Quale ruolo per gli Usa dopo l’Afghanistan?

Quale ruolo per gli Usa dopo l’Afghanistan? email stampa

Biden, nella sua lunga carriera politica prima come senatore e poi come Vicepresidente aveva sempre manifestato scetticismo sul prolungarsi di un’occupazione che aveva raggiunto - con l’eliminazione di Bin Laden avvenuta nel 2011- i suoi obiettivi di base e che non poteva prolungare all’infinito il sostegno ad un regime che avrebbe dovuto trovare in se stesso e nella fiducia dei suoi cittadini la forza per reggersi autonomamente

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Foto di David Mark da Pixabay

Molto si sta discutendo sulle ragioni che hanno spinto il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ad onorare e rendere esecutivi gli accordi stipulati dal suo predecessore Donald Trump con gli studenti islamici – i cosiddetti Talebani- per uno sgombero totale delle forze armate statunitensi dal territorio dell’Afghanistan entro il 31 agosto di quest’anno. Si è visto che a questo disimpegno ha corrisposto il vertiginoso crollo del regime del Presidente Ghani, il quale è fuggito fra i primi da Kabul mentre i Talebani stavano per farvi ritorno per reinstallare il cosiddetto Emirato, abbattuto vent’anni fa dopo l’invasione del Paese da parte di una forza armata internazionale a guida statunitense a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York e Washington.

Il dato di fatto è che Biden, nella sua lunga carriera politica prima come senatore e poi come Vicepresidente di Barack Obama, aveva sempre manifestato scetticismo sul prolungarsi di un’occupazione che aveva raggiunto – con l’eliminazione di Bin Laden avvenuta nel 2011- i suoi obiettivi di base e che non poteva prolungare all’infinito il sostegno ad un regime che avrebbe dovuto trovare in se stesso e nella fiducia dei suoi cittadini la forza per reggersi autonomamente. Il fallimento della strategia “neo- con”, poi aggiornata in termini più liberal da Obama, di “esportazione della democrazia” , che si concretizzava in un flusso di denaro solo in parte andato a finanziare la ricostruzione in Afghanistan (ed in Iraq) e nel moltiplicarsi di attentati alle truppe americane ed alleate (comprese quelle italiane) che producevano morti e feriti rendevano sempre più opache ed incomprensibili le ragioni di un conflitto che è stato il più lungo in cui le forze armate statunitensi sono state coinvolte.

Fin dal suo discorso d’insediamento Biden aveva messo in chiaro che il suo obiettivo principale era e rimaneva quello di “sanare le ferite” della Nazione, sia quelle prodotte dalle politiche divisive in termini razziali e sociali del suo predecessore, sia quelle determinate dalla pandemia e dalla conseguente crisi economica. Come ha rilevato nei giorni dell’evacuazione di Kabul un influente esponente democratico come Robert Reich, già Ministro del Lavoro con Clinton, i problemi prevalenti degli USA al momento sono l’esplosione della variante Delta con l’atteggiamento negazionista di molti esponenti repubblicani verso i vaccini, il blocco, sempre a causa dell’ostruzionismo repubblicano alla Camera dei rappresentanti, del pacchetto presidenziale di misure per l’ambiente, e la legge elettorale del Texas che restringe drasticamente il diritto di voto per le minoranze. Certo, argomenta Reich, il ritorno al governo dei Talebani in Afghanistan è una cattiva notizia e il ritiro delle truppe poteva essere gestito meglio, ma è ipocrita tornare ad occuparsi di quel Paese solo vent’anni dopo dimenticando i gravi problemi interni che attanagliano gli Stati Uniti. D’altro canto, tutti i sondaggisti sono concordi nel ritenere che l’uscita dall’Afghanistan in sé è approvata dalla stragrande maggioranza dei cittadini statunitensi (e sono loro ad eleggere il Presidente e i componenti del Congresso, non i giornali italiani o gli intellettuali francesi…), anche se ovviamente vi è dissenso sulla modalità di gestione di tale uscita, questione che però, se non vi fossero strascichi sgradevoli, verrà rapidamente dimenticata nel giro di qualche mese, mentre il ritiro delle truppe sarà definitivo.

In qualche modo la decisione di Biden può essere stata influenzata anche da considerazioni come quelle dell’ex presidente Jimmy Carter, che ha affermato che il sorgere del soft power cinese ed il declinare dell’influenza americana nel mondo dipendono dal fatto che la Cina non si è mai logorata in guerre che non potevano essere vinte, come invece hanno fatto gli USA, perdendovi uomini, denaro e prestigio.

E’ l’annuncio di un nuovo isolazionismo, di un ritiro degli Stati Uniti dalla scena globale? Questo è evidentemente impossibile, vista l’ampiezza del ruolo politico, economico e militare americano nel mondo: forse però è l’inizio di una diversa concezione dei rapporti anche con gli alleati, ai quali verrà richiesto progressivamente di ridefinire il proprio ruolo nella difesa comune soprattutto nello scacchiere europeo, verso il quale Biden non ha lo stesso atteggiamento sprezzante di Trump ma che allo stesso modo considera in questa fase storica meno strategico rispetto a quello dell’Estremo Oriente e del Pacifico dove si svolge la vera competizione con la Cina.

Così la palla passa nel nostro campo, quello europeo, dove da anni il presidente francese Macron insiste sulla necessità che l’Unione si dia una politica estera e di difesa comune, e dove peraltro il ritiro della Cancelliera Merkel apre scenari indefiniti rispetto alla leadership esercitata, spesso in maniera riluttante, dalla Germania negli ultimi anni, e che potrebbe trovare ora un nuovo punto di riferimento nel nostro Presidente del Consiglio Mario Draghi, il quale sconta tuttavia, al di là del suo prestigio, l’assenza di un soggetto politico di riferimento. Certamente questa può essere l’occasione per il rilancio, o per il definitivo affossamento, del processo di integrazione europea.

Rimane la questione più generale della guerra e della pace, e del rispetto dei diritti umani, che certamente non costituiscono il primo pensiero dei Talebani e più in generale di tutti i portatori di un pensiero totalitario ed uniformante: ciò peraltro apre una questione ulteriore, ossia quella della possibilità dell’esistenza di uno spazio giuridico vincolante a livello internazionale che tenga insieme filoni culturali e politici spesso radicalmente contrapposti che al diritto positivo svincolato dalla dimensione confessionale, e alla persona umana, annettono un valore molto diverso.

Certamente è necessario coltivare l’aspirazione cristiana alla pace nella giustizia, e a perseguire, come esorta papa Francesco, l’idea di una “buona politica “ che “cerca vie di costruzione di comunità nei diversi livelli della vita sociale, in ordine a riequilibrare e riorientare la globalizzazione per evitare i suoi effetti disgreganti” (Fratelli tutti,182): ma appunto si tratta di politica, cioè di organizzazione di aspirazioni ed impulsi generosi, ma che rischiano di rimanere sterile enunciazione, intorno a progetti realistici, perseguendo le mediazioni necessarie, sapendo che, come sempre ricorda il Papa, la ricerca dei risultati ad ogni costo è meno importante dell’avere avviato processi che siano in prospettiva fecondi di bene per l’umanità.