Regionali francesi: il successo del Fronte Nazionale

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Il presidente francese François Hollande e il leader dei Repubblicani Nicolas Sarkozy

Dopo la schiacciante vittoria al primo turno delle regionali dell’estrema destra delle due Le Pen i Repubblicani di Sarkozy non accettano la fusione proposta dai socialisti, che non presenteranno candidati al secondo turno, via libera dunque alla scelta dei cittadini.

Né ritiro, né fusione delle liste. Un messaggio chiaro e semplice quello lanciato dal presidente dei Repubblicani, Nicolas Sarkozy, all’indomani del primo turno delle regionali francesi. Per il secondo turno, il centro-destra rimarrà dunque in lizza in tutte le tredici regioni e in nessun caso verrà fatta un’unione con le liste del Partito socialista, per controbattere l’avanzata del Fronte nazionale.
Il partito di Marine Le Pen, totalizzando quasi il 30 per cento dei voti, è il vincitore di questa tornata elettorale, o meglio della sua prima puntata perché il finale di partita, quello realmente decisivo, si giocherà il 13 dicembre. Sei sono le regioni nelle quali l’estrema destra si trova in testa e in due casi, Pas-de-Calais-Piccardia e Provenza-Costa Azzurra, con addirittura il 40 per cento dei voti e buone possibilità per i candidati presidenti, Marine Le Pen e sua nipote, Marion Maréchal Le Pen, di conseguire una storica vittoria.
Il cartello di centro-destra (Repubblicani-Udi-Modem) con il 27 per cento è il  secondo partito, mentre i socialisti, pur appesantiti da tre anni e mezzo di governo, sfiorano il 24. Un risultato abbastanza soddisfacente, tenuto conto che gli Ecologisti, con i quali la sinistra conquistò nel 2012 l’Eliseo e la maggioranza parlamentare, hanno toccato il 6 per cento. Una sinistra unita sarebbe stata dunque la prima forza del Paese. Grave quindi la responsabilità della divisione: eterno ed inguaribile male delle formazioni progressiste.

Dinanzi all’avanzata del Fronte nazionale emergono diverse strategie. Il Partito socialista, dopo aver proposto ai Repubblicani la fusione delle liste, laddove vi è il pericolo di una vittoria dell’estrema destra, ha deciso di ritirare i propri candidati. Campo libero, dunque, alla destra moderata alla quale dovrebbero giungere molti voti di sinistra. L’alleanza di centro-destra ha risposto in maniera variegata. I centristi ˗  Udi e Modem ˗ pensano che la lista giunta terza, sia essa socialista o di centro-destra,   dovrebbe ritirarsi, così da far convergere il voto degli elettori su un’unica formazione repubblicana in lizza. Qui va detto che il termine “repubblicano” indica qualcosa di simile al nostro vecchio arco costituzionale; in pratica, le forze che difendono le istituzioni democratiche.
Su questo punto, come abbiamo visto, il partito di Sarkozy, la pensa diversamente. L’idea è che, per bloccare l’ascesa dell’estrema destra, sia meglio che ciascuno corra per conto proprio, con i propri programmi, senza abbracci dell’ultima ora con gli avversari del giorno prima. Anzi, intese di questo tipo, con fusioni di liste tra socialisti e liberal-gollisti, sarebbero addirittura controproducenti perché già da anni il Fronte nazionale denuncia una sostanziale complicità tra la sinistra e la destra moderata. In definitiva, la tesi di Sarkozy pare la più convincente. Se davvero si vuole tener testa al Fn è inutile fare degli sbarramenti in nome della salvezza della Repubblica, quasi bollando come eversore addirittura un terzo dell’elettorato. Meglio battersi invece, ciascuno per le proprie opzioni e poi lasciar decidere gli elettori che, in genere, sanno discernere, e scegliere, assai meglio di qualsiasi apparato di partito.

L’eventuale conquista di qualche regione da parte del Fronte nazionale non è poi detto che sia davvero un male. Sarebbe semmai l’occasione di mettere alla prova una classe dirigente che, oggi, gode dell’aureola di essere diversa, e dunque più efficace, dei socialisti e della destra moderata. I cittadini potranno così vedere cosa è in grado di fare il Fn quando è chiamato a governare, cosa assai più difficile che lanciare slogan demagogici, promettendo tutto e il contrario di tutto.
Se poi la prova dovesse andar bene, tanto di guadagnato per le regioni interessate, altrimenti l’inevitabile delusione renderà anche meno delicata la scadenza presidenziale del 2017. Nessuna “Unione sacra”, dunque, come auspicano i socialisti, ma via libera alla scelta dei cittadini. Il populismo si batte costringendolo a venire a patti con la realtà e non regalandogli il martirio politico.