“Quante volte ti è caduto il mondo davanti agli occhi?”

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Sofia Meroni per le vie di Gerusalemme

“Quante volte ti è caduto il mondo davanti agli occhi?”. Proprio così un amico, ignaro della mia scelta di partire, mi ha scritto mentre mi trovavo in Terra Santa. E la risposta è stata immediata: infinite.

Il mondo mi è caduto davanti agli occhi quando ho incontrato Rovina e la sua mamma, una famiglia palestinese che ci ha accolto nella loro casa, a Betlemme. Lì, nei loro occhi e nelle loro parole ho percepito il male del mondo che pare incombere su di loro senza fine: “ci sentiamo nel luogo sbagliato nel momento sbagliato”. Così come quando ho visto rassegnazione e delusione negli occhi di due giovani madri italiane ma sposate rispettivamente con un israeliano e un palestinese. Il loro timore per la paura di crescere in questa terra i loro figli è troppo grande: “Mi figlio potrebbe presto essere uno di quei corpi avvolto da un lenzuolo bianco che si vede a poco più di qualche chilometro da qui.”
Il mondo mi è caduto addosso anche quando Andrea di Domenico, operatore di OCHA, ci ha mostrato i video da Gaza: solo distruzione, impressionanti cumuli di macerie e proprio mentre le Nazioni Unite entrano nella striscia, di fronte a loro si vede l’inizio dell’esplosione di una serie di bombardamenti.
Poi, non mi posso dimenticare di quando una giovane studentessa mi racconta che è stressante andare in università, non per l’accumulo di pagine da studiare ma per le foto dei loro compagni appese all’ingresso: tutti uccisi.
Mi è caduto il mondo addosso quando affacciata da una finestra notiamo delle luci troppo accese all’orizzonte. “Sono i bombardamenti a Gaza” ci dicono, a poco più di 70 km da noi.

Quando vedi la brutalità del mondo, è difficile tornare a casa. Quando vedi la distruzione, il dolore, la sofferenza, ti chiedi il perché. Perché ci sono ancora muri che dividono i popoli, perché ci sono stati non riconosciuti, perché i civili sono le vittime dei giochi di potere. Perché ci sono bambini che crescono con un mitra giocattolo in mano e ragazze di 15 anni che raccontano dei sequestri della notte e delle violenze ai check point con la stessa naturalezza con cui si sceglie un piatto al ristorante. Quanto pesa l’ingiustizia!
Mi chiedo se sia giusto che un operatore dell’ONU sia controllato assiduamente con l’unica colpa di svolgere il suo lavoro con dedizione e umiltà scegliendo di mettere i diritti umani al primo posto, rischiando la sua stessa vita. Mi chiedo perché vengano bombardate case, ospedali, scuole e università. Quale futuro?

Tornati dalla Terra Santa, non possiamo risolvere un conflitto storico, non possiamo interrompere i bombardamenti o i missili. Ma, avendo incontrato la sofferenza, possiamo gridare basta vittime, basta bambini uccisi, basta violenza! Riconoscere di vivere in un posto fortunato non può essere l’unica cosa da fare. Non crediamo a un mondo che distrugge, vogliamo un mondo dove si possa coesistere, dove le differenze siano un vantaggio e non un obiettivo da eliminare. Un mondo dove non vincano gli interessi politici o piani strategici di conquista come in una partita a risiko, ma ci siano soluzioni di pace, dove la dignità di ogni persona sia rispettata totalmente, anche e soprattutto quella dei più deboli.
Non ci sarà mai pace senza ascolto, senza dialogo. Se prima ognuno non farà un passo indietro rinunciando ai propri interessi ed egoismi, non ci sarà mai pace. Un passo indietro di ognuno per farne tanti avanti insieme, solamente con l’altro.
Che sia uno stato, un politico, un singolo. Che sia israeliano o palestinese, perché come ricordato da Zuppi: “la pace, l’unica che fa di due, una cosa sola”.
Nel buio del mondo, lasciamo che la luce della speranza arrivi e ci illumini proprio da Gaza, dove un gruppo di ragazzi giocando a pallavolo sotto i bombardamenti, nonostante il male, dice ancora sì alla vita.