Rifugio Miryam: il grido di aiuto che arriva dalla montagna

Rifugio Miryam: il grido di aiuto che arriva dalla montagna email stampa

I rifugi sono esclusi dai cosiddetti "ristori" che invece, sono riconosciuti agli alberghi

1638
0
SHARE

Riceviamo e pubblichiamo l’appello dei gestori del rifugio Miryam in Val Vannino di Formazza, di proprietà delle Acli Milanesi.
Le struttura, pur non avendo quest’anno ancora aperto è esclusa, come tutti i rifugi di montagna, dalla politica ristori.

La lettera è stata inviata ad Anci (Associazione nazionale comuni italiani) tramite il vicepresidente di Anci Piemonte Stefano Costa, con delega alla montagna.

“Fra le attività estremamente penalizzate dalle restrizioni alla mobilità per il covid-19, vi sono indubbiamente i rifugi alpini, piccola porzione dell’economia nazionale ma fondamentali presidi su cui si regge la vita in montagna, per lo più su terreni non raggiungibili dalle strade.

Tra le specificità coinvolte da queste strutture (e quindi anch’esse penalizzate) la sicurezza, il Soccorso alpino, il lavoro, l’indotto diretto e indiretto di aziende agricole, produttori di vino e liquori (in Ossola, nel nostro caso, Garrone), mulini che macinano la farina per la polenta (noi utilizziamo la polenta di Beura, in Valdossola), macellerie di valle, ovvero tutta la filiera del cosiddetto “chilometro zero”.

Ora, mentre alcuni rifugi sono raggiungibili con motoslitte e, quindi, con costi sostenibili possono rifornire le loro strutture, altri, essendo su terreni diversi, non hanno questa possibilità. Con le attuali aspettative di apertura ridotte nel tempo, dovendo eventualmente effettuare i carichi di alimenti e di pellet / legna con l’elicottero, in questo regime di incertezza, risulta insostenibile economicamente affrontare la spesa. Perché per valere la pena l’uso di un mezzo così dispendioso sarebbe necessario caricare materiale per almeno un paio di mesi. Ipotizzare di utilizzare gli alimenti questa estate confligge con la deperibilità di gran parte di essi. In sintesi, per i motivi sopra esposti, non tutte le attività di montagna hanno potuto avviare il lavoro con la semplice istituzione di “zone gialle”. La nostra, per esempio, è stata costretta, per il primo anno dal suo avvio 11 anni or sono, a chiudere e a non fare nemmeno un giorno di lavoro. Per il primo anno da che siamo operativi in Val Vannino di Formazza, non abbiamo ospitato i clienti al cenone di capodanno e durante le feste natalizie, il che ha comportato un ammanco pari al 100% degli introiti fino ad ora incassati gli altri anni.

Tra l’altro – e concludo – i nostri codici ateco non sono nemmeno rientrati nei “ristori” riconosciuti agli alberghi, pur facendo le stesse cose a costi superiori.

Cecilia Cova e Lorenzo Scandroglio