Se la scuola non è un bene comune

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La scuola sta continuando ad assolvere al suo compito più nobile, quello di costruire relazioni e comunità

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Tra le misure preventive contenute nel primo decreto emanato dal governo per far fronte all’improvvisa emergenza sanitaria, c’era la chiusura di tutti i servizi educativi e degli istituti scolastici, all’inizio solo in Lombardia e Veneto poi su tutto il territorio nazionale. Il blocco improvviso delle attività didattiche ha comportato, innanzitutto, disagi alle famiglie che, nel pieno caotico fermento delle prime settimane di questa inedita situazione, hanno dovuto riorganizzarsi tra nonni e babysitter, richiesta di permessi e ferie. Le misure per supportare le famiglie dal punto di vista organizzativo sono arrivate solo dopo: l’applicazione massiccia dello smart working, l’approvazione dei congedi straordinari, la cassa integrazione che pur comportando una riduzione dello stipendio permette ai genitori di potersi occupare dei figli, soprattutto se sono piccoli e non possiedono ancora piena autonomia nello svolgimento dei compiti e della così detta didattica a distanza, cioè almeno per tutto il primo ciclo della scuola primaria. “Così detta” perché se è vero che già il decreto dell’8 marzo invitava i dirigenti scolastici ad attivare la didattica a distanza per tutta la durata della chiusura delle scuole, ad oggi non abbiamo a disposizione un quadro chiaro, esauriente ed approfondito sulla situazione di questa nuova modalità di fare scuola. “Secondo i dati raccolti dal Ministero nelle prime settimane di chiusura delle scuole, il 67 per cento degli istituti ha fatto attività a distanza e nove su dieci hanno coinvolto gli alunni con disabilità. In pratica, 6,7 milioni di studenti sono stati raggiunti, attraverso mezzi diversi, da questa didattica, ma altri 1,6 milioni no” riporta la rivista Internazionale. Precisiamo che le attività a distanza censite comprendono sia l’uso di piattaforme online ma anche le chat del telefono e le chiamate. I dati Istat, inoltre, riportano che “nel 2019 in Italia il 76,1% delle famiglie dispone di un accesso a internet e il 74.1% di una connessione a banda larga” e che “la quasi totalità delle famiglie con un minorenne dispone di un collegamento a banda larga (95,1), una percentuale molto elevata ma questo significa che un 5% pochi mesi prima dello scoppio dell’emergenza non disponeva di un collegamento adeguato a supportare la didattica online e sicuramente per le prime settimane ne è stato escluso. C’è poi un altro aspetto: non abbiamo dati precisi sulla tipologia di attrezzatura informatica posseduta dalle famiglie, pc, tablet o smartphone? Quanti? Uno per famiglia o uno a testa come necessiterebbe questa situazione in cui i genitori magari devono continuare a lavorare da casa e i figli sono alle prese con le video lezioni? Non era di vitale importanza saperlo, almeno fino a poche settimane fa, ma è una realtà che è emersa in tutta la sua complessità e a cui il Ministero sta cercando di porre rimedio. Il decreto ministeriale dello scorso 26 marzo, infatti, stanzia 85 milioni di euro di cui 70 milioni, serviranno a garantire i dispositivi digitali alle famiglie più in difficoltà, 10 milioni sono destinati alle scuole per potenziare l’uso delle piattaforme e 5 saranno utilizzati alla formazione degli insegnanti. Il divario digitale che emerge, sia sul fronte delle scuole sia tra le famiglie, racconta di una scuola che non è considerata una priorità nazionale da tanto tempo. Il rapporto dell’Ocse, Education at a glance, pubblicato nel 2019 parla chiaro: il nostro Paese investe circa il 3,6% del Pil contro il 5% di media dei Paesi Ocse per finanziare il sistema scolastico che va dalla scuola primaria all’università. Il rapporto indaga anche la tipologia e la qualità degli investimenti e il quadro che ne esce è molto preoccupante: senza mezzi termini l’Italia investe poco e male.

