Ucraina, geopolitica e complessità: quali insegnamenti per noi?

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Non dobbiamo cadere nell’errore, in cui siamo incorsi in questi anni, di professare una non-violenza culturalmente disarmata, in grado di ripetersi senza innovarsi, di contenere le perdite senza attrarre, di presidiare senza colpire.

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La quindicesima edizione del Corso di geopolitica e relazioni internazionali si apre con uno scenario inimmaginabile. Perché questo è il risultato, quando gli analisti danno meno del 50% di possibilità a che qualcosa succeda. Ci definiamo democratici, no? Allora quando qualcosa è meno del 50% noi lo chiamiamo “minoranza” e decidiamo che abbia perso: no, quello scenario non si realizzerà.
Qui sbagliamo, tutti.

Mentre scrivo, le forze russe si stanno avvicinando a grandi passi a Kiev. È una precisa strategia di combattimento -da quello che ho capito-, che si applica in grandi scenari aperti e su fronti di battaglia lunghi. Non è dissimile da tante altre strategie, a ben vedere. Suona un po’ come il consiglio che si può dare a un amico in cerca della propria vocazione: “prova a fare più cose e poi concentrati su quella in cui riesci”. Lo insegniamo anche ai nostri ragazzi, a cui vendiamo l’idea che ciò che conti oggi sia solo trovare la chiave di volta della propria popolarità virtuale.

Mentre scrivo, avverto con forza la necessità di un cambio di passo. Come la democrazia non è un bianco e un nero, ma uno spettro di possibilità dal bianco al nero con infinite gradazioni di grigio, così non ci dobbiamo arrendere a chi ci dice che per il mondo di domani occorra solo la guerra e la necessità di rivaleggiare militarmente. Non dobbiamo cadere, tuttavia, nemmeno nell’errore in cui siamo incorsi in questi anni, quello di professare una non-violenza culturalmente disarmata, in grado di ripetersi senza innovarsi, di contenere le perdite senza attrarre, di presidiare senza colpire.

Educare alla complessità sembra essere, oggi più che mai, il “segno dei tempi” che anche la nostra associazione, come tante altre, è chiamata a riconoscere. Come si possa essere incisivi nel nuovo mondo deve essere oggetto di un ampio dibattito, prima esterno che interno (di dibattiti interni ne abbiamo visti fin troppi, lasciamo che per una volta si provi qualcosa di nuovo), sul ruolo della società civile e delle nostre associazioni in particolare.

Senza alcuna pretesa di insegnare, provo a indicare tre punti da cui partire:

1. facendo rete. Guardandoci intorno, avvertiamo una società civile stanca, ma che non disdegna mai di chiamare alla “raccolta di sigle a fondo pagina”, quando capita l’occasione. Ci sta: presidiare è importante, vuol dire segnalare una presenza. Ma facciamo uno sforzo in più e immaginiamo, come già succede perfino nel mondo delle relazioni internazionali, di avere dei meccanismi automatici di scambio e coinvolgimento persistente tra le nostre associazioni. Non solo progettualità comuni, ma anche interpelli e partecipazioni miste nelle riunioni di presidenza, tessere plurisociali e percorsi internazionali. Basta con le limitazioni linguistiche e di Paese, anche tra le associazioni del Terzo settore e No-profit si devono aprire e implementare gli scambi almeno con gli altri Paesi europei (dall’UE alla Svizzera, ai Balcani occidentali) e mediterranei (dal mondo arabo a Israele). Sono necessarie riforme legislative per arrivarci: promuoviamole.

2. facendo rete. Le distanze tra conoscenze e settori diversi della nostra società si sta sempre di più ampliando. Le esperienze “naturalmente comuni”, sulle quali le nostre associazioni si sono basate per crescere, non ci sono e non ci saranno più. È fondamentale innescare un meccanismo intergenerazionale e interdisciplinare di contaminazione delle competenze che non si traduca nella mutua predazione reciproca, ma che esalti le peculiarità di ciascuno e le faccia “mettere in rete”. Le recenti collaborazioni tra il Circolo ACLI Geopolitico e i Circoli Dossetti di Milano, o tra le ACLI Milanesi e Azione Cattolica Ambrosiana, ad esempio, vanno già in questa direzione, ma non bastano da sole se rimangono esperienze isolate. Sono necessarie riforme culturali per arrivarci: educhiamoci.

3. facendo rete. Abbracciare la digitalizzazione richiede l’elaborazione di nuovi strumenti che siano al passo con il mondo che cambia. Non tutto è buono online, ma l’online può certamente servire per snellire alcuni processi che appaiono ormai eredità di un mondo che non più neanche quello precedente al nostro. Non siamo mai stati tanto immersi in network orizzontali come oggi. Questi si aprono davanti a noi come infiniti spazi di esplorazione. Intuiamo che ci sia qualcosa di buono: mettiamoci a cercarlo! Andare online (o meglio “onlife”, come direbbe il Professor Floridi) deve voler dire anche trovare forme di partecipazione sociale nuove e inedite, che rinnovino i processi partecipativi dal tesseramento fino ai “benefici” di esso. Alcune forme legate alla tokenizzazione delle community online mostrano, oggi, come si possano immaginare comunità che guadagnano (non necessariamente in termini economici, ma anche in termini economici) dallo stare assieme. Anche le nostre associazioni possono, e devono, dare un riconoscimento della partecipazione sociale che abbia ricadute sostanziali sulla vita dei soci. Sono necessarie riforme strutturali per arrivarci: ristrutturiamoci.

Gabriele Suffia è presidente del Circolo ACLI Geopolitico

La XV edizione del Corso di Geopolitica