Se è il Coronavirus a fare gli italiani

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Oggi l’Italia celebra un anniversario difficile, che non avrà il sapore della festa, ma che può trasmetterci il senso più profondo e autentico di una nuova vocazione civile, capace di valorizzare il particolarismo locale e al contempo di aspirare a valori universali

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Quest’anno l’anniversario dell’unità d’Italia, proclamata Regno il 17 marzo 1861, cade in momento storico drammatico. Protagonista un’Italia ancora ferita da patriottismo locale e regionale, che fatica ad atteggiarsi a Nazione senza scadere in un becero nazionalismo, ma che si riscopre unita proprio nel pieno di un’emergenza sanitaria senza precedenti nella sua storia repubblicana (e non solo in occasione dei mondiali di calcio).

Forse la sua giovane età – appena 159 anni di storia contro le plurisecolari di Francia ed Inghilterra -, unitamente alle diverse dominazioni straniere che hanno coinvolto i territori della nostra penisola, forgiando attitudini, tradizioni e cultura della popolazione, contribuiscono alla formazione di un’idea di nazione «malcerta» e «contestata», secondo l’espressione coniata dallo storico inglese Christopher Duggan (La forza del destino. Storia d’Italia dal 1796 a oggi, Laterza Editore, 2013).

Evidente l’esistenza di profonde spaccature nel tessuto nazionale, con il Nord industriale più vicino – in termini occupazionali ed economici – all’Europa centrale rispetto ad un Sud che arranca, che fatica ad uscire, prima ancora che dai confini nazionali, da quelli regionali e locali.

Non sono certo mancati, nel corso della breve vita del nostro paese, slanci unitari almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, che hanno però assunto i colori tetri del nazionalismo – e a cui non è mai corrisposta una coscienza nazionale diffusa, la reale comunione di interessi e valori che fa di una collettività una nazione. Il progetto di «Fare gli italiani» – celebre proposito di D’Azeglio – diviene in questa ricostruzione una sorta di ossessione visionaria che dall’età liberale è rimbalzata nella pedagogia totalitaria fascista, producendo con Mussolini i suoi frutti peggiori. Atteggiamenti esclusivi, di chiusura e di esaltazione etnica stanno risorgendo anche oggi, sospinti dai venti di crisi internazionali, di natura economica, ambientale e geopolitica. Il tristemente celebre motto “prima gli italiani” si alimenta poco della solidarietà civica necessaria alla costruzione di una solida Nazione, preferendo definire la propria identità schierandosi contro un nemico comune, identificato come responsabile delle difficoltà interne.

In questi giorni di quarantena e isolamento collettivo, quando per sentirsi meno soli è necessario ritrovare un senso di comunità, non è strano vedere un tricolore sventolare da un balcone o sentire l’inno nazionale dalla finestra di un palazzo, ed essere pervasi da un moto di orgoglio e di appartenenza. Il 17 marzo l’Italia celebra un anniversario difficile, che non avrà il sapore della festa, ma che può trasmetterci il senso più profondo e autentico di una nuova vocazione civile, capace di valorizzare il particolarismo locale e al contempo di aspirare a valori universali.