RiattivAzione un progetto del Circolo di Abbiategrasso

RiattivAzione un progetto del Circolo di Abbiategrasso email stampa

Il progetto Riattivazione si rivolge alle persone che incontrano difficoltà a trovare un’occupazione per motivi tanto oggettivi (ostacoli burocratici, scarsità di offerta dei centri per l’impiego) quanto soggettivi (fragilità personali, sfiducia nelle proprie capacità)

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Al via con il Circolo di Abbiategrasso un interessante progettto rivolto a chi ha perso il lavoro. Alcuni elementi per capire meglio.

Certo che il dramma dei disoccupati è da tempo sotto gli occhi di tutti: tante persone sono alla ricerca di un lavoro che non trovano, e questo causa in loro, oltre che povertà, anche sfiducia, isolamento, perdita del senso di appartenenza alla comunità. Ho sentito parlare di un vostro progetto che cerca di aiutare chi è in difficoltà, puoi dirmi di che si tratta?
Il progetto Riattivazione dell’Abbiatense rappresenta una risposta concreta che il nostro circolo ha attivato, assieme ad altri enti, per attenuare questo problema nell’ambito dei Comuni dell’Abbiatense (si tratta di 14 Comuni per un totale di 83 mila abitanti). In estrema sintesi è un progetto innovativo di crescita personale e professionale.

Interessante. Com’è nata l’idea di questo progetto?
Sono passati ormai tre anni da quando una giovane mamma si è presentata, un po’ arrabbiata e un po’ disperata, alla nostra consueta riunione di circolo. Questa signora, licenziata mesi prima per un ridimensionamento aziendale, era alla ricerca di un lavoro ma non sapeva come fare, era sola e non trovava nessuno che l’aiutasse: non le agenzie per il lavoro, non il centro per l’impiego, non gli uffici comunali (questi ultimi infatti offrono essenzialmente assistenza, che è indispensabile per risolvere le criticità immediate). Il circolo si è subito chiesto che cosa poteva fare, pur non avendo specifiche competenze al riguardo.

E allora come avete proceduto?
Ci siamo guardati intorno facendo leva sulle nostre conoscenze locali, rendendoci presto conto che c’erano tante risorse su cui si poteva contare: un vecchio amico esperto in selezione del personale, la competenza della scuola di formazione professionale Luigi Clerici (che ha la sede a due passi dal circolo), un giovane socio esperto in comunicazione; poi la conoscenza di un team di psicologi del lavoro – che avevano tenuto una esperienza abbastanza simile a Buccinasco qualche anno prima – e per finire il contatto con una cooperativa sociale di Milano di servizi per il lavoro.

So che in genere prima di iniziare un progetto si esegue l’analisi del territorio. Voi l’avete fatto?
Certamente, ci è costato molto tempo ma ci ha regalato una ricchezza fondamentale: una forte rete di relazioni a supporto del progetto. Innanzitutto abbiamo voluto verificare di persona la carenza di sostegni che ci era stata riferita; a questo scopo abbiamo avuto i primi contatti con le Amministrazioni comunali della zona, che ci hanno ribadito in pieno questa carenza, cosa che ci è stata addirittura confermata dallo stesso direttore legnanese dei centri per l’impiego. Abbiamo poi proseguito i contatti con le principali associazioni locali in ambito sociale e con le associazioni di categoria presenti nel territorio (PMI, Coldiretti,  Confartigianato, Confcommercio), che ci hanno permesso di renderci conto che in realtà tante aziende cercano personale adeguato ma non lo trovano (è il cosiddetto fenomeno del “mismatch” fra domanda e offerta). A questo punto eravamo del tutto convinti che chi cercava lavoro era lasciato a se stesso e occorreva intervenire.

Nel frattempo siamo stati naturalmente in contatto sia con le Acli milanesi, a cui abbiamo illustrato il progetto ricevendo l’invito a proseguire, sia con le Acli Lombardia, grazie alle quali abbiamo seguito un interessantissimo corso, tenuto dal Patronato e da Enaip, centrato sui servizi per il lavoro e le relative legislazioni nazionale e regionale.

