15 dipendenti. Molto discutibile a nostro avviso la rappresentazione giornalistica di questo referendum come un giudizio sull’intero Jobs Act. Ridurre la revisione complessiva del mercato del lavoro, degli ammortizzatori sociali, dei sussidi di disoccupazione, delle politiche attive del lavoro e di altri aspetti come la conciliazione famiglia lavoro, alla sola questione dell’articolo 18 dà la misura della semplificazione giornalistica ed anche di quanto i nostri mezzi di informazione si appassionino ai temi che più si prestano a scontri ideologici, tanto deprecati sulle medesime testate giornalistiche. Certamente la disciplina dei licenziamenti è un tema centrale sia sul piano simbolico che sostanziale, ed ha effetti non solo sulla tutela del posto di lavoro, oggi così prezioso per la difficoltà di trovare alternative professionali in caso di sua perdita, ma anche sul clima nei luoghi di lavoro, poiché la flessibilità in uscita mette oggettivamente il lavoratore in condizione di maggior sudditanza psicologica verso l’azienda, soprattutto quando questa può licenziare anche in modo illegittimo limitandosi ad un risarcimento preventivabile.

La questione è quindi meritevole di attenzione, così come sarà molto importante monitorare l’andamento dei licenziamenti nei prossimi mesi in regime di Jobs Act per valutare i reali effetti delle nuove regole, in relazione però agli altri effetti quantitativi e qualitativi prodotti dalle norme, nonché agli effetti sulla giurisprudenza sul lavoro (si pensi alla recentissima sentenza della Corte di Cassazione che ha ritenuto legittimo il licenziamento di un dirigente motivato dalla semplice riduzione dei costi e riorganizzazione aziendale).

Va registrata positivamente l’attenzione politica sul tema dei voucher che non hanno sortito gli effetti sperati sul contrasto del lavoro nero e rappresentano certamente forme lavorative precarie, assicurando un reddito molto modesto. Sembra crescere il consenso rispetto ad un significativo ridimensionamento dei settori produttivi e delle attività in cui vengono utilizzati, sia da parte politica (vedi le dichiarazioni del ministro Martina ed altri) sia delle rappresentanze sindacali e datoriali (si pensi ai giudizi dell’ANCE sull’uso dei voucher in Edilizia). Sul piano del metodo però sarebbe anche logico intervenire dopo aver verificato gli effetti dei recenti interventi normativi con una stretta sulla loro tracciabilità e tenendo conto che, in alcune attività, questo strumento può costituire l’unica alternativa legale al lavoro irregolare.

Maggiore visibilità avrebbe però meritato, a nostro parere, la rinnovata e positiva capacità delle parti sociali di trovare accordi dimostrata con il rinnovo di una serie di contratti collettivi nazionali. A suscitare maggiore interesse è stato certamente quello del metalmeccanici, perché sottoscritto unitariamente da FIM-FIOM-UILM, dopo anni di divisioni, e per il vasto consenso registrato nel successivo referendum tra i lavoratori metalmeccanici. A questo si aggiungono i contratti nel settore edile, del legno, alimentare e dell’artigianato. Senza dimenticare il contratto dei chimici che aveva fatto da apripista qualche mese fa.

I nuovi contratti, pur con differenti soluzioni tecniche dettate anche dalle diverse caratteristiche tra i comparti produttivi, presentano però alcuni elementi innovativi interessanti. I principali sono quelli volti a potenziare il welfare aziendale (copertura sanitaria, ecc.) e l’investimento nella formazione dei lavoratori.

I nuovi contratti hanno saputo trovare forme innovative per compensare le minori possibilità di aumentare la retribuzione a causa del basso tasso di inflazione e nello stesso tempo valorizzare la persona e la sua promozione attraverso il lavoro, tenendo conto non solo del lavoratore ma della sua famiglia.

Nel lavoro del futuro sarà sempre più importante dare opportunità formative ai lavorativi che ne aumentino le competenze professionali, la capacità di partecipare sempre più attivamente e consapevolmente allo sviluppo dell’impresa e acquisire maggiori possibilità di accedere ad altri posti di lavoro.

Inoltre è stata confermata l’importanza del livello nazionale di contrattazione senza pregiudicare opportunità significative alla contrattazione di 2° livello, ancora percentualmente ridotta nel nostro paese.

Anche il rinnovo del contratto nella pubblica amministrazione e le trattative in corso nel settore dell’istruzione per mitigare alcuni effetti sui dipendenti della Scuola, contenuti nella cosiddetta Buona-Scuola, segnalano una ripresa del dialogo tra parti sociali e Governo, molto lontano dal clima di alcuni mesi fa, quando l’allora presidente del consiglio Renzi attaccava ripetutamente le parti sociali squalificandone la funzione e non riconoscendone la rappresentatività.

La capacità di trovare sintesi positive ai problemi del lavoro e del welfare in questi tempi difficili sono la miglior prova del ruolo fondamentale delle parti sociali. Del resto le nuove norme meno rigide nella tutela di alcuni diritti aumentano la responsabilità di sindacati e associazioni datoriali per definire in concreto come innovare nei luoghi di lavoro, assicurando dignità e sviluppo integrale del lavoratore, modi di produrre rispettosi dell’ambiente e delle comunità locali, riduzione delle diseguaglianze sociali, sintesi positive di interessi diversi. In breve quell’impresa capace di «servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo» invocata da Papa Francesco (Esort. ap. Evangelii Gaudium, 203).

Questo dovrà essere anche lo sguardo delle Acli sui cambiamenti del mondo del lavoro e sulle regole che dovranno indirizzarlo e non semplicemente assecondarne le “naturali” tendenze, dettate dai meccanismi economici e finanziari del mercato.