Il mea culpa, però, lo devono fare anche le famiglie: esistono famiglie che non hanno la possibilità di offrire ai loro figli l’attrezzatura informatica necessaria per stare al passo con i tempi per reali problemi economici, ce ne sono altre che ritengono invece che questi strumenti siano solamente diversivi, non reali opportunità educative. Oggi le conseguenze di queste scelte politiche e famigliari emergono ancora più vistosamente.

Come hanno scritto già molti esperti, riusciremo a trasformare questa crisi in opportunità generativa, solo se sapremmo fare una lucida analisi di ciò che ha funzionato e di ciò che ha fatto cilecca, acquisendo così conoscenze e competenze che potranno andare a vantaggio di tutto il genere umano.

Quali lezioni imparare dal mondo scuola?

La prima lezione è quella descritta prima: esiste un divario digitale che riguarda famiglie e scuole a cui dobbiamo assolutamente porre rimedio una volta finita questa emergenza. Oggigiorno non essere connessi significa essere cento passi indietro rispetto a coloro che hanno già introdotto e realizzato la rivoluzione digitale-tecnologica-informatica. Non possiamo permetterci di restare così indietro, ma non per manie di grandezza e potere a livello globale ma semplicemente per poter fare ancora parte del mondo globale.

La seconda lezione è che la scuola è uno straordinario organizzatore sociale, come ha detto bene Franco Lorenzoni in uno dei suoi interventi di queste settimane: mentre i genitori sono al lavoro, servizi educativi e istituzioni scolastiche si occupano dei loro figli, almeno dai 6 mesi ai 18 anni, niente male eh? Già davvero niente male. La scuola e i servizi educativi svolgono un ruolo straordinariamente importante per la crescita delle generazioni più giovani, ma da tanti anni in Italia ce ne siamo completamente dimenticati. Da tempo il rapporto di fiducia tra famiglie e mondo della scuola è in crisi; quell’alleanza strategica e fondamentale che dovrebbe essere la base per il lavoro educativo comune tra tutti i soggetti che concorrono all’educazione delle giovani generazioni si è indebolito o addirittura è venuto meno. E anche questo aspetto sta emergendo in tutta la sua drammaticità oggi.

La terza lezione di cui dovremmo fare tesoro è che indubbiamente a scuola si è tutti un po’ più uguali (ovvero nella sua funzione di organizzatore sociale la scuola offre le stesse opportunità agli studenti indipendentemente dalla loro estrazione sociale), ma il problema è che oggi in Italia esistono forti differenze tra gli istituti scolastici. Non si tratta solamente del divario digitale, ma di un modo di intendere e di fare scuola. Lorenzoni ricorda che la sfida per la scuola oggi è “restare accanto agli studenti”, continuare a mantenere vive i legami, “cercare strade percorribili per dare senso a questa segregazione forzata”, forse nulla di più distante dei programmi didattici a cui siamo abituati. Difficile chiamare didattica una telefonata o una chat di whatapp ma se questi strumenti servono a far sentire la presenza di un gruppo classe, di un collegio docenti, di una dirigenza scolastica, allora la scuola sta continuando ad assolvere al suo compito più nobile, quello di costruire relazioni e comunità. Purtroppo non si impara a costruire comunità dall’oggi al domani. C’è una parte di mondo scuola, fatto di professori, studenti, educatrici, maestre, famiglie, personale ausiliario, amministrazioni comunali, cooperative e associazioni che avevano prima imboccato questa strada e la stanno percorrendo a pieno ritmo oggi, certo non senza difficoltà, mettendo in campo creatività, pazienza e dedizione e cercando di superare le barriere tecnologiche; purtroppo è solo una parte.

In questi giorni è arrivata la notizia che le scuole resteranno ancora chiuse per i prossimi 4 mesi e mezzo. Un tempo lunghissimo che dovremmo saper sfruttare al meglio per ripartire con la marcia giusta. Indipendentemente da quando si tornerà tra i banchi, noi ci sentiamo di dire che la scuola, online o in presenza, in situazioni di emergenza o nella più assoluta normalità della nostra routine quotidiana, funziona se è considerata un bene comune non solo da tutti i soggetti che a vario titolo concorrono all’educazione delle giovani generazioni ma da tutta la comunità. Questa, senza dubbio, è la lezione più importante che dobbiamo imparare da questa situazione, per il bene non solo degli studenti ma di tutta l’Italia.