Come siete riusciti a concretizzare il progetto?

Occorreva un contributo iniziale, ovviamente, che è stato chiesto alla Fondazione di Comunità Ticino Olona. Il piccolo contributo che ci è stato concesso – 5 mila euro, meno di quanto richiesto – ci ha comunque permesso di mettere in piedi il progetto, sia pure per una durata più breve dei dodici mesi inizialmente programmati. I locali sono stati generosamente concessi dal nostro parroco della parrocchia di S. Pietro. Abbiamo così iniziato con una fase pilota nel luglio 2019, mentre l’inaugurazione ufficiale ha avuto luogo a settembre alla presenza di varie associazioni, sindacati, istituzioni. Tirando le somme di questi tre anni, quello che ci ha maggiormente sostenuto sono state la volontà di fare una cosa buona e importante, la coscienza di avere bisogno di altri,  la costanza e la pazienza di raggiungere il nostro scopo. Questo ci ha permesso di superare, non senza difficoltà, alcuni momenti critici.

Che caratteristiche hanno i partecipanti al progetto? Come vengono iscritti? I partecipanti sono diversificati: si va dai 18nni agli ultra 60nni, uomini e donne, prevalentemente italiani ma non mancano gli immigrati. Anche le situazioni di partenza sono differenti: alcuni sono in carico da anni ai servizi sociali, altri sono professionisti in momentanea difficoltà, altri ancora sono al primo impiego. Le persone ci vengono inviate da varie fonti: servizi sociali comunali, patronati Acli e Cisl, associazioni locali.

Una cosa però deve essere comune a tutti: il desiderio di motivarsi e riattivarsi, in quanto saranno loro stessi i protagonisti del loro successo. Il progetto Riattivazione non è un trova-lavoro, offre invece gli strumenti per orientarsi e navigare al meglio nel mercato del lavoro, a tutti i livelli: psicologico, attitudinale, professionale. In questo modo riteniamo che si ottengano le migliori chances per uno sbocco positivo del loro impegno.

Insomma, non offriamo il pesce, ma la canna da pesca e le istruzioni per usarla. Per esempio capiscono che cercare lavoro è già di per sé un vero lavoro, che è inutile spedire a casaccio decine di curriculum, come pure che devono prendere dimestichezza con gli strumenti informatici e i social, che negli ultimi anni hanno assunto una grande rilevanza. Certo, attivarsi di persona non è sempre facile, si fa meno fatica a chiedere un sussidio, e quindi qualcuno si tira indietro. Poi ci sono coloro che sono convinti di essere già sufficientemente autonomi nella ricerca, non considerando bene le attuali caratteristiche del mondo del lavoro, ben diverse da quelle esistenti fino a pochi anni fa. E c’è anche quello che rifiuta perché non è “pazzo” e quindi non vuole avere a che fare con gli psicologi… Per fortuna tanti sono quelli che stanno seguendo il progetto, ne sono entusiasti e fanno tesoro delle indicazioni fornite. Senza contare che gli incontri di gruppo permettono di capire che non si è soli, nascono la reciproca conoscenza e il mutuo supporto. Pur essendo il progetto iniziato da poco, un paio di persone hanno già trovato lavoro, altre sono state incanalate in varie aree di formazione disponibili in zona. A questo proposito stiamo preparando, assieme all’Istituto Golgi Redaelli di Abbiategrasso, un corso regionale per assistenti famigliari che sarà completamente gratuito per gli iscritti.

Ti ringrazio per queste spiegazioni. E come vedete l’evoluzione del progetto nel prossimo futuro?
Il nostro obiettivo principale è quello di poter proseguire le attività anche dopo l’esaurimento del contributo iniziale. Il nostro circolo non ha la forza di finanziare il progetto nel tempo; affinché questo avvenga vorremmo che fossero, ad esempio, le Amministrazioni locali, a fronte dei risultati positivi della nostra azione, a contribuire per lo sviluppo del progetto. Questa è la nostra più grande aspirazione.

La scheda del progetto