Scomparso a 92 anni Arnaldo Forlani

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Nella foto in primo piano Arnoldo Forlani e Giulio Andreotti

Con Arnaldo Forlani, deceduto il 6 luglio a 97 anni, scompare l’ultimo Segretario nazionale della Democrazia Cristiana ancora vivente. Un incarico, peraltro, che l’uomo politico pesarese aveva tenuto a due riprese, la prima volta dal 1969 al 1973, la seconda dal 1989 al 1992.

Si trattò in ambedue i casi di periodi turbolenti, come turbolento fu anche il suo unico passaggio a Palazzo Chigi fra il 1980 ed il 1981, interrottosi bruscamente a causa dello scandalo della loggia massonica P2.

Forlani aveva partecipato giovanissimo alla Resistenza nelle Marche, e poi aveva aderito alla neonata DC . Aveva maturato le scelte di vita politica seguendo  l’esperienza pur breve e tormentata di Giuseppe Dossetti. Qui sta, in effetti, la radice profonda del suo carattere atipico di moderato. L’inclinazione della maturità, per la quale valeva il servizio  al concetto della Dc come partito della nazione, non cancellava il debito verso il discorso sul metodo – in opposizione al pragmatismo – veicolato dal dossettismo come cifra della “reformatio” cristiana.

Forlani non avrà cura di spiegare la continuità di un percorso ideale e politico, dovendo semmai misurarsi nel tempo con l’interpretazione che Fanfani avrebbe imposto a riguardo della lezione di Dossetti, cadendo nell’integralismo. Un pericolo estraneo alla parabola forlaniana. Al congresso democristiano di Firenze del 1959, comunque, Forlani si schierò chiaramente a favore di Fanfani e dell’apertura a sinistra e contro i dorotei che avevano scalzato il leader aretino rifiutandone sia l’approccio autoritario sia le idee politiche e sociali di fondo. In quella sede Forlani aveva parlato chiaro: “La Democrazia Cristiana – disse nel suo intervento – è un partito di cattolici, ma questo non è un elemento esclusivo della sua unità in quanto essa è un partito moderno, democratico, interclassista, ispirato ai principi della dottrina sociale cristiana. […] A tal fine l’impegno del Partito, ammaestrato anche dalle dure esperienze del passato, deve essere diretto a salvaguardare le proprie genuine caratteristiche contenute nella formula prospettata da De Gasperi secondo cui la Dc è un partito di centro che marcia verso sinistra”.

Considerato per anni come il più fedele collaboratore di Fanfani, Forlani se ne distaccò progressivamente nel corso degli anni Sessanta, in un processo di riesame critico dell’esperienza del centrosinistra che, a giudizio suo e di altri esponenti di quella che venne definita come la “terza generazione” della DC (dopo quella di De Gasperi e degli ex popolari e di coloro che avevano partecipato alla fase costituente, come Fanfani, Andreotti e Moro), aveva appannato la centralità della presenza democristiana nel Paese e nello Stato.

Proprio per questo, il cosiddetto “patto di San Ginesio” che Forlani siglò con il suo coetaneo Ciriaco De Mita, leader in ascesa della sinistra interna, si tradusse nell’ascesa di Forlani a piazza del Gesù in nome di un’interpretazione più moderata del centrosinistra, che addirittura culminò nell’elezione alla Presidenza della Repubblica di Giovanni Leone, nel settembre 1971, con i voti del centrodestra, e con la costituzione, dopo le elezioni del 1972, di un Governo  guidato da Andreotti a partecipazione liberale con i socialisti all’opposizione.

Parallelamente Forlani fu fra i primi a denunciare le manovre eversive dell’estrema destra, cercando di definire questa nuova centralità come lotta contro gli “opposti estremismi”  , ma un rinnovato accordo fra i cosiddetti “cavalli di razza”, Fanfani e Moro, alla vigilia del Congresso democristiano del 1973 riportò il primo a Piazza del Gesù e riaprì la fase del centrosinistra e, nelle intenzioni di Moro, di una nuova attenzione nei confronti del PCI.

Forlani fu sempre contrario a ogni ipotesi di apertura ai comunisti, e la sua lunga permanenza come Vicepresidente del Consiglio nei due Governi Craxi fu in qualche modo la garanzia della fedeltà della DC al pentapartito, rafforzatasi quando Forlani succedette nuovamente al suo antico sodale De Mita alla guida del Partito dando vita, mentre parallelamente Andreotti tornava a Palazzo Chigi, dando vita al cosiddetto CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) che avrebbe dovuto essere la garanzia della stabilizzazione in senso moderato del quadro politico.

La fine della guerra fredda, che tanto aveva inciso sulla dialettica politica nazionale, l’emergere di nuovi attori politici come la Lega Nord ed infine Tangentopoli (in cui Forlani fu marginalmente coinvolto) segnarono in qualche modo la fine non solo dell’illusoria speranza di conservare per sempre un quadro politico ormai anchilosato, ma anche della stessa esperienza politica di Forlani, che venne drammatizzata dalla bocciatura nel segreto dell’urna della sua candidatura alla Presidenza della Repubblica.

I trentun anni trascorsi da allora sono stati sostanzialmente per Forlani anni di silenzio, dettato probabilmente dalla consapevolezza dell’esaurirsi di una fase storica e dall’interiore eleganza di un uomo politico di cui non si ricorda una sola parola sopra le righe: fatto notevole, in tempi come quelli che viviamo oggi.