Stato e senso dello Stato: il caso del Ministro Guidi

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Non è questione di moralismo ma di senso dello Stato
Le dimissioni del Ministro Guidi determinate dalla diffusione del contenuto della telefonata al suo compagno hanno la loro causa: nulla le avrebbe impedito di comunicare di persona nell’intimità della loro privacy la notizia dell’emendamento: “ … e poi dovremmo riuscire a mettere dentro al senato se … è d’accordo anche ‘Mariaelena (n.d.r Ministro Boschi) la … quell’emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte, alle quattro di notte … ! Rimetterlo dentro alla legge … con l’emendamento alla legge di stabilità e a questo punto se riusciamo a sbloccare anche Tema Rossa … ehm … dall’altra parte si muove tutto!” e alla domanda se la cosa riguardasse pure i propri amici della TOTAL, clienti  TECNIMONT (“quindi anche coso … anche … va bé, i miei amici de … i clienti di Broggi”), la Guidi replicava: “eh, certo, capito? … certo (…) … te l’ho detto per quello!” (Tribunale di Potenza. Ufficio del Giudice di Pace per le indagini preliminari. Ordinanza, n. 13/16, RMC, 23 marzo 2016).

Scrive l’ex ministro al Direttore del Corriere della Sera in lettera del primo aprile: “Comincerei dall’inizio, ricordando che la polemica nasce da una telefonata a colui che considero a tutti gli effetti mio marito, nella quale lo informavo di un provvedimento parlamentare di portata nazionale. In particolare, gli davo una notizia nota, su un fatto avvenuto in un luogo pubblico – il Parlamento – al quale hanno dato risalto tutti i media e del quale molti addetti ai lavori avevano già conoscenza perché di rilevante interesse per l’economia nazionale. Insomma, nessuno ha rivelato segreti di Stato.

 «Un progetto strategico»
“Ma è bene anche entrare nel merito. Nella telefonata lo informavo di un emendamento che avrebbe consentito di accelerare i processi autorizzativi di molte opere strategiche, tra cui il cosiddetto progetto Tempa Rossa di Taranto, bloccato da anni. La società di mio marito, invece, operava come subappaltatrice in Basilicata per un lavoro che nulla aveva a che vedere con lo sviluppo del progetto di Taranto e risaliva ad epoca precedente a quella in cui sono stata nominata ministro. Qualcuno ha gridato allo scandalo, al ministro che favorisce il marito. Non è vero. Io rivendico l’importanza di quella norma per il Paese. Come sappiamo, uno dei problemi dell’Italia è la costante necessità di acquistare dall’estero le risorse energetiche di cui abbiamo bisogno, per riscaldare le nostre case, per accendere le luci, per cucinare e per produrre le eccellenze del made in Italy che mandano avanti la nostra economia. In questo contesto una serie di grandi imprese hanno deciso di investire miliardi di euro per estrarre petrolio e gas naturale in Italia e di farlo, peraltro, al Sud. È un settore che il governo ritiene strategico e che comporta la creazione di posti di lavoro e di un indotto importante.”
Dalle parole dell’ex ministro appare evidente come le sia sfuggita e le sfugga la vera questione in gioco, che non è la portata generale dell’emendamento che non è ad personam, quanto la totale mancanza di lucidità nel comprendere che per la posizione di vertice in Confindustria rivestita sino al momento della nomina e di familiare di un’importante impresa italiana, il suo ruolo nel Ministero allo Sviluppo Economico era inopportuno, perché portatore, come è stato, di un intrinseco conflitto di interessi.

La sua difesa appassionata la porta anche ad esprimere affermazioni che non si sa se frutto dell’emozione concitata dei tempi o della totale mancanza di consapevolezza del ruolo: “Insomma, nessuno ha rivelato segreti di Stato”. Ci mancherebbe!
Proprio questa sottolineatura fa comprendere che l’ex ministro non abbia precisa l’idea del “Senso Stato”, vale a dire di quel principio e di quel codice morale, che impone ai funzionari pubblici di servire con disciplina e onore le istituzione (art. 54 Cost.). Servire è il verbo usato dalla Costituzione e non servirsene e poco importa che la portata dell’emendamento trascendesse i confini della Basilicata e che non era fatto su misura per il fidanzato-marito. L’ex ministro aveva la piena e totale coscienza degli effetti benefici che avrebbe portato al Paese e agli interessi familiari. Poco e niente importa il mezzo usato per mettere a conoscenza il fidanzato-marito. Nessun moralismo e nessuna strumentalizzazione politica ci interessa, anzi, chi pratica l’una e l’altra non fa un buon servizio alla politica e allo Stato.

Né ci interessa la galleria dei precedenti illustri che hanno agito diversamente non dimettendosi o facendolo dopo (in)dignitosa resistenza. L’ex ministro non aveva scelta dalle dimissioni, non per la telefonata, ma perché non ha colto, ma in questo non è stata da sola, sin dall’inizio lo stridore in generale del suo ruolo con gli interessi in campo. Nessun moralismo, certo, ma un commento che lasciamo ad Aldo Moro e che non richiede l’aggiunta di alcuna chiosa: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere.”