Tina Anselmi, una madre della patria

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Tina Anselmi, prima donna ad essere nominata Ministro della Repubblica

La vicenda umana di Tina Anselmi si è conclusa il giorno di Ognissanti, e questo è un fatto significativo per una persona che si è trovata ad attraversare i marosi del XX secolo, affidandosi soprattutto alla fede solida ed intemerata che aveva appreso dai suoi genitori e dal suo ambito familiare in quella Marca trevigiana che molto soffrì nella Prima e nella Seconda guerra mondiale.

Soprattutto la lotta resistenziale segnò per sempre ed in modo indelebile il carattere di Tina, che divenne la partigiana “Gabriella” dopo aver visto i corpi di molti giovani, alcuni dei quali lei ben conosceva, che la ferocia fascista aveva impiccato e lasciato esposti sul viale principale di Bassano del Grappa. Al fondo, la Resistenza è stata lo spartiacque fra tre Italie, non solo, come è ovvio, quella fascista e quella antifascista, ma anche e soprattutto con quella sempre presente degli indifferenti, degli opportunisti, di quelli dediti al proprio orticello senza alzare lo sguardo sulla realtà vasta e complessa del mondo.

E in un certo senso la testimonianza di vita e di lotta di Tina Anselmi e di tanti altri è stata importante per testimoniare che il cristianesimo non è rinuncia alla battaglia per la giustizia, non è piegare la testa di fronte alla prepotenza, ma può anche essere un amore che spinge alla ribellione, come nella famosa preghiera di Teresio Olivelli.

Da lì tutte le scelte successive di una donna che non si sarebbe mai immaginata di avere la politica nel proprio destino, ma seppe fin da subito gettarvisi dentro con una straordinaria passione per la giustizia sociale e per la democrazia, schierandosi a fianco di quello che era il vero leader riformatore della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. In pari tempo, la sua condizione di donna in quello che fino ad allora sembrava un esclusivo club maschile appariva come una sorta di segno di contraddizione in se stesso, senza bisogno di una rivendicazione specifica. E’ esistito, anche se se ne parla poco, un femminismo delle donne cattoliche, che consisteva nella presa d’atto del ruolo sociale delle donne e nell’affermazione di una parità non formale con gli uomini in tutti gli aspetti della vita sociale e politica .

In questo senso è persino logico che Tina Anselmi sia stata nel 1976, a trent’anni dalla nascita della Repubblica, la prima donna a diventare Ministro – del Lavoro, per l’esattezza- nel Governo Andreotti III, quello cosiddetto “delle astensioni” nel quadro della politica di solidarietà nazionale. Logico perché quella era la materia in cui lei si sentiva più forte , essendosi occupata tutta la vita, anche da Sottosegretario, di vertenze sociali e sindacali. Poi due anni dopo venne spostata alla Sanità, dove gestì il difficile passaggio al Sistema sanitario nazionale, che ad onta di tanti discorsi qualunquistici rimane una delle più grandi acquisizioni sociali dell’epoca postbellica.

Il terzo grande capitolo della sua storia politica e personale inizia nel 1981, con la sua designazione da parte di un’altra donna straordinaria, l’allora Presidente della Camera Nilde Jotti, alla presidenza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2. E’ancora da scrivere compiutamente la storia di quella loggia massonica che sembra essere stata il crocevia di molti misteri d’Italia, di affari solitamente illeciti e di connessioni con il terrorismo interno ed internazionale: il dato di fatto è che Tina Anselmi affrontò la guida della Commissione con la sua abituale grinta , senza guardare in faccia ad alcuno , nemmeno ai suoi compagni di partito.

La relazione conclusiva di maggioranza, che la Anselmi contribuì in gran parte a stilare giudicò la lista attendibile ma presumibilmente incompleta; giudicò la Loggia «responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale» della Strage dell’Italicus; giudicò la Loggia «un complotto permanente che si plasma in funzione dell’evoluzione della situazione politica ufficiale»; sottolineò l’«uso privato della funzione pubblica da parte di alcuni apparati dello stato» legati alla Loggia;  sottolineò la divisione funzionale della Loggia e quindi che, benché tutti gli affiliati fossero consapevoli del fine surrettizio della Loggia, fosse necessario individuare il settore di appartenenza dei singoli affiliati per risalire alle responsabilità personali;sottolineò che la presenza di alcuni imprenditori si poteva spiegare con i benefici economici che il legame con alti dirigenti di imprese pubbliche e banche poteva potenzialmente portare loro, per esempio sotto forma di credito concesso in misura superiore a quanto consentito dalle caratteristiche dell’impresa da finanziare; sottolineò come ci fossero «poche ma inequivocabili prove documentali» che provavano l’esistenza della Loggia di Montecarlo (ora Massonic Executive Committee) e della più elitaria P1, considerandole entrambe creazioni di Licio Gelli.

Queste conclusioni non piacquero a molte persone potenti che fecero il vuoto attorno a Tina Anselmi, ma non scalfirono in nulla la determinazione di questa donna straordinaria che concluse nel 1994 la sua vicenda istituzionale ma rimase sempre appassionata al dibattito politico finché la salute la sorresse.

Per la sua vita, per la sua storia, possiamo guardare a lei come ad un’autentica madre della Patria.