Scampato pericolo

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Il primo ministro francese Manuel Valls.

Il Front National, pur essendo risultato il partito di maggioranza relativa al primo turno, alla fine non è riuscito a conquistare nessuna regione. Ma la partita vera a livello europeo rimane quella tra nazionalisti ed internazionalisti.

Come si era detto la scorsa settimana, in un sistema elettorale a doppio turno i conti si fanno alla fine, e il dato più evidente delle elezioni regionali francesi è che il Front National, pur essendo risultato il partito di maggioranza relativa al primo turno, con poco meno del 28% dei voti espressi, alla fine si è ritrovato con un pugno di mosche in mano, dal momento che non ha ottenuto la guida di nessuna delle Regioni metropolitane e d’oltremare della Repubblica transalpina.
Paradossalmente il risultato più magro di tutti è stato quello della leader del partito Marine Le Pen, che nella regione del Nord, anche grazie alla desistenza del candidato socialista, ha perso per trecentomila voti di scarto contro il candidato repubblicano (neogollista) Xavier Bertrand. Un po’ meglio è andata alla nipote Marion Maréchal, che nella regione meridionale che raggruppa Provenza, Alpi e Costa Azzurra (PACA), ha ottenuto il 45% contro il 55% del repubblicano Christian Estrosi (anche in questo caso i socialisti si erano ritirati).

Il dato generale parla di otto regioni alla destra repubblicana, sei ai socialisti e tre (compresa la Corsica) ai partiti regionalisti: naturalmente per il partito del Presidente Hollande è una sconfitta, visto che alle elezioni precedenti aveva raggiunto la guida di tutte le regioni metropolitane meno l’Alsazia. Tuttavia si può dire che il “fronte repubblicano”, l’alleanza di tutte le forze democratiche contro il partito xenofobo e razzista ha tenuto. Molto ha contribuito in questo senso l’atto di responsabilità della dirigenza socialista che ha ritirato i suoi candidati: molto ha pesato anche il dato della partecipazione al voto, che dal 49% del primo turno è salito al 58%.
Il fatto è che di questo rialzo si sono giovati sicuramente i rappresentanti della destra democratica, che fra primo e secondo turno hanno guadagnato circa 4 milioni di voti, molto meno le sinistre (che sono aumentate di circa centomila suffragi), ma un buon risultato lo ha avuto lo stesso FN che ha guadagnato ottocentomila voti. Il che significa in sostanza che, pur senza governare alcuna regione, l’estrema destra ha comunque aumentato i suoi consensi, e ciò in qualche modo autorizza Marine Le Pen a dichiarare che la lunga marcia del suo partito comunque prosegue e a vedere come un appuntamento realistico la possibilità di giungere al ballottaggio presidenziale nel 2017 e magari di vincerlo.

A fronte di ciò le altre forze politiche non stanno meglio. I Repubblicani ottengono la maggioranza delle regioni, ma si tratta di un dato largamente “drogato” dal voto di necessità (turandosi il naso, avrebbe detto Indro Montanelli) giuntogli dagli elettori di sinistra. Nel partito, e fra gli alleati centristi, è aperta la discussione sul leader del partito Nicolas Sarkozy, che ha dimostrato una volta di più fatuità ed inconsistenza nell’approcciarsi alla questione del contrasto al FN, di cui ha spesso mutuato gli argomenti securitari ed una certa islamofobia appena un po’ sfumata. Quel che è certo è che Sarkozy ha rifiutato il “fronte repubblicano”, pur incassando i voti socialisti, ed ha annunciato di voler rimuovere dalla dirigenza del partito la sua vice Nathalie Kosciusko-Morizet che aveva affermato con grande chiarezza: “il Partito socialista è nostro avversario, ma il Front National è il nostro nemico”. E’ possibile però che la leadership dell’ex Presidente della Repubblica venga messa in discussione avvicinandosi la scadenza delle elezioni per l’Eliseo, cui aspirano anche gli ex Primi Ministri François Fillon e Alain Juppé, i quali sono ben più decisi di “Sarko” nel rifiutare ogni rapporto con il partito della famiglia Le Pen.
I socialisti, e più in generale la sinistra, sono in una situazione critica: Francois Hollande ha dimostrato un vero piglio presidenziale nell’affrontare le tragedie che si sono abbattute su Parigi il 7 gennaio ed il 13 novembre, ma in generale la sua prova di governo è stata giudicata incerta, soprattutto per la sua difficoltà ad affrontare il tema della disoccupazione, vera piaga della Francia contemporanea (e, per inciso, causa prima, insieme alla paura xenofoba, della crescita del voto per il FN fra le classi popolari), allineandosi spesso, sia pure a malincuore, alle politiche rigorose volute dalla Banca centrale europea. In campo socialista cresce invece la stella del Primo Ministro Manuel Valls, primo artefice – a prezzo di dolorosi sacrifici per il suo stesso partito – del “fronte repubblicano” che ha bloccato l’ascesa del FN. Valls, poco più che cinquantenne, è considerato l’equivalente francese di quella nuova leva di politici riformisti che cercano di affrancare un partito tutto sommato tradizionalista come il PS francese da una logica massimalista che non gli appartiene ormai più: non è un caso che, subito dopo il secondo turno elettorale, un dirigente socialista di primo piano, Julien Dray, abbia messo all’ordine del giorno il cambiamento di nome e di struttura organizzativa del partito, idea che a suo tempo era stata lanciata dallo stesso Valls.

Qualcuno ha detto che la frontiera del futuro passerà fra nazionalisti ed internazionalisti, ossia in sostanza fra coloro che guardano alla globalizzazione e, in Europa, all’Unione, come a un’opportunità e coloro che invece vi guardano come ad un rischio. La vittoria delle forze reazionarie e xenofobe sia all’Est, come in Ungheria e Polonia, sia all’Ovest, come in Danimarca, e la presenza di forze di matrice nazionalista, xenofoba e razzista come il Front National, la Lega Nord, l’UKIP e il Vlaamse Blok (Blocco Fiammingo) sono sirene d’allarme che suonano già da tempo.
Ma per rendere attraente a masse preoccupate dall’impoverimento e dal declassamento sociale il progetto europeo occorre che esso sia ostensibilmente produttivo di frutti positivi per loro, che cioè vi sia una ripresa dell’occupazione e che non vi sia quel declino progressivo del tenore di vita che è il timore più forte di nuclei familiari fragili ed esposti alla propaganda dei vari demagoghi.
L’abbiamo già detto e lo ripetiamo: l’Unione è troppo poco, ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa, che al di sopra di una moneta vera mettano un Parlamento ed un Governo veri.